Una giornata di tensione, una lunga pausa dei lavori e infine la ricomposizione della maggioranza. La riforma della legge elettorale supera lo scoglio del Senato, giovedì 10 settembre 2026, ma il confronto sulle preferenze lascia emergere nuove crepe all’interno del centrodestra.
Il momento più delicato arriva quando il Partito Democratico presenta un subemendamento per modificare il testo della maggioranza e introdurre quelle che le opposizioni definiscono “preferenze vere”, cioè la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i candidati senza il sistema dei capilista bloccati.
Per alcune ore sembra possibile una convergenza inattesa tra Fratelli d’Italia e opposizioni, anche alla luce delle posizioni storicamente favorevoli alle preferenze espresse in passato da Giorgia Meloni. L’ipotesi, però, fa scattare l’allarme in Forza Italia e Lega, che avvertono: modificare l’accordo raggiunto nella maggioranza rischierebbe di far saltare l’intera riforma. Alla fine il centrodestra ritrova la compattezza e respinge gli emendamenti delle opposizioni.
Meloni celebra il risultato sui social:
Le #preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di @FratellidItalia.
Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo…— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) September 10, 2026
Il testo approvato: tornano le preferenze, ma restano i capilista bloccati
Il cuore dell’accordo della maggioranza è l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia e approvato dal Senato. La modifica prevede il ritorno delle preferenze dopo oltre trent’anni, ma mantiene anche una quota di capilista bloccati. È proprio questo punto a rappresentare il principale motivo di scontro politico.
Secondo il centrodestra, la riforma restituisce agli elettori la possibilità di scegliere i candidati e supera il sistema introdotto con il Porcellum e poi mantenuto, con alcune modifiche, dal Rosatellum. La maggioranza rivendica il risultato come una propria battaglia politica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato che “le preferenze tornano su proposta di FdI”, accusando la sinistra di non essere credibile sul tema.
Di diverso avviso le opposizioni, secondo cui il meccanismo approvato non rappresenterebbe una vera scelta degli elettori perché la presenza dei capilista bloccati continuerebbe a garantire ai partiti un forte controllo sulla composizione delle liste.
Il braccio di ferro dentro la maggioranza
Dietro il voto finale compatto si è consumato però un confronto interno al centrodestra. A creare tensione è stata soprattutto la possibilità che Fratelli d’Italia potesse valutare un’apertura verso alcune modifiche proposte dalle opposizioni.
Il sottosegretario Alberto Balboni, esponente di FdI, aveva riconosciuto che il tema delle preferenze fosse reale, pur definendo gli emendamenti dell’opposizione una “provocazione”. La situazione ha portato alla convocazione di un vertice di maggioranza con la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, i capigruppo del centrodestra e i rappresentanti dei partiti. L’obiettivo era evitare una spaccatura sul provvedimento più delicato della legislatura: una crisi sul voto della legge elettorale avrebbe avuto infatti un peso politico molto più ampio del semplice contenuto tecnico della riforma.
Alla fine – con non poche difficoltà – la linea comune è stata confermata: nessuna modifica al testo concordato.
Il voto del Senato e la festa di Fratelli d’Italia
L’Aula di Palazzo Madama ha quindi bocciato gli emendamenti delle opposizioni sulle preferenze e approvato il testo della maggioranza. Fratelli d’Italia ha celebrato il risultato mostrando in Aula alcuni cartelli con la scritta:
“Con noi le preferenze, con loro zero preferenze”.
Per il centrodestra il voto dimostra la capacità della coalizione di trovare una sintesi interna. Per le opposizioni, invece, rappresenta una contraddizione rispetto alle promesse fatte negli anni sul rapporto tra cittadini ed eletti.
Le accuse delle opposizioni: “Preferenze solo di facciata”
Il fronte delle opposizioni ha reagito duramente all’approvazione dell’emendamento della maggioranza, contestando soprattutto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo Pd, Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Azione e Alleanza Verdi e Sinistra, il ritorno delle preferenze sarebbe solo parziale e non restituirebbe realmente agli elettori il potere di scegliere i parlamentari.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha attaccato la maggioranza accusandola di aver rinunciato alla promessa di una maggiore partecipazione democratica:
“Per non perdere la legge, Meloni ha perso la faccia”. Secondo la leader dem, il problema resta il fatto che “la maggioranza dei parlamentari sarà eletta con lista bloccata”, mantenendo quindi un forte controllo dei partiti sulla selezione dei candidati.
Duro anche il commento del presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha definito il provvedimento una “legge truffa” e ha accusato il governo di aver costruito una riforma solo apparentemente favorevole alla scelta degli elettori:
“Meloni si smentisce ancora una volta e, nascondendosi dietro la fedeltà alla maggioranza, vota contro la possibilità che i cittadini possano esprimere delle vere preferenze”.
In Aula è intervenuto anche Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che ha scelto di rileggere un vecchio intervento della stessa Giorgia Meloni favorevole alle preferenze, contestando la coerenza della presidente del Consiglio. Il riferimento era alle posizioni espresse dalla leader di Fratelli d’Italia negli anni precedenti sulla necessità di restituire agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti.
Critiche anche da Carlo Calenda, leader di Azione, che ha contestato l’impianto complessivo della riforma, sostenendo che il sistema continui a privilegiare le decisioni delle segreterie dei partiti rispetto alla scelta degli elettori.
Alleanza Verdi e Sinistra ha parlato di un intervento negativo sul piano democratico, accusando la maggioranza di aver introdotto una riforma che non elimina realmente il controllo dei partiti sulle candidature.
Per le opposizioni non basta reintrodurre formalmente le preferenze se una parte degli eletti continua a essere garantita dai capilista bloccati. Da qui l’accusa di una riforma solo parziale, lontana da una piena restituzione del potere di scelta agli elettori.

Il nodo delle quote di genere
Fra i temi che potrebbero riaccendere il confronto c’è anche quello delle quote di genere. La nuova formulazione della norma modifica il sistema previsto dal Rosatellum, eliminando alcune regole relative alla composizione delle liste e ai capilista.
Una questione che in passato aveva già provocato proteste anche all’interno della stessa maggioranza, soprattutto da parte di alcune parlamentari. Il tema potrebbe tornare al centro del dibattito nei prossimi passaggi parlamentari.
Il caso delle firme per i nuovi partiti
Un altro punto destinato a creare discussione riguarda le regole per la presentazione delle liste da parte dei partiti che non sono già presenti in Parlamento. La riforma prevede un aumento delle firme necessarie per partecipare alle elezioni, una misura criticata dalle forze più piccole che la considerano un ostacolo alla partecipazione politica.
Secondo i critici, il rischio sarebbe quello di rendere più difficile l’ingresso di nuove formazioni nella competizione elettorale. La maggioranza difende invece la norma come uno strumento per evitare candidature improvvisate e garantire maggiore stabilità al sistema.
Ora la partita si sposta alla Camera
Il passaggio al Senato non chiude però la partita. La riforma dovrà affrontare un nuovo esame alla Camera dei deputati, dove il clima potrebbe essere ancora più complesso, anche per la possibilità di un confronto più serrato e dell’eventuale ricorso al voto segreto.
Proprio questo elemento rappresenta una delle principali incognite per il governo: eventuali malumori interni alla maggioranza potrebbero emergere più facilmente. Per questo motivo non è escluso che l’esecutivo valuti strumenti politici per blindare il provvedimento.