La Spagna ha vinto i Mondiali di calcio 2026 disputati in USA, Canada e Messico. Non la squadra più forte in assoluto a livello di singoli, ma di certo il collettivo più organizzato ed efficace: difensivamente roccioso, padrone del gioco e cinico in attacco. Anche l’Argentina, campione in carica uscente, si è dovuta arrendere alle Furie Rosse.
Risultato finale 1 a 0, in una partita andata ai supplementari e generalmente sotto le aspettative, in cui hanno prevalso i contrasti fisici rispetto alla qualità tecnica, dimostrata soprattutto dalla Spagna. A dimostrazione di ciò si possono citare le statistiche del match: in 120 minuti totali l’Argentina ha fatto solo tre tiri, di cui zero in porta, a fronte delle venti conclusioni tentate dalla Spagna, undici nello specchio.
Insomma, nel campo del MetLife Stadium di New York/New Jersey è stato predominio spagnolo, così come lo è stato durante tutto l’arco della competizione.
Trump consegna la Coppa del Mondo alla Spagna del “nemico” Sanchez
Un Mondiale in cui, strada facendo, è parso sempre più chiaro chi avrebbe sollevato al cielo la coppa. Quella che, domenica 19 luglio 2026, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, insieme al Presidente FIFA Gianni Infantino, ha dovuto consegnare nelle mani di Rodri, capitano della Spagna.
Una sorta di beffa, quindi, per il Capo della Casa Bianca, che nel Mondiale “casalingo” ha premiato la Nazionale del rivale politico Pedro Sanchez, politico socialista, rispetto a quella dell’alleato Javier Milei, presidente dell’Argentina.

Un rapporto quello tra Trump e Sanchez che anche nell’anno in corso ha vissuto di diversi momenti di tensione nell’ambito geopolitico internazionale. Il capo di governo spagnolo, infatti, non si è mai risparmiato in forti critiche nei confronti di Israele, alleato degli USA, riguardo i continui attacchi nella Striscia di Gaza, definiti esplicitamente “genocidio”.
Sanchez si è poi opposto alla guerra contro l’Iran, negando agli Stati Uniti, alleato NATO, l’uso delle basi americane in Spagna per attacchi in Medio Oriente. Infine, sempre nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, Madrid si sta dimostrando riluttante nell’aumentare le spese militari, raggiungendo l’obiettivo del 5% del PIL (come richiesto dagli USA, che hanno minacciato di lasciare la NATO se i suoi alleati non si assumeranno una maggiore responsabilità).
Trump stesso, durante l’ultimo vertice NATO ad Ankara (Turchia), ha parlato di Sanchez e della Spagna in questi termini:
“E’ un pessimo alleato, non voglio avere rapporti con loro, i rapporti commerciali sono finiti, sono un caso senza speranza: ci sono anche un altro paio di Paesi, ma la Spagna è particolarmente ostile”.
Frizioni che però, in un giorno di festa come quello della finale dei Mondiali, sono state momentaneamente messe da parte, accantonate attraverso una stretta di mano “di facciata” che i due leader si sono scambiati prima dell’inizio del match.

E alla fine chissà quanto avrà metaforicamente goduto Sanchez nel vedere Trump consegnare la Coppa del Mondo ai calciatori della Spagna. Una premiazione che, tra l’altro, ha visto alcuni giocatori spagnoli non guardare in faccia o non stringere la mano del Presidente USA, in aperta opposizione alle azioni americane in Medio Oriente o agli attacchi fatti dall’alleato Israele in Palestina.
Un Trump che, come fatto l’anno precedente per la finale del Mondiale per Club, ha tentato ancora di restare in mezzo ai vincitori nel momento dell’alzata di coppa, ma questa volta è stato “gentilmente” invitato a farsi da parte, restando comunque all’interno dell’inquadratura televisiva durante la festa spagnola. Una scena che ha comunque creato imbarazzo tra i calciatori spagnoli.
🚨⚡️ #Urgent | 🇺🇸🇪🇸 Trump reste sur scène pendant que l’équipe espagnole soulève le trophée de la Coupe du monde. pic.twitter.com/DxZMvgPDJQ
— Le Monde Multipolaire (@MMultipolaire) July 19, 2026
Un mondiale politico
Anche una bordata di fischi e buu ha accompagnato l’ingresso in campo di Trump e Infantino prima della cerimonia di premiazione. Mondiali che certamente passano alla storia non solo per l’allargamento a 48 Nazionali (il numero di partecipanti più grande di sempre), ma anche per alcune vicissitudini politiche che hanno caratterizzato il percorso della Coppa del Mondo.
In particolare, la vicenda più eclatante è stata quella del “caso Balogun“, l’attaccante degli USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, ma la cui squalifica è stata sospesa dalla FIFA, con il giocatore statunitense che così è potuto scendere in campo negli ottavi contro il Belgio. Un episodio che mai era accaduto nella storia dei Mondiali e che si è verificato a seguito di alcune pressioni fatte da Trump nei confronti di Infantino.
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Di mezzo, ovviamente, c'è stata anche la cattiva gestione della Nazionale dell'Iran da parte della FIFA. Complice la guerra in Medio Oriente, la Federazione iraniana è stata "esiliata" a Tijuana, in Messico, come sede del ritiro, costretta a entrare e uscire rapidamente dagli USA, con un visto lampo, per giocare le partite dei gironi. Diversi membri dello staff iraniano, inoltre, sono rimasti bloccati in Messico perché è stato loro negato il visto per entrare negli Stati Uniti.
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