Nelle scorse ore Donald Trump ha provato a fermare la nuova escalation tra Israele e Iran annunciando che un accordo potrebbe arrivare in tempi molto brevi. Il presidente americano ha parlato di negoziati nelle “fasi finali” e ha indicato una possibile intesa “entro due o tre giorni”.
Trump ha chiesto a Israele e Iran di fermarsi, sostenendo che il negoziato sulla pace sta andando avanti, ma ha avvertito che potrebbe essere ostacolato da “ignoranza o stupidità”.
Il presidente americano ha anche confermato che il blocco statunitense dei porti navali iraniani resterà in vigore fino a un accordo definitivo. Il tycoon ritiene che l’intesa sia vicina, ma vuole evitare che nuove azioni israeliane o iraniane facciano saltare il tavolo proprio nella fase conclusiva.
Il messaggio a Netanyahu
Il pressing americano si è concentrato in particolare su Benjamin Netanyahu. Trump ha riferito a Channel 12 il contenuto del colloquio con il premier israeliano e ha usato parole molto nette:
“Ho detto a Bibi, è meglio che tu stia molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti molto presto da solo contro l’Iran”.

Trump ha anche riferito che Israele era già diretto verso l’Iran e che lui sarebbe riuscito a “ridurre la portata dell’attacco”.
Netanyahu ha confermato che, almeno per il momento, il fuoco con l’Iran è cessato. Il premier israeliano ha però rivendicato il diritto di Israele a reagire. La sua posizione è stata espressa con una formula chiara:
“Attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico di Teheran, hanno smesso di attaccarci. Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciterà ogni volta che sarà necessario”.
Il cessate il fuoco, dunque, non viene presentato da Israele come una rinuncia all’azione militare. È una sospensione condizionata. Netanyahu accetta la pressione americana, ma mantiene aperta la possibilità di nuovi attacchi se Israele riterrà di essere minacciato.
Il nodo più delicato resta il Libano. Israele vuole conservare libertà d’azione contro Hezbollah, anche se dovesse essere raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Iran. Per Teheran, invece, il fronte libanese è parte integrante dell’equilibrio regionale. Proprio per questo una tregua tra Israele e Iran rischia di restare fragile se non chiarisce cosa accadrà nel sud del Libano.
Teheran sospende le operazioni, ma minaccia “attacchi più duri”
Anche l’Iran ha annunciato la sospensione delle operazioni militari contro Israele. Il quartier generale centrale dei Pasdaran ha dichiarato che le operazioni sono state fermate dopo la “ferma reazione” iraniana.
La formula scelta da Teheran non è una chiusura definitiva. L’Iran ha avvertito che, in caso di nuovi bombardamenti israeliani sul Libano, potrebbero arrivare “attacchi più duri e devastanti”. È un messaggio diretto a Israele: la sospensione vale finché il fronte libanese non viene riacceso.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha spiegato che l’Iran non abbandona “né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati”. Ha poi aggiunto: “Difenderemo con forza i diritti della nazione e non ci tireremo indietro di fronte ad alcuna minaccia”.
Raid in Libano e allarmi nel nord di Israele
Nelle scorse ore i media libanesi hanno riferito raid israeliani contro località del sud del Paese: l’esercito israeliano avrebbe colpito Az-Zrariyah, Arabsalim e Kfar Tebnit, nel distretto di Nabatieh.
Nello stesso quadro, le sirene d’allarme sono risuonate nel nord di Israele. L’Idf ha riferito il lancio di tre proiettili contro le proprie forze nel sud del Libano. Anche qui il dato essenziale è la fragilità della pausa: il fronte diretto Israele-Iran può tacere, ma i fronti collegati possono continuare a produrre incidenti, rappresaglie e nuove escalation.
Ben Gvir indagato a Roma: il caso Flotilla entra nella crisi
Nella stessa giornata, il dossier mediorientale si è intrecciato con un caso giudiziario italiano. La Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir per la vicenda della Flotilla diretta verso Gaza.

L’inchiesta italiana riguarda l’intercettazione, avvenuta nel maggio 2026, di una flottiglia di aiuti diretta a Gaza. Fra gli attivisti fermati dalle autorità israeliane c’erano anche cittadini italiani. Nell’indagine si ipotizzano reati gravi, tra cui tortura e sequestro di persona.
Il caso è diventato politicamente esplosivo anche per un video diffuso dallo stesso Ben Gvir, nel quale alcuni attivisti apparivano inginocchiati, con le mani legate dietro la schiena. In quel contesto, il ministro israeliano aveva rivolto parole di scherno alle persone fermate.
“Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”
La reazione di Ben Gvir è stata durissima:
“Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Poi ha aggiunto: “Israele non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”.
Ben Gvir ha anche rivendicato la propria posizione accanto alle forze di sicurezza israeliane:
“Non mi lascerò scoraggiare da questa o da qualsiasi altra inchiesta e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti”.
La Francia, secondo la stessa ricostruzione, ha già vietato l’ingresso a Ben Gvir.
L’Idf rivendica nuovi attacchi contro le difese iraniane
Sul piano militare, l’esercito israeliano ha rivendicato un’operazione contro sistemi di difesa strategici iraniani. L’Idf ha dichiarato che decine di caccia dell’Aeronautica israeliana, guidati dall’intelligence militare, hanno colpito sistemi dispiegati in diverse aree dell’Iran.
Secondo la versione israeliana, quei sistemi servivano a ripristinare capacità di rilevamento e difesa indebolite da precedenti operazioni. L’Idf sostiene di averli smantellati. Fonti iraniane hanno invece riferito di esplosioni nell’area di Teheran e Karaj e l’agenzia Mehr ha parlato di un drone abbattuto sopra la capitale iraniana.
Le due versioni restano contrapposte. Israele presenta l’operazione come un successo militare contro la capacità difensiva iraniana. Teheran insiste sulla propria capacità di risposta e sulla tenuta del sistema di difesa.
Il dossier nucleare
La crisi militare resta legata al dossier nucleare. L’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha chiesto all’Iran di tornare a cooperare con gli ispettori. L’8 giugno 2026, il direttore generale Rafael Grossi ha invitato Teheran a “re-engage”, cioè a riprendere un’interlocuzione effettiva con l’Agenzia.
L’Aiea non ha ancora un quadro completo sullo stato dei siti nucleari iraniani colpiti in passato dagli Stati Uniti e da Israele, né sulla collocazione di uranio arricchito a livelli vicini alla soglia militare. Gli ispettori hanno continuato alcune attività nei siti non bombardati, ma le verifiche sono rimaste limitate e il rapporto tra Aiea e Iran si è progressivamente deteriorato.
Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania hanno presentato una bozza di risoluzione al board dell’Aiea per chiedere all’Iran informazioni complete e accesso senza restrizioni. Questo punto è centrale per qualsiasi accordo. Se Trump sostiene che un’intesa può arrivare entro due o tre giorni, la credibilità dell’accordo dipenderà anche dalla possibilità di verificare cosa accade nei siti nucleari iraniani.
All’ONU il dossier sanzioni contro l’Iran
Parallelamente, il Consiglio di sicurezza dell’ONU è chiamato a discutere il lavoro del Comitato 1737 sulle sanzioni all’Iran. Security Council Report ha indicato che nel mese di giugno era atteso il briefing periodico sul comitato sanzioni e anche il rapporto semestrale del Segretario generale sull’attuazione della risoluzione 2231, quella che nel 2015 aveva sostenuto il JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano.
Il tema delle sanzioni è decisivo perché riguarda la contropartita politica ed economica che Teheran potrebbe chiedere in cambio di concessioni sul nucleare e sulla de-escalation militare. Per l’Iran, un accordo senza benefici economici sarebbe difficile da sostenere. Per gli Stati Uniti, al contrario, un alleggerimento troppo rapido delle misure contro Teheran sarebbe politicamente rischioso senza garanzie verificabili.
Hormuz, Bab al-Mandab e petrolio: perché la tregua interessa anche i mercati
La crisi non è soltanto militare. L’Iran ha minacciato di estendere il blocco non solo allo Stretto di Hormuz, ma anche a Bab al-Mandab. Sono due passaggi fondamentali per il commercio internazionale e per le rotte energetiche.
Il tema è particolarmente importante per l’Europa. Un’escalation nel Golfo o nel Mar Rosso avrebbe effetti sui costi energetici, sui noli marittimi, sulle assicurazioni e sulle catene di approvvigionamento.