seconda guerra

L’ultima parola tra Stati Uniti e Iran: accordo pronto, ma Trump ha chiesto ancora tempo per valutare

Ritiro Usa e Hormuz aperta rimangono i capisaldi, in più fine del conflitto in Libano (ma resta sempre il nodo dell’uranio arricchito di Teheran)

L’ultima parola tra Stati Uniti e Iran: accordo pronto, ma Trump ha chiesto ancora tempo per valutare

La trattativa tra Stati Uniti e Iran è arrivata al suo passaggio più delicato. Un’intesa di massima esiste, i negoziatori hanno lavorato a un memorandum per prolungare la tregua e aprire una nuova fase diplomatica, ma l’ultima parola spetta ancora a Donald Trump. Il presidente americano, secondo quanto emerso nelle ultime ore, non avrebbe ancora dato il via libera definitivo e avrebbe chiesto altro tempo per valutare il testo, le garanzie e soprattutto il capitolo nucleare.

L'ultima parola tra Stati Uniti e Iran: accordo pronto, ma Trump ha chiesto ancora tempo per valutare
Il presidente Usa Donald Trump

L’accordo, al momento, non può quindi essere considerato chiuso. Più correttamente, si può parlare di una cornice già molto avanzata, costruita attorno ad alcuni punti fermi: estensione del cessate il fuoco, riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, alleggerimento della pressione militare americana e riapertura del dossier nucleare iraniano.

I capisaldi: ritiro Usa e Hormuz aperta

I due elementi centrali della bozza sono chiari. Da un lato, gli Stati Uniti dovrebbero ridurre la pressione militare e avviare un percorso di ritiro o disimpegno dalle misure più dure adottate durante la crisi. Dall’altro, l’Iran dovrebbe garantire la piena riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico mondiale.

L'ultima parola tra Stati Uniti e Iran: accordo pronto, ma Trump ha chiesto ancora tempo per valutare
Stretto di Hormuz

Per Washington, ottenere la riapertura e la sicurezza del passaggio significherebbe disinnescare una delle principali fonti di pressione economica interna. Per Teheran, invece, Hormuz resta una leva negoziale fondamentale.

La proposta prevede un’estensione della tregua di 60 giorni e l’avvio di nuovi colloqui sul programma nucleare iraniano; tra gli elementi indicati ci sarebbero anche lo sminamento dello Stretto e l’impegno iraniano a non imporre pedaggi, in cambio di un progressivo alleggerimento del blocco navale e di alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere.

Anche il Libano dentro la trattativa

La cornice diplomatica non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran. Un altro capitolo sensibile è il Libano, dove il conflitto tra Israele e Hezbollah resta uno dei principali fronti di destabilizzazione regionale.

La bozza di accordo punterebbe anche a spegnere quel fronte, o almeno a inserirlo in una più ampia architettura di de-escalation. È un passaggio complesso, perché coinvolge attori diversi: Washington, Teheran, Israele, Hezbollah, il governo libanese e i mediatori regionali. In teoria, un’intesa Usa-Iran potrebbe favorire una riduzione delle ostilità anche in Libano. In pratica, però, la tenuta di quel fronte dipenderebbe dalla capacità di tradurre il cessate il fuoco in impegni concreti e verificabili.

Il possibile accordo includerebbe anche disposizioni per arrivare alla fine della guerra tra Israele e Hezbollah in Libano, pur con forti cautele da parte israeliana sulla reale capacità libanese di limitare il peso militare del gruppo sciita.

Il nodo vero resta l’uranio arricchito

Il punto più difficile resta però il nucleare. In particolare, il destino dell’uranio iraniano arricchito ad alto livello. È qui che l’intesa rischia di fermarsi.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari aderente al Trattato di non proliferazione ad aver prodotto e accumulato uranio arricchito fino al 60%. L’ultimo dato indicato dall’Aiea parla di 440,9 chilogrammi accumulati prima degli attacchi militari del 2025, con una perdita di continuità nelle verifiche che l’Agenzia considera motivo di preoccupazione.

Per gli Stati Uniti, quell’uranio non può restare nelle mani di Teheran senza un sistema robusto di controllo, trasferimento, diluizione o distruzione. Per l’Iran, invece, il materiale nucleare è una questione di sovranità nazionale e di prestigio politico interno. Secondo una fonte iraniana, Teheran non avrebbe accettato di consegnare il proprio stock di uranio altamente arricchito e che il tema sarebbe rinviato ai negoziati successivi.

Un accordo possibile, ma fragile

Il vicepresidente JD Vance ha parlato di negoziato vicino alla conclusione, ma non ancora chiuso, segnalando che restano discussioni aperte sulla formulazione del memorandum e sul programma nucleare iraniano.

Il problema, più che la tregua in sé, è cosa accade dopo. Sessanta giorni possono servire a raffreddare la crisi, riaprire Hormuz, far scendere la pressione sui mercati energetici e costruire un canale negoziale. Ma possono anche diventare solo una pausa tattica, se non vengono definiti meccanismi di verifica, tempi certi e conseguenze in caso di violazione.

L’accordo, dunque, sembra pronto nella sua architettura politica, ma non ancora blindato nei dettagli. E nel Medio Oriente di oggi sono proprio i dettagli a decidere se una tregua diventa pace o se resta soltanto un intervallo tra due fasi della guerra.

L’ultima parola è alla Casa Bianca

A questo punto, la partita torna alla Casa Bianca. Trump deve decidere se approvare il testo così com’è, chiedere ulteriori garanzie o rinviare ancora. La pressione è forte: da un lato c’è l’interesse a chiudere una crisi costosa e rischiosa; dall’altro c’è il timore di concedere troppo a Teheran senza una soluzione definitiva sul nucleare.