Economia
La simulazione

Pensioni, Opzione uomo piace a Meloni ma non ai sindacati. Cos'è e come dovrebbe funzionare

In pensione a 58 anni (aspettando un anno di finestra mobile) in base al solo sistema contributivo e con una decurtazione dell'assegno.

Pensioni, Opzione uomo piace a Meloni ma non ai sindacati. Cos'è e come dovrebbe funzionare
Economia 18 Ottobre 2022 ore 13:59

Il tema pensioni tiene banco nella maggioranza. La futura premier Giorgia Meloni non disdegna la soluzione "Opzione uomo" per superare una volta per tutte della Legge Fornero e il ritorno a gennaio del conseguente scalone del ritiro a 67 anni. Andare in pensione a 58-59 anni e con 35 anni di contributi, ma perdendo fino a un terzo dell’assegno per effetto del ricalcolo dell’importo col metodo contributivo, una soluzione che ricalca l'”Opzione donna” già in vigore ma in scadenza a fine anno.

Scenario che, invece, non piace al segretario generale della Cgil, Maurizio Landini:

"Mandare in pensione le persone riducendogli l'assegno non mi pare sia una grande strada percorribile."

Ma cosa comporterebbe questa "Opzione uomo"? Chi la caldeggia e chi la ostacola? Vediamo di fare chiarezza.

Opzione uomo

"Opzione uomo" offrirebbe la possibilità di andare in pensione a 58 anni (aspettando comunque un anno di finestra mobile) in base al solo sistema contributivo e con una decurtazione dell'assegno. Scenario che, in questo sfortunato periodo storico - contrassegnato da inflazione galoppante ed economia incerta - potrebbe non riscuotere grande successo in virtù di un assegno "smagrito". A ciò si aggiunge il fatto che, statisticamente (purtroppo), nel nostro Paese è solitamente l'uomo a garantire la fetta di entrate più consistente nel menage familiare.

Pare chiaro che potrebbero optare di ricorrere a questa soluzione esclusivamente le fasce benestanti della popolazione, che hanno da parte un tesoretto oltre, magari, ad altre rendite: nonché uno stipendio che, anche se decurtato, garantirebbe una vita dignitosa.

Simulazione

Ipotizziamo un uomo con uno stipendio netto di 3mila euro, uscendo con grande anticipo dal mercato del lavoro avrebbe una pensione di circa 1.500 euro al mese per 13 mensilità. 

Ma se lo stipendio netto è di 1.500 euro la pensione sarebbe di circa 750 euro. La musica, in questo, cambia.

I numeri di "Opzione donna" e i limiti di "Opzione uomo"

La scelta di ragionare sulla flessibilità di uscita legata al calcolo contributivo è invece condivisa dal presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, anche se poi bisognerebbe tenere conto delle reali possibilità di accedere a una misura simile:

"Su questo eravamo orientati anche durante il governo Draghi. Quindi se si va in questa direzione poi ovviamente la politica deciderà ma si sembra che si è abbastanza in linea rispetto a quello che si stava facendo”.

Al momento secondo i dati Inps hanno scelto di andare in pensione con Opzione donna circa il 25% delle persone che avevano i requisiti (58 anni le dipendenti e 59 le autonome avendo però maturato almeno 35 anni di contributi e avendo l'assegno calcolato interamente con il sistema contributivo), ma per gli uomini la percentuale di adesione potrebbe essere ancora più bassa. Se infatti si decidesse di uscire a 58 anni (con assegno che arriva comunque a 59 dato che bisogna attendere l'anno di finestra mobile) si perderebbe circa il 30% della pensione che si sarebbe maturata uscendo oltre sette anni dopo (con 42 anni e 10 mesi di contributi) perché i contributi versati sarebbero meno e andrebbero "spalmati" su molti più anni. In pratica, secondo alcuni calcoli, si avrebbe a che fare con un primo assegno di pensione pari a circa la metà dell'ultimo stipendio.

E su quel 25% di donne che hanno fruito dell'opzione Tridico chiarisce:

“Dato basso? E' una scelta. Tutti sanno che col modello contributivo se si va in pensione prima si va con un minore assegno pensionistico. È normale nel nostro modello contributivo, ce lo abbiamo dal ’95, l’abbiamo riconfermato con la riforma Fornero”.

La Lega e Meloni

L’ipotesi di “Opzione uomo” viene, per adesso, scartata dai sindacati con i quali Giorgia Meloni ha garantito “concertazione” su come decidere di riformare l’attuale sistema. In parallelo all’applicazione del modello allo studio della leader di FdI, la Lega insiste sulla la proposta di “Quota 41”, cioè una pensione anticipata per chi ha 41 anni di contributi, anziché 42 anni e 10 mesi per gli uomini o 41 anni e 10 mesi per le donne, ma con una soglia di età per attutire l’impatto sui conti pubblici.

Se per il Carroccio “Quota 41” costerebbe 4 miliardi di euro e poi 5 miliardi all’anno, all’Inps questi conti non tornano. Secondo l'Ente previdenziale, infatti, la manovra potrebbe pesare sulle casse dello Stato per 18 miliardi di euro nel triennio.

E' evidente che tutto dipende da quale sarà la soglia che verrà individuata: se, per esempio, si dovesse fissare la soglia a 60 anni, o a 61, non si farebbe che replicare Quota 101, oppure l'attuale Quota 102.

Seguici sui nostri canali