Ieri, 10 settembre 2026, è andata in scena una vera e propria bagarre intorno alla nuova legge elettorale. Cerchiamo di comprendere quali sono gli elementi di novità introdotti e cosa cambia nel concreto.
La nuova legge elettorale introduce un sistema che prova a mettere insieme due obiettivi: garantire la rappresentanza proporzionale dei partiti e assicurare una maggiore stabilità alla coalizione vincitrice.
Il meccanismo previsto resta basato su un sistema proporzionale con premio di maggioranza. La coalizione o la lista che raggiunge almeno il 42% dei voti ottiene un premio aggiuntivo di seggi: 70 deputati alla Camera e 35 senatori al Senato, entro comunque un tetto massimo di rappresentanza. Se nessuna forza politica raggiunge questa soglia, oppure se il risultato tra Camera e Senato fosse diverso, scatterebbe invece un sistema di distribuzione dei seggi con criterio proporzionale puro.
L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è evitare governi troppo deboli e garantire maggiore continuità dopo le elezioni.
Tornano le preferenze, ma con un limite: resta il capolista bloccato
La novità più discussa riguarda il ritorno delle preferenze, cioè la possibilità per gli elettori di indicare direttamente uno o più candidati.
Nel sistema approvato dalla maggioranza, però, la scelta non sarà completamente libera: resterà infatti un capolista bloccato, cioè un candidato scelto dal partito che entrerà automaticamente in Parlamento se la lista ottiene un seggio.
Gli altri candidati presenti nella lista potranno invece essere scelti dagli elettori attraverso le preferenze. Il meccanismo prevede un modello simile a quello già utilizzato in alcune esperienze regionali, con una lista di nomi sulla scheda e la possibilità di esprimere più preferenze rispettando l’alternanza di genere.
È proprio questo punto ad aver acceso lo scontro politico: la maggioranza parla di un ritorno della scelta degli elettori, mentre le opposizioni sostengono che la presenza dei capilista bloccati lasci ancora troppo potere alle segreterie dei partiti.
Con il sistema precedente, il cittadino votava una lista senza poter modificare l’ordine dei candidati deciso dai partiti. La riforma cambia questo meccanismo introducendo una forma di scelta diretta, ma mantiene una parte di nomine decise dai partiti attraverso i capilista.
Il nuovo sistema crea tre categorie di candidati: chi viene indicato come capolista bloccato; chi corre nella lista e può essere scelto con le preferenze; chi può beneficiare dei meccanismi legati al premio di maggioranza.
È proprio questa struttura ibrida ad aver generato le maggiori critiche delle opposizioni.
Indicazione del candidato premier
Un’altra modifica riguarda il rapporto tra elezioni e formazione del governo. La legge prevede che le liste o le coalizioni indichino, al momento della presentazione del simbolo elettorale, il nome della persona che intendono proporre come Presidente del Consiglio.
Il nome del premier non comparirà direttamente sulla scheda elettorale, ma dovrà essere indicato insieme al programma politico. La mancata indicazione comporterebbe l’inammissibilità della lista.
La maggioranza considera questa norma un modo per rendere più chiaro il rapporto tra voto degli elettori e formazione del governo. Le opposizioni parlano invece di un avvicinamento al modello del premierato senza una vera riforma costituzionale.
Niente ballottaggio
Durante il percorso parlamentare è stata valutata anche l’ipotesi di introdurre un secondo turno elettorale, ma questa possibilità è stata esclusa. Il sistema non prevede un ballottaggio fra le forze più votate. Il premio di maggioranza scatterà direttamente al raggiungimento della soglia prevista.
Le soglie per entrare in Parlamento restano
La riforma mantiene le soglie di sbarramento già previste dal Rosatellum.
Restano quindi: il 3% dei voti per le liste singole ed il 10% per le coalizioni. La novità riguarda alcuni correttivi per le liste collegate alle coalizioni, con l’obiettivo di evitare che piccoli partiti possano incidere sulla distribuzione dei seggi senza un reale consenso elettorale.
Cambiano le regole per la raccolta delle firme
La legge interviene anche sulla presentazione delle liste. I partiti già rappresentati in Parlamento con un gruppo costituito entro la data stabilita dalla norma saranno esonerati dalla raccolta delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni.
Per le nuove formazioni politiche, invece, rimarrà l’obbligo di raccogliere firme, con un numero più elevato rispetto al passato. Una scelta criticata dalle forze più piccole, che la considerano un ostacolo alla partecipazione. La nuova soglia, infatti, supera le 700.000 firme totali a livello nazionale.
Cambia anche il voto degli italiani all’estero
La riforma modifica il sistema della circoscrizione estero. Le aree geografiche vengono ridotte: alla Camera passano a due grandi ripartizioni, mentre al Senato viene prevista una sola area.
Secondo la maggioranza la modifica dovrebbe semplificare il sistema; secondo i critici rischia invece di ridurre la rappresentanza delle diverse comunità italiane nel mondo.
Arriva il voto per i fuori sede
Fra le novità c’è anche la possibilità per alcuni cittadini di votare lontano dal proprio comune di residenza. La norma riguarda soprattutto studenti universitari, lavoratori e persone che vivono temporaneamente in un’altra città. Per accedere alla possibilità di voto fuori sede saranno necessari determinati requisiti, tra cui un periodo minimo di permanenza fuori dal Comune di residenza.
Il nodo politico: più scelta agli elettori o più potere ai partiti?
Per il centrodestra il ritorno delle preferenze rappresenta una svolta perché consente nuovamente agli elettori di indicare i candidati. Per le opposizioni, invece, il mantenimento dei capilista bloccati rende la modifica incompleta: una parte dei parlamentari continuerebbe comunque a essere scelta dalle strutture dei partiti.
La riforma cambia il modo in cui saranno eletti i parlamentari, ma il vero punto di scontro resta uno: chi avrà l’ultima parola nella scelta degli eletti, gli elettori o le segreterie politiche?