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Salgono a mille le navi ferme a Hormuz, petrolio sopra i 100 dollari al barile

Carichi bloccati per 23 miliardi. Anche il gas schizza sopra i 46 dollari a megawatt/ora

Salgono a mille le navi ferme a Hormuz, petrolio sopra i 100 dollari al barile

La crisi nello Stretto di Hormuz sta diventando una delle più gravi strozzature del commercio mondiale. Quasi 1.000 navi risultano ferme nel Golfo Persico, con merci a bordo per un valore stimato di 23,7 miliardi di dollari. Il dato arriva dal report Port Infographics 2026” di Assoporti e Srm, che segnala anche un crollo dell’89% dei transiti giornalieri in pochi mesi.

La tensione dell’ennesimo accordo mancato tra Usa e Iran si riflette subito sui mercati energetici. Il Brent è tornato sopra i 105 dollari al barile, mentre il Wti americano viaggia poco sotto quota 100. Il gas naturale europeo, misurato sul benchmark Ttf, è salito oltre i 46 euro al megawattora, confermando che la crisi non riguarda solo il petrolio, ma l’intero sistema energetico globale.

Il collo di bottiglia dell’energia mondiale

Hormuz è una striscia di mare di poche decine di chilometri, ma da lì passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 sono transitati attraverso lo Stretto quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio, oltre a circa 5 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi. La statunitense Eia stima che nel 2024 Hormuz abbia rappresentato circa il 20% dei flussi globali di petrolio e una quota analoga del commercio mondiale di Gnl, il gas naturale liquefatto.

È per questo che ogni rallentamento nel passaggio delle navi produce un effetto immediato. Non si blocca soltanto una rotta regionale: si inceppa una delle arterie principali attraverso cui si alimentano Asia, Europa e parte dell’economia occidentale.

Navi in attesa e merci congelate

Il dato più visibile è quello delle navi ferme. Petroliere, metaniere, portacontainer e cargo attendono istruzioni, finestre di sicurezza o rotte alternative. Il valore delle merci bloccate, stimato in 23,7 miliardi di dollari, misura solo una parte del problema: il costo reale aumenta giorno dopo giorno con ritardi, premi assicurativi, noli più cari e contratti commerciali da rinegoziare.

Le conseguenze arrivano lungo tutta la filiera. Un carico fermo a Hormuz può tradursi in materie prime mancanti in Asia, energia più cara in Europa, ritardi nelle consegne industriali e pressioni sui prezzi finali. Il trasporto marittimo, già appesantito negli ultimi anni dalla crisi del Mar Rosso e dalle deviazioni via Capo di Buona Speranza, si trova davanti a un altro shock logistico.

Petrolio sopra quota 100

Il primo mercato a reagire è quello del greggio. Il Brent è salito intorno a 105 dollari al barile, sostenuto dai timori sulla tenuta dei negoziati tra Stati Uniti e Iran e dal rischio di nuove interruzioni dell’offerta. Il Wti americano si muove invece intorno ai 99 dollari, quindi a un passo dalla soglia psicologica dei 100 dollari.

Il problema non è solo il prezzo spot. Se la crisi dovesse durare, le compagnie e i trader dovrebbero rivedere forniture, coperture finanziarie e rotte di approvvigionamento. Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ha avvertito che una chiusura prolungata di Hormuz potrebbe sottrarre al mercato fino a 100 milioni di barili alla settimana.

Il gas torna a salire

Anche il gas europeo è sotto pressione. Il Ttf, principale riferimento per il mercato del gas in Europa, è risalito sopra i 46 euro/MWh. La ragione è chiara: Hormuz non è soltanto una rotta petrolifera, ma anche un passaggio cruciale per il Gnl, in particolare per i flussi provenienti dal Qatar.

Per l’Europa il rischio è doppio. Da un lato, il Vecchio Continente importa una parte rilevante del proprio gas attraverso il mercato globale del Gnl. Dall’altro, un aumento dei prezzi asiatici può attirare carichi verso Oriente, rendendo più costosa la competizione per le forniture disponibili. In altre parole, anche senza un blocco diretto dei porti europei, la crisi può arrivare nelle bollette, nei costi industriali e nei margini delle imprese energivore.

Effetto domino su inflazione e supply chain

La crisi di Hormuz arriva in un momento delicato. I mercati avevano già incorporato una forte volatilità geopolitica, ma il blocco di una rotta così importante cambia la scala del rischio. Energia più cara significa trasporti più costosi, produzione più onerosa e nuova pressione sull’inflazione. Le banche centrali, che guardano soprattutto alla dinamica dei prezzi, potrebbero trovarsi davanti a un rallentamento economico accompagnato da costi energetici elevati.

Il nodo riguarda anche le catene di approvvigionamento. Quando una nave resta ferma, non si ferma solo il suo carico: si accumulano ritardi nei porti, si liberano meno container, aumentano i tempi di rotazione e cresce l’incertezza per importatori ed esportatori. Per molte aziende, il problema non sarà soltanto pagare di più, ma sapere quando la merce arriverà.

Suez ancora fragile, rotte alternative più lunghe

Il quadro è reso più complesso dalla fragilità delle altre grandi vie marittime. Il Canale di Suez nel 2025 ha registrato traffici ancora inferiori del 48% rispetto al 2022, mentre le rotte alternative via Capo di Buona Speranza possono allungare fino al 120% le distanze percorse dalle navi.

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