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Zelensky: “Un decimo dei patriot degli Usa basterebbe a fermare tutti i missili di Putin”

Intanto nel Golfo Perisco Trump continua a rivendicare il controllo dello stretto di Hormuz. E in Libano l'Italia potrebbe finire in un organismo di controllo per il disarmo di Hezbollah

Zelensky: “Un decimo dei patriot degli Usa basterebbe a fermare tutti i missili di Putin”

Ucraina, Iran e Medio Oriente sono crisi profondamente diverse, ma nelle ultime ore stanno facendo emergere lo stesso problema.

Zelensky chiede agli Stati Uniti le armi necessarie per rendere credibile la difesa dell’Ucraina. Trump sostiene di avere il controllo militare di Hormuz, ma deve ancora convincere le navi commerciali che lo stretto sia davvero sicuro. A Gaza e in Libano il nodo è stabilire chi controllerà che Hamas e Hezbollah consegnino effettivamente le armi mentre Israele si ritira.

La diplomazia sta cercando accordi, ma su tutti e tre i fronti la questione decisiva resta quello che viene dopo.

Zelensky: “Con il 10% dei Patriot Usa fermeremmo tutti i missili balistici russi”

A Volodymyr Zelensky basterebbe una frazione dell’arsenale americano. In un’intervista alla CNN, il presidente ucraino ha sostenuto che se Washington vendesse a Kiev il 10% delle proprie scorte di intercettori Patriot, l’Ucraina sarebbe in grado di abbattere tutti i missili balistici lanciati dalla Russia. Con il 5%, ha aggiunto, sarebbe già possibile “superare l’inverno e salvare vite”.

Kiev ha quasi esaurito gli intercettori Patriot, uno dei pochi sistemi disponibili in Ucraina capaci di contrastare efficacemente i missili balistici russi. Nelle ultime settimane Mosca ha intensificato gli attacchi proprio mentre le forniture occidentali si riducevano.

Secondo Zelensky, nel 2026 l’Ucraina ha ricevuto due volte e mezzo meno intercettori rispetto al 2025, mentre il numero mensile di missili balistici russi sarebbe raddoppiato. Il presidente sostiene che Kiev disponga oggi dell’equivalente di appena l’1% delle attuali scorte americane, da qui la sua richiesta di arrivare almeno al 5%.

La guerra con l’Iran ha svuotato anche i magazzini occidentali

Dietro la scarsità c’è anche il secondo grande conflitto che coinvolge direttamente Washington. La guerra con l’Iran ha aumentato enormemente la domanda americana e degli alleati del Golfo di sistemi antimissile, riducendo la disponibilità per l’Ucraina. Reuters aveva già registrato nelle scorse settimane il forte calo delle consegne a Kiev e la difficoltà industriale di ricostituire rapidamente le scorte.

Volodymyr Zelensky
Volodymyr Zelensky

Trump ha promesso di consentire all’Ucraina di partecipare alla produzione dei missili Patriot PAC-3, ma è una soluzione di medio-lungo periodo: aprire nuove linee produttive, trasferire tecnologie e aumentare i volumi richiede tempo. Per Kiev il problema è invece immediato e riguarda soprattutto il prossimo inverno.

Trump: “Abbiamo il controllo totale di Hormuz”

Nel frattempo Donald Trump rivendica un risultato molto diverso sul fronte iraniano. Mercoledì ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno il “controllo totale” dello Stretto di Hormuz, definendo il dispositivo navale americano una “WALL OF STEEL”, un muro d’acciaio contro il quale, sostiene, Teheran non potrebbe fare nulla.

Hormuz è il collo di bottiglia attraverso il quale passa una quota fondamentale delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Ma tra la rivendicazione politica della Casa Bianca e la situazione sul mare rimane una distanza significativa.

Martedì soltanto otto navi avrebbero attraversato lo stretto, contro le 130-140 al giorno registrate prima della guerra. Altre rilevazioni indicano che pochissime imbarcazioni stanno utilizzando effettivamente il corridoio protetto dagli Stati Uniti: compagnie, armatori e assicuratori continuano evidentemente a considerare l’area ad altissimo rischio.

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Donald Trump

Il controllo militare americano, dunque, non equivale ancora a un ritorno alla normale libertà di navigazione.

Il negoziato con Teheran resta bloccato

Stati Uniti e Iran continuano parallelamente a negoziare, attraverso Oman, un meccanismo che permetta di riaprire stabilmente Hormuz. Teheran chiede però concessioni americane e compensazioni legate alla guerra, mentre Trump ha avanzato a sua volta richieste di risarcimento per le vittime degli attacchi iraniani.

Il risultato è uno stallo nel quale Washington rivendica la superiorità militare ma il traffico commerciale resta una frazione di quello precedente al conflitto. Anche i dati sui volumi di petrolio effettivamente usciti dal Golfo sono oggi controversi: le stime dell’amministrazione americana risultano sensibilmente superiori a quelle ricavate dai principali sistemi privati di tracciamento delle petroliere.

Gaza, il piano sul disarmo di Hamas resta in piedi

Il terzo fronte è Gaza. Il piano promosso da Trump prevede il progressivo disarmo di Hamas e delle altre milizie, accompagnato dal ritiro graduale dell’esercito israeliano e dall’insediamento di un’amministrazione palestinese tecnocratica sostenuta internazionalmente.

Il nodo continua però a essere la sequenza. Benjamin Netanyahu sostiene che Israele non si ritirerà finché Hamas non avrà consegnato completamente le armi; Hamas accetta invece un processo graduale e pretende che disarmo e ritiro israeliano procedano parallelamente. Nonostante lo scontro, il Board of Peace americano assicura che il piano è ancora operativo.

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Trump-Netanyahu

Il progetto prevede anche una International Stabilization Force, chiamata a sostenere la transizione, addestrare le nuove forze di polizia palestinesi e contribuire alla sicurezza del territorio. Finora solo pochi Paesi hanno manifestato disponibilità concreta a fornire truppe.

E l’Italia?

Non risulta al momento che l’Italia sia stata scelta per far parte di uno specifico organismo incaricato di verificare materialmente il disarmo di Hamas a Gaza.

Roma è però già coinvolta politicamente nel dossier: l’Italia partecipa come osservatore al Board of Peace promosso da Trump e il governo ha dichiarato la propria disponibilità ad addestrare la futura polizia palestinese di Gaza e a contribuire alla stabilizzazione dell’enclave.

La notizia nuova delle ultime ore riguarda invece il Libano. Secondo Reuters, Israele e Libano hanno indicato Italia, Regno Unito, Svizzera e Indonesia come possibili partecipanti a un meccanismo internazionale incaricato di verificare il disarmo di Hezbollah.

Il piano lega la consegna delle armi del movimento sciita al progressivo ritiro israeliano da una fascia di circa 10 chilometri nel sud del Libano e al dispiegamento dell’esercito libanese. Non è ancora deciso se i Paesi coinvolti forniranno osservatori, personale tecnico o veri e propri contingenti militari.

Israele vorrebbe controlli molto penetranti, anche all’interno delle abitazioni private nei villaggi meridionali, mentre Beirut teme che operazioni di questo tipo possano provocare nuove tensioni. Un eventuale dispiegamento italiano richiederebbe inoltre un accordo formale e l’invito del governo libanese.