Dopo la sentenza di primo grado sul caso di Giulio Regeni – tre 007 egiziani sono stati condannati a dieci anni per sequestro – si è aperto uno scontro politico, che ha visto finire nell’occhio del ciclone il Vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
“Non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone”.

Schlein: “Persa occasione per tacere”
Sono state queste le parole, pronunciate a margine della sentenza, su cui l’opposizione ha avuto da ridire. In particolare, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, da sempre vicina ai familiari di Giulio Regeni nella ricerca della verità (presente anche al sit-in davanti Tribunale di Roma nel giorno del processo di primo grado), ha commentato così le dichiarazioni di Tajani:
“Ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza che condanna tre componenti dell’apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi – La segretaria dem ha poi aggiunto – Parole gravi perché arrivano proprio quando la giustizia ha compiuto un importante passo avanti. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio: adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un’iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all’Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito”.

I tre condannati in primo grado – i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif (mentre il generale Tariq Sabir è stato assolto) – non erano presenti in Tribunale e sono tuttora formalmente irreperibili perché l’Egitto si è rifiutato di fornire gli indirizzi per recapitare gli atti processuali.
Su questo aspetto, da Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono rivolti direttamente alla Premier:
“Chiami Al Sisi e pretenda l’estradizione dei condannati”.
Meloni: “Chiudere canali col Cairo non ci avvicina alla verità”
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che inizialmente non ha riferito nulla in merito alla sentenza Regeni, a seguito dello scontro politico con al centro Tajani ha rilasciato alcune dichiarazioni mentre si trova a Praga, per un viaggio istituzionale in Repubblica Ceca:
“Voglio ribadire la mia vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni, alla loro richiesta che è anche la nostra di verità e giustizia. Lo Stato italiano parte civile nel processo, quindi anche noi siamo assolutamente determinati a cercare la verità sulla vicenda – La Premier ha poi aggiunto – La sentenza non è ancora passata in giudicato, quindi tutto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo. Posso dire che in questa ricerca di verità e giustizia noi abbiamo sempre utilizzato tutti i canali. Noi abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo, ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi”.

Tajani chiarisce
Ma anche lo stesso Tajani, incalzato dalla stampa, ha voluto precisare la sua posizione, rispondendo alle forze di opposizione. Inizialmente si è detto “stupito dalle polemiche“, dato che si è “limitato a fotografare la sentenza“. Dopodiché ha corretto il tiro:
“Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l’azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata, non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L’attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità”.
A ciò ha anche aggiunto:
“Noi siamo determinatissimi, stiamo dalla parte della vittima, cioè dalla parte di Regeni, dalla parte della famiglia. Vogliamo che i colpevoli siano individuati. Ho detto soltanto che la sentenza di ieri non ha individuato gli assassini, ci ha detto soltanto chi sono coloro che hanno sequestrato Regeni. Lo Stato si è costituito, il governo si è costituito parte civile, quindi non abbiamo cambiato idea, andiamo avanti. Quando si tratta di essere cauti o non cauti. C’è stata una sentenza che non ho fatto io, non ero membro della giuria. La giuria ha condannato tre persone per il sequestro, non li ha condannati per l’omicidio, addirittura una l’ha assolta. Ecco, io vorrei che si potesse andare avanti e sapere chi sono gli assassini di Regeni. E purtroppo è la sentenza, non l’ho fatta io. Dirò sempre le stesse cose, quella che è la verità, come ho sempre detto. Però strumentalizzare alcune cose non mi pare che sia molto corretto“.
La vicenda Regeni, così come quelle di altri nostri connazionali (Patrick Zaki e Nessy Guerra), si inserisce nel quadro dei rapporti tra Italia ed Egitto.
Mentre sul caso del ricercatore italiano la volontà è quella di perseguire la verità dell’omicidio, sul fronte diplomatico il Governo intende proseguire la linea di politica estera col Cairo, rispettando gli impegni geopolitici e commerciali con un Paese influente nel mondo arabo e nel Mediterraneo, nonostante da anni sia guidato dal regime di Al Sisi.
In merito a Giulio Regeni, le autorità egiziane si sono sempre dimostrate poco collaborative, agendo anzi anche attraverso vari depistaggi.