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Gaza, Trump: “Accordo storico, disarmo totale di Hamas”. Ma Israele frena

Il progetto prevede la consegna graduale delle armi, il ritiro israeliano, una forza internazionale e un governo tecnico palestinese

Gaza, Trump: “Accordo storico, disarmo totale di Hamas”. Ma Israele frena

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nella serata di giovedì 30 luglio 2026 il raggiungimento di un’intesa per il progressivo disarmo di Hamas e degli altri gruppi armati presenti nella Striscia di Gaza.

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Trump ha definito il risultato ottenuto dal Board of Peace, l’organismo internazionale da lui presieduto, un accordo “storico” e “un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature”. Secondo la versione diffusa dalla Casa Bianca, il processo dovrebbe procedere per fasi coordinate: alla progressiva smilitarizzazione della Striscia corrisponderebbe un graduale ritiro delle forze israeliane.

L’annuncio è arrivato dopo una serie di colloqui tenuti al Cairo il 30 luglio tra rappresentanti di Hamas e mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. I negoziati hanno riguardato la seconda fase del piano statunitense per Gaza, rimasta bloccata per mesi proprio sul destino delle armi di Hamas e sulle modalità del ritiro israeliano.

Una roadmap, non ancora un accordo definitivo

Nonostante i toni trionfalistici, allo stato attuale è più corretto parlare di una roadmap politica e operativa che di un accordo pienamente definito, sottoscritto e immediatamente esecutivo.

Una fonte vicina ad Hamas ha descritto a Reuters il documento come una “bozza di accordo”. Anche Associated Press ha sottolineato che, nelle ore immediatamente successive all’annuncio statunitense, né il governo israeliano né Hamas avevano formalmente confermato di avere accettato tutti i termini illustrati da Washington.

Restano infatti da concordare diversi aspetti essenziali: quali armi dovranno essere consegnate, chi ne assumerà il controllo, come saranno neutralizzati tunnel e infrastrutture militari, quali garanzie verranno offerte alle parti e quale organismo certificherà il rispetto degli impegni.

Il nodo decisivo: chi deve muoversi per primo

La principale divergenza riguarda la sequenza delle operazioni. Ghazi Hamad, componente della delegazione negoziale di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che il gruppo non compirà passi verso il disarmo prima del ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. Hamas sostiene quindi che la consegna delle armi debba essere subordinata alla fine degli attacchi e dell’occupazione militare israeliana.

Israele mantiene una posizione opposta. Un funzionario israeliano citato da Reuters ha affermato che la smilitarizzazione completa di Gaza, compresa la rimozione delle armi e delle infrastrutture militari, dovrebbe costituire una condizione preliminare per qualsiasi ulteriore fase del processo. Secondo la stessa fonte, Israele avrebbe già comunicato le proprie obiezioni a un documento di quindici punti discusso nei negoziati, giudicandolo insufficiente rispetto alle garanzie di sicurezza richieste.

Washington cerca invece di costruire un meccanismo parallelo e condizionato: Hamas dovrebbe procedere gradualmente alla consegna delle armi, mentre Israele ridurrebbe progressivamente la propria presenza militare nelle aree interessate.

Armi leggere, arsenali pesanti e tunnel

La prima fase potrebbe riguardare le armi in dotazione alle strutture di polizia attualmente collegate all’amministrazione di Hamas. Secondo funzionari statunitensi e del Board of Peace, queste armi potrebbero essere consegnate entro alcune settimane a una nuova amministrazione palestinese appoggiata dalla comunità internazionale.

Il passaggio più complesso arriverebbe successivamente. La maggior parte dei combattenti di Hamas, gli arsenali pesanti, i razzi, gli esplosivi, le armi anticarro e la rete sotterranea dei tunnel non rientrerebbero infatti nella consegna iniziale.

Una fonte vicina al gruppo palestinese ha sostenuto che le armi pesanti potrebbero essere immagazzinate sotto il controllo di un organismo palestinese, senza essere trasferite direttamente a Israele. Non è ancora chiaro se questa soluzione possa essere considerata un vero disarmo oppure soltanto una custodia controllata degli arsenali.

Tempi compresi tra sette mesi e un anno

La roadmap potrebbe richiedere da sette mesi a quasi un anno, senza considerare eventuali sospensioni provocate da violazioni, attacchi o divergenze sui controlli.

Gli stessi funzionari statunitensi hanno ammesso che il progetto non si basa sulla fiducia reciproca, ma sulla verifica progressiva di condizioni e risultati. Ogni ritiro israeliano dovrebbe corrispondere a un passaggio concreto e verificabile del disarmo.

Un nuovo governo palestinese per Gaza

Il piano prevede anche il trasferimento dell’amministrazione civile della Striscia a un Comitato nazionale palestinese composto da tecnici e figure non direttamente riconducibili alle organizzazioni armate.

Il 6 luglio Hamas aveva già annunciato lo scioglimento del proprio organismo di governo d’emergenza, dichiarando di voler facilitare il passaggio delle responsabilità amministrative al nuovo comitato. La decisione aveva rappresentato un primo arretramento formale del gruppo dalla gestione politica diretta di Gaza, senza tuttavia risolvere la questione del controllo militare e degli apparati di sicurezza.

Il futuro governo tecnico dovrebbe collaborare con il Board of Peace e occuparsi dei servizi essenziali, della distribuzione degli aiuti e dell’avvio della ricostruzione.

La forza internazionale di stabilizzazione

Un altro elemento centrale è la prevista International Stabilization Force, incaricata di assistere la nuova polizia palestinese, presidiare le aree lasciate dall’esercito israeliano e contribuire alla neutralizzazione delle infrastrutture militari.

Non sono però ancora stati definiti il numero dei militari, i Paesi partecipanti, le regole d’ingaggio e la distribuzione territoriale delle forze. Non è chiaro nemmeno se Israele accetterebbe di lasciare completamente alcune aree prima di avere ottenuto la prova dell’avvenuto disarmo.

Senza una forza internazionale già organizzata e pronta a intervenire, il rischio sarebbe quello di creare un vuoto di sicurezza tra il ritiro israeliano e l’effettivo insediamento delle nuove autorità palestinesi.

Sul terreno gli attacchi non si sono fermati

Mentre a Washington veniva annunciata la roadmap, la situazione nella Striscia rimaneva distante da una vera normalizzazione. Giovedì 30 luglio attacchi israeliani hanno provocato almeno sei morti palestinesi, tra cui due bambini, secondo fonti sanitarie locali. L’esercito israeliano ha dichiarato di avere colpito militanti di Hamas.

Le forze israeliane continuano inoltre a controllare oltre metà del territorio della Striscia. Il governo di Benjamin Netanyahu ha sostenuto nelle ultime settimane la necessità di mantenere una presenza militare estesa finché Hamas non sarà completamente disarmato.

L’accordo annunciato come “storico” potrebbe aprire la strada alla fine del conflitto e alla ricostruzione di Gaza. Ma il vero banco di prova non sarà l’annuncio di Washington: saranno le prime consegne di armi, i primi ritiri israeliani e la capacità della nuova amministrazione palestinese di esercitare un’autorità effettiva sul territorio.