Crisi energetica

Il prezzo del petrolio impenna oltre 107 dollari: la guerra in Medio Oriente fa tremare le forniture

Brent e Wti accelerano sui mercati asiatici mentre gli attacchi degli Houthi alle infrastrutture saudite e le tensioni nello Stretto di Hormuz alimentano i timori per l’offerta globale

Il prezzo del petrolio impenna oltre 107 dollari: la guerra in Medio Oriente fa tremare le forniture

La guerra in Medio Oriente continua a spingere verso l’alto il prezzo del petrolio. Lunedì 14 settembre 2026 i listini asiatici hanno registrato un nuovo forte rialzo, con il Brent tornato oltre quota 107 dollari al barile, mentre gli operatori guardano con crescente preoccupazione ai possibili effetti dell’escalation sulle forniture energetiche (in copertina: immagine di repertorio creata con l’intelligenza artificiale).

Il greggio Brent con consegna a novembre ha guadagnato il 2,8%, arrivando a 107,54 dollari al barile. Il Wti, benchmark statunitense con consegna a ottobre, è invece salito del 2,3%, fino a 102,34 dollari.

Entrambi i riferimenti hanno così consolidato i guadagni della settimana precedente, dopo essere tornati sopra la soglia dei 100 dollari al barile.

Cresce il rischio forniture

A pesare sui mercati sono soprattutto i nuovi attacchi in Arabia Saudita e contro le navi nel Golfo. L’assalto a un oleodotto saudita e l’avanzata degli Houthi nello Yemen alimentano i timori per la tenuta delle forniture energetiche globali.

Il quadro è ulteriormente aggravato dal rinvio dell’incontro previsto in Oman tra l’Iran e gli Stati arabi del Golfo. Il vertice, che avrebbe dovuto svolgersi lunedì, era destinato a discutere anche dell’accordo sull’apertura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi per il commercio mondiale di petrolio.

Oleodotto saudita fermo

A preoccupare particolarmente gli operatori è l’interruzione dell’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita, colpito dagli attacchi con droni di venerdì.

Secondo alcuni trader citati da Reuters, se il pompaggio non dovesse riprendere entro pochi giorni, lo stop potrebbe mettere a rischio circa il 4% dell’offerta globale di petrolio. L’Arabia Saudita potrebbe infatti esaurire le scorte destinate alle esportazioni nel caso in cui il principale oleodotto del Paese rimanesse fuori servizio.

Riad non ha ancora fornito dettagli completi sull’entità dei danni né sulla durata prevista dell’interruzione.

Yanbu ha poche scorte

L’oleodotto East-West consentiva all’Arabia Saudita di reindirizzare verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, circa 4 milioni di barili al giorno. Si tratta di una quantità equivalente a circa il 4% dell’offerta mondiale.

Con la pipeline ferma, secondo le fonti citate da Reuters, il terminale di Yanbu avrebbe scorte sufficienti a sostenere le esportazioni soltanto per cinque-sette giorni.

L’Arabia Saudita può contare anche sulle riserve presenti nei porti egiziani di Ain Sukhna, sul Mar Rosso, e Sidi Kerir, sul Mediterraneo. Anche queste scorte, tuttavia, non sono al massimo della capacità e sarebbero destinate a esaurirsi se il flusso attraverso l’East-West non venisse ripristinato.

Le riserve nei porti

Secondo le stime del settore, la capacità di stoccaggio di Yanbu è di circa 35 milioni di barili. Ain Sukhna può invece contenere circa 18 milioni di barili, mentre Sidi Kerir ha una capacità di circa 20 milioni.

La possibilità di utilizzare queste riserve potrebbe quindi garantire all’Arabia Saudita un margine temporaneo, ma non risolverebbe il problema nel caso di un’interruzione prolungata dell’oleodotto.

Produzione saudita in calo

La situazione arriva in un momento già difficile per la produzione petrolifera saudita. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha dichiarato venerdì che ad agosto l’offerta di petrolio dell’Arabia Saudita è scesa al livello più basso degli ultimi trent’anni, anche a causa della riduzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso.

Secondo l’Aie, l’offerta mondiale di petrolio è destinata a diminuire quest’anno di 5,7 milioni di barili al giorno, pari a circa il 6%.

La minaccia degli Houthi

Oltre all’attacco all’oleodotto, un ulteriore elemento di pressione arriva dagli Houthi yemeniti, che minacciano i flussi petroliferi sauditi. La scorsa settimana il gruppo ha conquistato un’isola situata all’imboccatura del Mar Rosso.

Prima della guerra, il Medio Oriente garantiva circa 22 milioni di barili di petrolio al giorno. I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, secondo fonti del settore, sono invece rallentati a circa 6-9 milioni di barili al giorno.

Produzione ai minimi

Anche i dati sulla produzione saudita mostrano l’impatto della crisi. L’Arabia Saudita ha comunicato la scorsa settimana all’Opec di aver prodotto ad agosto circa 6,2 milioni di barili di petrolio al giorno.

A febbraio, prima dell’inizio della guerra, la produzione era invece pari a 10,9 milioni di barili al giorno.

Il rischio è quindi quello di un’ulteriore stretta sull’offerta globale proprio mentre i mercati energetici stanno già affrontando una fase di forte incertezza. Un prolungamento dei problemi alle infrastrutture saudite e dei rallentamenti nello Stretto di Hormuz potrebbe continuare a sostenere la corsa dei prezzi del greggio.