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I Boeing, la soia, niente armi all’Iran: l’amicizia di facciata fra Xi e Trump

Risultati modesti per il vertice: mentre i leader mantengono rapporti amichevoli, i loro governi remano contro dietro le quinte

I Boeing, la soia, niente armi all’Iran: l’amicizia di facciata fra Xi e Trump

La scenografia era quella delle grandi occasioni: tappeto rosso, Grande Sala del Popolo, delegazioni al completo, imprenditori americani al seguito e una passeggiata quasi confidenziale tra gli alberi secolari di Zhongnanhai, il cuore più riservato del potere cinese. Donald Trump e Xi Jinping hanno mostrato sorrisi, cordialità e parole studiate per non rompere l’equilibrio. Ma il vertice di Pechino ha prodotto risultati più modesti di quanto la cornice lasciasse immaginare.

Il presidente americano ha parlato di colloqui “estremamente positivi e costruttivi” e ha invitato Xi alla Casa Bianca a settembre. Il leader cinese ha insistito sulla formula diplomatica più rassicurante: Stati Uniti e Cina dovrebbero essere “partner, non rivali”.

Eppure, dietro l’amicizia esibita, i due governi restano su traiettorie opposte: Washington vuole riequilibrare il commercio, contenere l’Iran e difendere Taiwan; Pechino vuole evitare lo scontro frontale, ma non intende rinunciare alla propria leva su Teheran, sulle terre rare e sull’isola che considera parte integrante della Cina.

La cordialità davanti alle telecamere

La parte più simbolica del summit è arrivata nel finale, quando Xi ha accompagnato Trump dentro il compound di Zhongnanhai, l’ex giardino imperiale che oggi ospita gli uffici del Partito comunista e del Consiglio di Stato cinese. Non è un luogo qualsiasi: è il centro fisico e politico del potere a Pechino, normalmente chiuso agli sguardi esterni.

Un microfono aperto ha catturato uno scambio quasi turistico tra i due leader. Xi ha indicato gli alberi secolari, spiegando che alcuni avevano più di 200, 300 o 400 anni. Trump, sorpreso, ha chiesto: “Vivono così a lungo?”.

Xi ha aggiunto che altrove ci sono anche alberi di mille anni e ha ricordato che pochissimi leader stranieri vengono ricevuti in quel luogo:

“Per esempio, Putin è stato qui“. Il gesto è servito a dare al vertice un’aura di rapporto personale privilegiato, più che di semplice negoziato diplomatico.

Ma proprio questo contrasto è il punto politico della giornata: la relazione personale tra Xi e Trump è stata messa in scena come stabile, quasi amichevole; la relazione strategica tra Stati Uniti e Cina resta invece piena di attriti.

Boeing, soia e petrolio: il pacchetto economico

Sul piano commerciale, Trump cercava soprattutto un risultato spendibile in patria. Il dossier più visibile è quello degli acquisti cinesi di prodotti americani: aerei Boeing, energia e beni agricoli, inclusa la soia. Il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva anticipato di aspettarsi “grandi ordini Boeing” durante la visita e aveva spiegato che Washington punta ad ampliare le esportazioni verso la Cina, anche attraverso vendite di energia e prodotti agricoli.

Il problema è che, almeno per ora, i dettagli restano limitati. Bessent ha parlato di possibili acquisti reciproci per circa 30 miliardi di dollari per parte, ma non ha fornito numeri definitivi sugli ordini. Sulla soia ha ridimensionato le aspettative, spiegando che gli acquisti erano già “sistemati” da un precedente accordo, pur suggerendo che Pechino potrebbe aumentarli in vista degli effetti climatici legati a El Niño.

Anche l’energia entra nella partita. Secondo il resoconto americano, Xi avrebbe espresso interesse ad acquistare più petrolio statunitense per ridurre in futuro la dipendenza cinese dallo Stretto di Hormuz. È un segnale importante, ma non ancora una svolta: la Cina resta legata al petrolio iraniano e non ha interesse a rompere davvero con Teheran.

Iran e Hormuz, l’intesa minima

Il dossier più urgente era però l’Iran. Trump ha detto di avere concordato con Xi due punti: Teheran non deve avere armi nucleari e lo Stretto di Hormuz deve essere riaperto al traffico internazionale.

Trump ha poi raccontato a Fox News che Xi gli avrebbe garantito di non voler inviare equipaggiamento militare a Teheran:

“Ha detto che non fornirà equipaggiamento militare”, ha riferito il presidente americano, definendola “una dichiarazione importante”.

È un risultato diplomatico, ma fragile. Primo, perché Xi non ha commentato pubblicamente il contenuto del colloquio sull’Iran. Secondo, perché il ministero degli Esteri cinese si è limitato a dire che il conflitto “non avrebbe mai dovuto accadere” e “non ha motivo di continuare”. Terzo, perché diversi analisti dubitano che Pechino voglia davvero esercitare una pressione forte su Teheran, che resta per la Cina un partner strategico e un contrappeso all’influenza americana in Medio Oriente.

Taiwan, il nodo che divide davvero

Se sull’Iran i due leader hanno cercato almeno una formula comune, su Taiwan la distanza resta profonda. Xi ha avvertito Trump che l’isola è “la questione più importante” nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti e ha messo in guardia dal rischio di “scontri e persino conflitti” se il dossier verrà gestito male. Pechino continua a considerare Taiwan parte del proprio territorio e non esclude l’uso della forza per arrivare alla riunificazione.

La Casa Bianca, invece, nel proprio resoconto ha dato più spazio a Hormuz, Iran, commercio, accesso al mercato cinese e fentanyl, senza mettere Taiwan al centro della comunicazione. Il segretario di Stato Marco Rubio ha poi chiarito che la posizione americana sull’isola non è cambiata: Washington ascolta le richieste cinesi, ribadisce la propria linea e passa agli altri temi.

Qui si vede bene l’ambiguità del vertice. Xi vuole trasformare il dialogo personale con Trump in una riduzione del sostegno americano a Taipei. Trump vuole evitare che Taiwan faccia deragliare il negoziato commerciale e la cooperazione tattica sull’Iran. Nessuno dei due, però, sembra disposto a concedere davvero sul punto centrale.

Dietro le quinte, governi in direzione opposta

Il vertice ha mostrato una doppia realtà. Davanti alle telecamere, Xi e Trump hanno parlato di stabilità, affari, cooperazione, “futuro straordinario” e relazioni da rilanciare. Dietro le quinte, le rispettive amministrazioni continuano a muoversi come potenze rivali.

È la diplomazia del doppio binario: i leader si cercano, i sistemi si respingono. Trump ha bisogno di risultati economici visibili, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Xi ha bisogno di evitare una crisi commerciale aperta, ma senza apparire debole su Taiwan, tecnologia e Medio Oriente. Entrambi hanno interesse a evitare lo scontro diretto. Nessuno dei due, però, ha interesse a concedere troppo.

Un vertice più scenografico che risolutivo

Alla fine, Pechino consegna un risultato limitato. Possibili ordini Boeing, qualche apertura su energia e agricoltura, un’intesa di principio su Hormuz e Iran, l’idea di nuovi strumenti bilaterali per commercio e investimenti. Ma nessuna vera soluzione sui dossier che contano di più: Taiwan, dazi, tecnologia, terre rare, influenza in Medio Oriente.

Xi e Trump possono passeggiare insieme tra alberi millenari, promettere cooperazione e sorridere davanti alle telecamere. I loro governi, però, continuano a prepararsi a una competizione lunga, dura e sempre meno mascherata.