Il Governo Meloni si trova stretto tra due esigenze difficili da tenere insieme: contenere il caro energia e carburanti senza compromettere i conti pubblici. Da una parte c’è la scelta politica di ridurre le accise su benzina e diesel per alleggerire il costo alla pompa.
Dall’altra arrivano i richiami internazionali: il Fondo monetario internazionale invita l’Italia a superare i tagli generalizzati e a sostituirli con misure più mirate. Sullo sfondo, resta aperto il confronto con Bruxelles sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità nel Patto di stabilità per le spese legate all’emergenza energia.
Il richiamo del Fondo monetario
Nel rapporto conclusivo della missione Article IV sull’Italia, pubblicato il 27 maggio, il Fondo monetario internazionale riconosce alcuni risultati positivi, ma richiama il Paese alla prudenza. Il punto centrale è il debito: secondo il Fmi, il debito pubblico italiano è salito a circa il 137% del Pil alla fine del 2025 e resta vulnerabile a shock su crescita, tassi di interesse e fiducia dei mercati.
È dentro questa cornice che arriva la critica sulle accise.
“La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina, attuata per attutire l’impatto dello shock, dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”, scrive il Fondo monetario.
La logica è semplice: se il sostegno è per tutti, aiuta anche chi non ne ha bisogno; se invece è mirato, costa meno al bilancio pubblico e protegge meglio chi subisce davvero il colpo dell’aumento dei prezzi.
Pronta la replica dell’Unione consumatori
“Non è certo la prima volta che Fmi, agenzie di rating e compagnia bella, prendono un abbaglio. Singolare la tesi di sostituire il taglio delle accise con misure mirate per le famiglie vulnerabili o che le misure che mitigano l’aumento dei prezzi non devono smorzare l’incentivo a ridurre i consumi energetici” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“E’ vero che si potrebbe introdurre uno sconto carburanti solo per fasce specifiche della popolazione, seguendo il sistema introdotto da alcune regioni come la Lombardia per chi abita vicino al confine con la Svizzera, ma al FMI, dove evidentemente conoscono un po’ di teoria ma poca pratica, dovrebbero sapere che un provvedimento di questo tipo richiederebbe tempi di attuazione biblici, incompatibili con un’emergenza come quella arrivata con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Al FMI dovrebbero poi conoscere gli effetti che gli aumenti dei beni energetici hanno sull’inflazione e di conseguenza sul sistema economico: riduzione del potere d’acquisto delle famiglie → consumi a picco → recessione” prosegue Dona.
Accise, una misura immediata ma costosa
Il taglio delle accise ha un vantaggio politico evidente: si vede subito sul prezzo alla pompa. Per famiglie, autotrasportatori e imprese energivore è un intervento immediato, comprensibile e facilmente comunicabile. Ma ha anche un limite strutturale: è una misura orizzontale, cioè vale per tutti, indipendentemente dal reddito, dal bisogno reale o dalla capacità di assorbire il rincaro.
Il governo aveva già speso circa 700 milioni di euro per ridurre le accise su benzina e diesel per poco più di 40 giorni fino al primo maggio. In seguito l’esecutivo ha valutato e poi prorogato ulteriormente il taglio, con un impatto più concentrato sul diesel rispetto alla benzina, in risposta ai rincari legati alla crisi energetica e alle tensioni in Medio Oriente.

La posizione del Fmi non è quindi una contestazione della necessità di aiutare famiglie e imprese, ma del modo scelto per farlo. Nel rapporto, gli economisti del Fondo indicano che gli interventi per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanei, neutrali per il bilancio, ben mirati e costruiti in modo da non ridurre l’incentivo a contenere i consumi energetici.
La richiesta italiana a Bruxelles
Il tema delle accise si lega direttamente al secondo dossier: la flessibilità europea. Roma chiede che le spese sostenute per fronteggiare il caro energia possano essere trattate con una logica simile a quella prevista per le spese di difesa. Meloni ha spiegato che il contenimento dei prezzi dell’energia resta una priorità nazionale, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che troverebbe “imbarazzante” chiedere margini di bilancio per la difesa e non per i costi energetici.

Il riferimento è alla national escape clause, la clausola nazionale di salvaguardia prevista nel nuovo quadro europeo per consentire maggiore spazio di bilancio su specifiche spese di difesa. Per la difesa, la flessibilità può valere per quattro anni, dal 2025 al 2028, con un margine fino all’1,5% del Pil all’anno rispetto al percorso di spesa netta concordato.
L’Italia chiede, in sostanza, che anche l’energia venga considerata una voce eccezionale, perché il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni e quindi più esposto agli shock sui prezzi internazionali. Ma la Commissione europea, finora, non ha dato segnali di apertura piena.
Il 3 giugno il passaggio europeo
La risposta di Bruxelles potrebbe arrivare il 3 giugno, quando il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis presenterà il cosiddetto pacchetto di primavera del Semestre europeo, cioè l’insieme delle valutazioni sui bilanci e sulle politiche economiche degli Stati membri. La soluzione chiesta dall’Italia, cioè una flessibilità alternativa all’estensione della clausola per la difesa, sarebbe stata di fatto respinta; resterebbero margini tecnici su fondi di coesione e Pnrr, ma non un via libera generale allo scorporo delle spese energetiche dal calcolo dei vincoli.
Se Bruxelles dovesse rispondere con un no, o con un’apertura molto limitata, il governo avrebbe meno spazio per prorogare misure costose come il taglio delle accise senza compensazioni. E sarebbe costretto ad una revisione delle priorità di spesa.
Il nodo dei conti pubblici
La questione non riguarda solo il prezzo dei carburanti. Riguarda il rapporto tra consenso, protezione sociale e sostenibilità del bilancio. L’Italia è già sotto osservazione per l’alto debito pubblico e deve muoversi dentro il nuovo Patto di stabilità, che chiede percorsi di aggiustamento più credibili e controllati.
Per questo il messaggio del Fmi e quello che potrebbe arrivare da Bruxelles si somigliano: aiutare sì, ma non con misure generalizzate e permanenti. Il Fondo monetario chiede trasferimenti mirati alle famiglie vulnerabili. La Commissione, salvo sorprese, sembra orientata a non trasformare l’emergenza energia in una deroga ampia alle regole fiscali.
La partita, quindi, è tutta negli equilibri economici: proteggere il potere d’acquisto senza allargare troppo il deficit; sostenere imprese e autotrasporto senza indebolire il percorso di rientro del debito; chiedere flessibilità all’Europa senza apparire fuori linea rispetto alle nuove regole comuni. Il 3 giugno, da Bruxelles, potrebbe arrivare un primo chiarimento.