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Da Trump ultimatum all’Iran: “Hanno pochi giorni per un accordo”. Anche Putin da Xi

Situazione in bilico fra "sviluppi positivi" e un attacco imminente

Da Trump ultimatum all’Iran: “Hanno pochi giorni per un accordo”. Anche Putin da Xi

Donald Trump mette l’Iran davanti a un ultimatum. Il presidente americano ha avvertito Teheran che restano solo “due o tre giorni” per raggiungere un accordo, lasciando intendere che, in caso contrario, gli Stati Uniti potrebbero colpire di nuovo. La crisi resta così sospesa tra sviluppi positivi e rischio di un attacco imminente: da una parte Washington parla di negoziati ancora possibili, dall’altra mantiene la pressione militare al massimo livello.

A rendere il quadro ancora più delicato c’è il contemporaneo viaggio di Vladimir Putin in Cina: il presidente russo è stato ricevuto da Xi Jinping pochi giorni dopo la visita di Trump a Pechino, segnale che la crisi iraniana non è più solo una questione mediorientale, ma si inserisce nella competizione più ampia tra Stati Uniti, Russia e Cina.

Trump ha raccontato di essere arrivato a un’ora dalla decisione di autorizzare una nuova operazione contro l’Iran, prima di sospenderla per lasciare spazio alla diplomazia.

“Potremmo doverli colpire di nuovo”, ha detto, spiegando che l’azione militare potrebbe arrivare nel giro di pochi giorni se Teheran non accetterà un’intesa. Il messaggio è chiaro: la porta del negoziato resta aperta, ma solo per poco.

La Casa Bianca sostiene che l’Iran voglia davvero trattare. Trump ha parlato di una “buona possibilità” di arrivare a un accordo, dopo che Teheran avrebbe fatto arrivare una nuova proposta attraverso la mediazione del Pakistan. Ma il presidente americano ha anche ribadito che l’obiettivo resta impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Per Washington, qualsiasi intesa dovrà garantire limiti verificabili al programma atomico iraniano.

La proposta iraniana

La nuova offerta di Teheran, secondo le ricostruzioni internazionali, riguarderebbe un pacchetto più ampio: fine delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, possibile alleggerimento delle sanzioni, sblocco parziale di fondi iraniani congelati e garanzie sul nucleare sotto supervisione internazionale. Sono elementi che potrebbero aprire una finestra diplomatica, ma non cancellano le distanze tra le parti.

Da Trump ultimatum all'Iran: "Hanno pochi giorni per un accordo". Anche Putin da Xi
Stretto di Hormuz

Il nodo resta politico prima ancora che tecnico. Gli Stati Uniti vogliono un accordo che impedisca in modo credibile lo sviluppo di una bomba atomica. L’Iran rivendica invece il diritto a un programma nucleare civile e non vuole apparire costretto alla resa sotto minaccia militare. Per questo la trattativa procede in equilibrio precario: ogni concessione può essere letta, da una parte o dall’altra, come un segno di debolezza.

Teheran avverte Washington

Anche l’Iran usa toni duri. Secondo Al Jazeera, Teheran ha avvertito gli Stati Uniti che, se la guerra dovesse riprendere, ci sarebbero “molte altre sorprese”. È una formula volutamente ambigua, che serve a ricordare a Washington la capacità iraniana di rispondere direttamente o attraverso la rete di alleati regionali.

Il rischio maggiore riguarda proprio l’allargamento del conflitto. Un nuovo attacco americano potrebbe provocare ritorsioni contro basi statunitensi nella regione, nuove tensioni nello Stretto di Hormuz o azioni indirette attraverso milizie vicine a Teheran. Per questo diversi Paesi del Golfo spingono per tenere aperto il canale diplomatico: una nuova escalation avrebbe conseguenze immediate su petrolio, assicurazioni marittime, trasporti e catene globali di approvvigionamento.

Hormuz, il punto più sensibile

Lo Stretto di Hormuz resta il cuore economico della crisi. È uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il traffico energetico, e ogni segnale di chiusura o instabilità produce effetti immediati sui mercati. Nelle ultime ore alcune petroliere cinesi sono riuscite a uscire dall’area, un elemento interpretato come possibile segnale di alleggerimento della tensione. Ma la situazione resta fragile: basta un incidente militare o un attacco a una nave per riaccendere lo scenario peggiore.

Putin da Xi: la crisi diventa globale

Mentre Trump alza la pressione sull’Iran, Vladimir Putin è arrivato a Pechino per incontrare Xi Jinping.

Il viaggio dello zar alza ulteriormente la pressione. Il presidente russo è arrivato in Cina il 19 maggio 2026, meno di una settimana dopo la visita di Donald Trump a Pechino. Il 14 maggio, infatti, Xi aveva ricevuto il presidente americano in un vertice che aveva abbassato le tensioni tra Washington e Pechino senza però produrre “grandi svolte”.

Da Trump ultimatum all'Iran: "Hanno pochi giorni per un accordo". Anche Putin da Xi
Trump e Xi

La sequenza è politicamente significativa: nel giro di pochi giorni il leader cinese ha accolto prima Trump, impegnato nel confronto con l’Iran, poi Putin, principale alleato strategico di Pechino contro il peso degli Stati Uniti.

Putin ha usato toni molto forti per descrivere il rapporto con la Cina. Alla vigilia del viaggio ha affermato che le relazioni tra Mosca e Pechino hanno raggiunto “un livello davvero senza precedenti” e, durante i colloqui, ha parlato di un’intesa fondata su fiducia, interessi comuni ed energia. Ha anche sostenuto che il legame russo-cinese non sarebbe diretto contro nessuno, ma servirebbe da fattore di stabilità in un mondo attraversato da guerre, sanzioni e competizione tra grandi potenze.

Anche Xi ha trasformato l’incontro in un messaggio politico. Il leader cinese ha denunciato il rischio che le relazioni internazionali tornino alla “legge della giungla”, formula letta come una critica all’unilateralismo occidentale e all’uso della forza. La Cina, che ha appena dialogato con Trump e subito dopo con Putin, cerca così di presentarsi come potenza capace di parlare con tutti, ma anche come polo alternativo all’ordine guidato dagli Stati Uniti.

Il tempismo conta

Il tempismo pesa. Mentre Trump minaccia nuovi attacchi contro Teheran, Putin e Xi rilanciano cooperazione energetica, commercio in valute locali e coordinamento diplomatico nei forum multilaterali. Per Pechino la crisi iraniana è anche una questione di sicurezza energetica, perché ogni escalation nello Stretto di Hormuz può colpire rotte e forniture vitali. Per Mosca, invece, un Medio Oriente in fiamme sposta attenzione e risorse americane mentre la guerra in Ucraina resta aperta.

In questo senso, l’incontro di Pechino non è solo bilaterale: è il segnale che la crisi iraniana si muove ormai dentro una partita più ampia tra Stati Uniti, Cina e Russia.