memorandum

Salta la ratifica in Svizzera dell’accordo di pace fra Usa e Iran (ma Hormuz resta sempre aperto)

Era in programma per oggi, venerdì 19 giugno 2026. L'annuncio dato dal Governo elvetico: nessuna cerimonia a Lucerna. Dichiarazioni opposte di Khameini e Trump

Salta la ratifica in Svizzera dell’accordo di pace fra Usa e Iran (ma Hormuz resta sempre aperto)

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmato nei giorni scorsi per fermare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare un negoziato di 60 giorni sul dossier nucleare, entra subito nella sua fase più delicata. Oggi, venerdì 19 giugno 2026, al Bürgenstock, il resort svizzero sopra Lucerna scelto dalla diplomazia elvetica come sede del primo incontro operativo, doveva svolgersi il passaggio formale di attuazione dell’intesa: non una nuova trattativa da zero, ma il primo tavolo tra Washington, Teheran e i mediatori per trasformare il memorandum in un percorso negoziale concreto.

Quel passaggio, però, è saltato. Il Governo svizzero ha annunciato il rinvio dei colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan, spiegando che Berna resta pronta a facilitare la ripresa del processo. La notizia non significa che l’accordo sia stato cancellato: il memorandum risulta già firmato e lo Stretto di Hormuz resta aperto. Significa però che la fase più difficile, quella dell’attuazione, comincia con un rinvio e con dichiarazioni politiche opposte tra Teheran e Washington.

Salta la ratifica in Svizzera dell’accordo di pace fra Usa e Iran

Da una parte Donald Trump rivendica il memorandum come un passaggio verso una pace completa e chiede il cessate il fuoco su tutti i fronti, incluso il Libano. Dall’altra Mojtaba Khamenei autorizza il negoziato, ma precisa che l’Iran non accetterà richieste eccessive e che parlare direttamente con gli Stati Uniti non significa adottare la posizione americana. È dentro questa doppia lettura che va interpretato il rinvio svizzero: Hormuz resta aperto, ma la pace resta fragile.

Salta la ratifica in Svizzera dell'accordo di pace fra Usa e Iran (ma Hormuz resta sempre aperto)
Mojtaba Khamenei

Cosa doveva accadere oggi

Il 17 giugno 2026 fonti americane hanno illustrato il contenuto del memorandum in 14 punti, una cornice provvisoria pensata per fermare la guerra e aprire una finestra negoziale. Il testo prevede la cessazione delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz, una fase di colloqui di 60 giorni e un futuro accordo finale su nucleare, sanzioni e sicurezza regionale.

Il 18 giugno 2026 la Svizzera ha confermato di accogliere con favore la firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran, avvenuta il giorno precedente. Nella stessa comunicazione, Berna indicava il Bürgenstock, nel canton Nidvaldo, come sede dei primi colloqui sull’attuazione dell’intesa, previsti per oggi, 19 giugno.

Bürgenstock

Questa mattina, però, il quadro è cambiato. Il Dipartimento federale degli affari esteri svizzero ha annunciato il rinvio dei colloqui. La diplomazia elvetica non ha fornito dettagli sulle ragioni operative o politiche dello slittamento, ma ha chiarito che i preparativi al Bürgenstock continuano e che la Svizzera resta disponibile a facilitare il processo.

Il rinvio non cancella l’accordo

Il memorandum è una cornice politica, non ancora un trattato definitivo. È stato costruito per creare una tregua ordinata e per aprire un negoziato sui dossier più difficili. Il passaggio svizzero avrebbe dovuto servire proprio a questo: definire chi fa cosa, in quale ordine, con quali verifiche e con quali garanzie.

La firma del memorandum stabilisce gli obiettivi generali: fine del conflitto, apertura di Hormuz, negoziato sul nucleare, alleggerimento delle sanzioni, monitoraggio dell’attuazione. I colloqui svizzeri avrebbero dovuto trasformare questi principi in una sequenza concreta.

È qui che il negoziato diventa complicato. Gli Stati Uniti vogliono passi verificabili sul programma nucleare iraniano, sulla sicurezza regionale e sul contenimento degli alleati di Teheran. L’Iran vuole invece segnali immediati su fine del blocco navale, sanzioni, fondi congelati e rispetto della propria sovranità.

Il rinvio conferma che la partita è ancora tutta da giocare.

Hormuz resta il punto più urgente

Lo Stretto di Hormuz è il risultato più immediato del memorandum e il dossier più sensibile per l’economia globale. Da quel passaggio transita una parte decisiva del commercio energetico mondiale. Per questo la sua riapertura è il segnale che interessa non solo a Washington e Teheran, ma anche a Europa, Cina, India, Giappone e Paesi del Golfo.

L'ultima parola tra Stati Uniti e Iran: accordo pronto, ma Trump ha chiesto ancora tempo per valutare
Stretto di Hormuz

Il memorandum prevede che l’Iran garantisca il passaggio sicuro delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa. Il traffico deve riprendere subito, mentre il ritorno pieno ai livelli prebellici può richiedere fino a 30 giorni, anche per la rimozione di ostacoli tecnici, militari e per eventuali operazioni di sminamento.

Per i primi 60 giorni, il passaggio dovrebbe essere senza costi. Dopo questa finestra, però, Teheran vuole discutere con il Sultanato dell’Oman e con gli altri Paesi rivieraschi del Golfo la futura amministrazione dello Stretto e dei servizi marittimi. L’Iran considera Hormuz parte della propria sfera di sovranità regionale, mentre gli Stati Uniti e i Paesi importatori di energia vogliono garanzie di libertà di navigazione.

Per ora, quindi, Hormuz resta aperto. Ma resta aperto dentro una cornice provvisoria.

Il nodo libanese dietro lo stop

Il rinvio dei colloqui arriva mentre il fronte del Libano torna a creare tensione. Nelle ore precedenti al mancato incontro in Svizzera, si sono registrati nuovi scontri tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano. Nodo tutt’altro che trascurabile, perché il primo articolo del memorandum parla di fine delle operazioni militari “su tutti i fronti”, Libano compreso. Se il fronte libanese resta instabile, Teheran può accusare Israele di sabotare il percorso diplomatico.

È questa la debolezza strutturale dell’intesa: ha l’ambizione di spegnere un incendio regionale, ma non tutti gli attori dell’incendio siedono allo stesso tavolo.

La posizione di Khamenei: sì al memorandum, ma senza cedimenti

Il 18 giugno 2026, Mojtaba Khamenei ha autorizzato il memorandum, ma lo ha fatto con molte cautele. La Guida suprema iraniana ha spiegato di aver dato il via libera dopo aver ricevuto rassicurazioni dal presidente Masoud Pezeshkian e da altri vertici dello Stato sulla tutela dei diritti dell’Iran e degli interessi del cosiddetto Fronte della Resistenza.

Verso l’esterno, Teheran mostra disponibilità a proseguire il negoziato. Verso l’interno, Khamenei chiarisce che il dialogo con gli Stati Uniti non è una resa e non implica accettare la posizione americana.

È una linea tipica della diplomazia iraniana nei momenti di massima pressione: aprire una porta negoziale, ma ribadire pubblicamente le linee rosse.

La posizione di Trump: l’accordo come prova di forza

La lettura di Donald Trump è opposta. Il presidente americano presenta il memorandum come un risultato della pressione esercitata sull’Iran e come un passaggio verso una pace completa.

Trump insiste sulla necessità di lasciare che la diplomazia proceda senza nuove esplosioni regionali. Ma allo stesso tempo rivendica la forza americana come leva dell’intesa. È una narrazione utile al suo pubblico interno: l’accordo non come compromesso al ribasso, ma come risultato ottenuto da una posizione di superiorità.

Il documento è comune. La propaganda politica resta opposta.

Cosa resta in piedi

Dopo il rinvio di oggi restano in piedi quattro elementi.

Il primo è il memorandum, che non viene cancellato. La cornice politica resta valida e continua a definire la direzione del processo. Il secondo è Hormuz, che rimane aperto. È il risultato più concreto e immediato dell’intesa, anche se il traffico non è ancora pienamente normalizzato. Il terzo è la finestra dei 60 giorni, entro cui Stati Uniti e Iran dovranno provare a raggiungere un accordo finale. Questa scadenza può essere prorogata, ma solo con consenso reciproco.

Il quarto è il dossier nucleare. L’Iran ribadisce di non voler sviluppare armi atomiche, mentre il destino del materiale arricchito dovrà essere definito nell’accordo finale. La formula minima indicata nel memorandum è il down-blending sul territorio iraniano sotto supervisione Aiea, cioè la diluizione dell’uranio arricchito per ridurne la sensibilità militare.

Tutto questo resta sul tavolo. Ma è più chiaro che la fase attuativa sarà complicata.