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adenovirus sì o no?

Misteriosa epatite pediatrica, l'esperto: "Ancora ipotesi, ognuno dice la sua"

Massimo Resti, direttore del Dipartimento Specialistico Interdisciplinare del Meyer di Firenze, spiega la situazione.

Misteriosa epatite pediatrica, l'esperto: "Ancora ipotesi, ognuno dice la sua"
Glocal news 03 Maggio 2022 ore 14:39

Resta ricoverata all'Ospedale Fatebenefratelli di Erba, dove è in cura da domenica 24 aprile, la bimba lecchese che si sospetta essere stata colpita dalla misteriosa epatite pediatrica che ha creato non poca preoccupazione nelle ultime settimane anche in Lombardia, dove sono stati accertati diversi casi.

A chiarire che è ancora prematuro pensare di conoscere le cause che scatenano la patologia anche Massimo Resti, direttore del Dipartimento Specialistico Interdisciplinare del Meyer di Firenze.

Epatite pediatrica: migliorano le condizioni della bimba lecchese

Come racconta Prima Lecco, le condizioni della piccola, di soli 17 mesi, sono fortunatamente in miglioramento anche se per ora i medici dell'ospedale "Sacra Famiglia" hanno optato per un proseguimento della degenza finchè non verranno ultimati tutti gli esami diagnostici.

"La bimba sta bene e gli indici di infiammazione epatica si sono quasi normalizzati - conferma il dottor Fabio Focarile, primario dell’unità operativa di Pediatria - Attendiamo gli esiti degli accertamenti sull'adenovirus da indagini molecolari".

L'adenovirus resta il "sospettato numero uno", ma non vi sono ancora certezze sulle cause della patologia. L'Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA), in un report, ha messo sul tavolo l'ipotesi al momento più plausibile:

"L'adenovirus è l'agente patogeno più comune rilevato nel 75% dei casi confermati, in particolare il ceppo di adenovirus chiamato F41 sembra la causa più probabile".

Gli scienziati stanno studiando se c'è stato un cambiamento nella composizione genetica del virus che potrebbe innescare più facilmente l'infiammazione del fegato. Nel report dell'agenzia, aggiornato al 25 aprile e diffuso dai media inglesi, si sottolinea che la maggior parte dei bambini che contraggono l'adenovirus non hanno sintomi particolarmente gravi.

Un'altra possibile spiegazione è che le misure di precauzione imposte nella pandemia potrebbero aver portato i bambini piccoli a essere esposti per la prima volta all'adenovirus in un momento successivo della loro vita rispetto a quando normalmente accade, scatenando una risposta immunitaria più vigorosa in alcuni. Non si esclude nemmeno che una recente infezione da Covid potrebbe essere un fattore scatenante per i problemi al fegato insieme all'adenovirus.

L'esperto fiorentino: "Sono ancora ipotesi, ognuno dice la sua"

"Noi epatologi abbiamo sempre a che fare con epatiti di cui l’eziologia (ovvero la scienza che ricerca le cause di una o un’altra malattia) non riusciamo a inquadrarla. Quindi non è per noi un’evenienza rara. E’ una situazione con cui ci confrontiamo quotidianamente".

Queste le prime parole del dottor Massimo Resti, 67 anni, direttore del Dipartimento Specialistico Interdisciplinare del Meyer di Firenze, a cui i colleghi di Prima Firenze hanno chiesto delucidazioni dopo il caso di epatite che ha colpito un bambino di tre anni di Prato. La buona notizia è che il piccolo, ricoverato prima a Prato, poi al Meyer e infine all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha lasciato la terapia intensiva.

Massimo Resti

"Normalmente queste forme di innalzamento delle transaminasi poi si risolvono e quindi rimaniamo in una incertezza diagnostica che però lascia il tempo che trova. In questo caso però l’attenzione è salita particolarmente. Perché c’è stato un cluster, soprattutto in Inghilterra e nella parte del Nord Europa, in cui si sono verificate alcune forme, circoscritte anche nelle zone, in cui queste forme di epatite sono state particolarmente aggressive e in alcuni casi da determinare una insufficienza epatica così grave da richiedere il trapianto di fegato. Da queste prime segnalazioni ne sono poi comparse anche altre: ecco che c’è quindi un “alert”, un’attenzione a queste situazioni", ha spiegato Resti.

E ancora:

"Non abbiamo al momento nessun elemento di certezza su quale possa essere la genesi. Sospettiamo visto l’andamento epidemiologico di una forma virale, che potrebbe anche esserci sempre stata e che ora è diventata più cattiva in alcuni casi e che non abbiamo mai diagnosticato nel passato; oppure potrebbe essere un virus che normalmente determina modeste epatiti e che in questo caso in alcuni soggetti ha determinato un aggravamento della situazione clinica. A me da qui alla fine dell’anno arriveranno sicuramente tante forme virali, di “epatiti” di cui non capirò la diagnosi: come è successo in tutti gli altri anni. Ora si entrerà nel pallone però a causa di tutto questo. E ci sarà sicuramente una segnalazione che comprenderà tutte le altre epatiti che finora abbiamo visto (e che non hanno dato noia a nessuno) e quelle eventualmente collegate a questo agente (che potrebbe essere un agente che c’è sempre stato ma che ora è diventato più aggressivo). Al momento siamo a questo: non abbiamo un elemento di diagnosi chiara, si è detto che alcuni di questi bambini avevano avuto infezione da adenovirus e non siamo abituati ad avere tremente infezioni da adenovirus, possono avere un modesto interessamento del fegato, a volte possono dare febbre elevata anche per una settimana dieci giorni, questo dipende dalla risposta immunitaria. Ecco potrebbe anche essere che ci sia un cambiamento in questo: si è parlato di adenovirus perché in alcuni soggetti si è trovato la presenza di questi virus, ma in realtà in altri assolutamente no. Ecco perché dico che al momento viviamo in una condizione di ipotesi e ognuno dice la sua".

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