Il Ministero della Salute alza il livello di preparazione sanitaria, non quello dell’allarme. Con una nuova circolare datata 15 maggio 2026, il governo ha inviato a Regioni, Province autonome e strutture sanitarie le indicazioni operative per gestire eventuali casi sospetti, probabili o confermati di infezione da virus Andes, un tipo di hantavirus collegato al focolaio scoppiato a bordo della nave da crociera MV Hondius.
La premessa è importante: “allo stato attuale” non risultano casi registrati sul territorio nazionale, ma un’eventuale insorgenza richiede misure di coordinamento.

La circolare fa seguito a un precedente documento dell’11 maggio 2026 e nasce anche dalle richieste di chiarimento arrivate dalle Regioni. L’obiettivo è definire una procedura uniforme: cosa deve fare un medico davanti a un paziente potenzialmente esposto, quali dispositivi usare, dove inviare i campioni, quando disporre l’isolamento e in quali strutture ricoverare i casi confermati.
Il focolaio sulla MV Hondius
Il caso internazionale è emerso il 2 maggio 2026, quando l’Organizzazione mondiale della sanità è stata informata di un cluster di gravi malattie respiratorie a bordo della MV Hondius, nave da crociera battente bandiera olandese. Secondo l’Oms, al 13 maggio erano stati segnalati 11 casi, compresi tre decessi: otto casi confermati in laboratorio per infezione da virus Andes, due probabili e uno ancora inconclusivo. L’Oms ha valutato il rischio per la popolazione globale come basso.
Il quadro è in evoluzione. L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha aggiornato i dati al 17 maggio, indicando 12 casi complessivi, di cui nove confermati, due probabili e uno inconclusivo, con tre decessi. Lo stesso Ecdc precisa che nuovi casi tra ex passeggeri o membri dell’equipaggio possono emergere anche dopo il rientro nei Paesi di origine, a causa del lungo periodo di incubazione. Per la popolazione generale dell’Ue e dello Spazio economico europeo, però, il rischio resta “molto basso”.
Cos’è il virus Andes
Il virus Andes è un tipo di hantavirus che può causare una grave malattia respiratoria, la sindrome polmonare da hantavirus. Di solito gli hantavirus si trasmettono all’uomo attraverso il contatto con roditori infetti, o con urine, feci e saliva contaminate. Il virus Andes ha però una particolarità: è l’unico hantavirus noto in grado di trasmettersi anche da persona a persona, sebbene raramente e soprattutto in caso di contatti stretti e prolungati con una persona malata.
È proprio questa caratteristica a spiegare la prudenza delle autorità sanitarie. Non si tratta di un virus con dinamica pandemica paragonabile a quella del Covid, ma la possibilità di trasmissione interumana in circostanze specifiche richiede isolamento, tracciamento e protezioni adeguate, soprattutto in ambito sanitario.
Cosa deve fare il medico davanti a un caso sospetto
La circolare ministeriale stabilisce che, davanti a un paziente con sintomi compatibili e un possibile collegamento epidemiologico, il personale sanitario debba prima di tutto raccogliere un’anamnesi accurata. Sono considerati elementi rilevanti, ad esempio, l’aver condiviso o transitato su un mezzo di trasporto su cui sia stato presente un caso confermato o probabile, oppure l’essere stati in contatto con un passeggero o un membro dell’equipaggio della MV Hondius a partire dal 5 aprile 2026.
I sintomi indicati comprendono febbre acuta o storia di febbre, dolori muscolari, astenia, brividi, mal di testa, vertigini, disturbi gastrointestinali come nausea, vomito, diarrea o dolore addominale, e sintomi respiratori come tosse, respiro corto, dolore toracico o difficoltà respiratoria. I Cdc ricordano che i sintomi della sindrome polmonare da virus Andes possono comparire da 4 a 42 giorni dopo l’esposizione e nelle fasi iniziali possono somigliare a quelli di un’influenza.
Se il paziente rientra nella definizione di caso sospetto, il medico deve adottare misure immediate: far lavare o igienizzare le mani, fornire guanti monouso e un facciale filtrante FFP2, o in alternativa una mascherina chirurgica resistente ai fluidi, informare il paziente sulle precauzioni previste e disporne l’isolamento nel luogo in cui si trova al momento della segnalazione.
Test, isolamento e ricovero
In caso di sintomi, i campioni devono essere prelevati e inviati al laboratorio individuato dalla Regione o dalla Provincia autonoma per la diagnosi o la conferma dell’infezione da virus Andes. La circolare prevede inoltre il coinvolgimento del Dipartimento di prevenzione territorialmente competente, che dovrà avviare la segnalazione del caso e la presa in carico degli eventuali contatti.
Per i casi confermati, il Ministero dispone il ricovero in strutture sanitarie dotate di misure di contenimento idonee alla gestione di agenti biologici di gruppo 3, secondo la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Se a livello regionale non sono disponibili centri adeguati, i pazienti devono essere inviati all’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma.
Le Regioni e le Province autonome devono inoltre comunicare al Ministero, entro due giorni dal ricevimento della circolare, l’elenco delle strutture ospedaliere regionali provviste delle necessarie misure di contenimento. È un passaggio organizzativo rilevante: non si tratta solo di dire ai medici cosa fare, ma di costruire una rete pronta a gestire eventuali casi importati senza improvvisazioni.
Mascherine, visiere e stanze a pressione negativa
La parte più operativa riguarda i dispositivi di protezione individuale. Durante la presa in carico iniziale, il trasporto in ambulanza e il ricovero, il personale sanitario deve indossare protezioni adeguate contro contatto diretto o indiretto, goccioline respiratorie e via respiratoria. La circolare indica occhiali o occhiali a maschera, visiera per occhi e mucose, facciale filtrante FFP2 o FFP3, indumenti protettivi, guanti monouso e calzature con sovrascarpe o calzari.
Nei casi a più alto rischio di contaminazione, ad esempio in presenza di diarrea, vomito, sanguinamenti o ambienti significativamente contaminati, il documento raccomanda il doppio paio di guanti, il copricapo e una particolare attenzione alla protezione di occhi e mucose. Le procedure che possono generare aerosol, come broncoscopia, broncoaspirazione, intubazione o ventilazione a pressione positiva, devono essere evitate quando possibile; se necessarie, il personale deve usare FFP3 e operare in stanze a pressione negativa.
Perché non è un allarme per la popolazione
Il punto da non perdere è l’equilibrio tra prudenza e allarme. Le autorità italiane non stanno comunicando una diffusione del virus nel Paese, ma un protocollo per gestire un’eventualità. In Italia non risultano contagi e che il rischio per la popolazione italiana resta basso.
Anche l’Istituto superiore di sanità ha richiamato una linea simile: rischio molto basso per l’Italia, ma attenzione ai roditori e alle situazioni di possibile esposizione. La prevenzione, infatti, resta legata soprattutto all’evitare il contatto con roditori infetti e con ambienti contaminati da urine, feci o saliva.