La trattativa tra Stati Uniti e Iran torna a incagliarsi proprio sul punto più delicato: chi controlla davvero l’uscita dal Golfo Persico e cosa deve accadere al programma nucleare iraniano. Dopo giorni di attesa, Teheran ha presentato una controproposta al piano americano per fermare il conflitto, ma la risposta di Donald Trump – resa nota nelle scorse ore – è stata immediata e durissima: “Totalmente inaccettabile”.
“Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta”, ha tuonato il tycoon.
Una bocciatura secca, arrivata mentre il mercato petrolifero reagiva con nuovi rialzi e mentre lo Stretto di Hormuz restava il simbolo della crisi.

La proposta iraniana: stop alla guerra, ma a condizioni pesanti
Secondo quanto riferito da Reuters sulla base di media iraniani, la risposta di Teheran non si limita al dossier nucleare. L’Iran chiede prima di tutto la fine della guerra su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano, dove Israele combatte contro Hezbollah, gruppo sostenuto da Teheran. Ma il documento iraniano contiene anche richieste molto più ampie: compensazioni per i danni di guerra, fine del blocco navale americano, garanzie contro nuovi attacchi, revoca delle sanzioni e ripresa delle esportazioni di petrolio iraniano.
Il punto politicamente più sensibile riguarda però Hormuz. Teheran rivendica la propria sovranità sullo Stretto e vuole che ogni riapertura del traffico marittimo avvenga secondo condizioni che riconoscano il suo peso strategico nella regione. In altre parole, l’Iran non sembra disposto a tornare semplicemente alla situazione precedente alla guerra: vuole trasformare Hormuz in una leva negoziale permanente.
Perché Hormuz è il cuore della crisi
Lo Stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È uno dei colli di bottiglia energetici più importanti al mondo. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, da qui transitano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio marittimo mondiale di greggio. Inoltre, una quota enorme del gas naturale liquefatto esportato da Qatar ed Emirati passa proprio attraverso questa rotta.
Per questo la crisi non è solo militare o diplomatica. È anche economica. Prima della guerra, Hormuz era una delle arterie principali dell’energia globale. Dopo l’inizio delle ostilità, il traffico si è ridotto drasticamente e gli operatori hanno iniziato a muoversi con estrema cautela. Reuters segnala che solo pochi tanker sono riusciti a uscire dallo Stretto negli ultimi giorni, in alcuni casi con i transponder spenti per ridurre il rischio di essere individuati.
Il nodo nucleare: la proposta sull’uranio non basta a Washington
Sul piano nucleare, l’Iran avrebbe inserito nella sua risposta un’apertura: una parte dell’uranio arricchito potrebbe essere diluita, mentre un’altra parte potrebbe essere trasferita a Paesi terzi. Ma, secondo le ricostruzioni disponibili, Teheran non accetterebbe lo smantellamento delle proprie infrastrutture nucleari né una sospensione lunga dell’arricchimento come quella richiesta dagli Stati Uniti.
Qui nasce la frattura. Washington vuole garanzie preventive e strutturali: stop all’arricchimento per molti anni, messa in sicurezza delle scorte e riduzione permanente della capacità iraniana di avvicinarsi alla soglia militare. Teheran, invece, si dice disponibile a misure temporanee e reversibili, ma non a una rinuncia definitiva alla propria infrastruttura nucleare.
Il tema è particolarmente delicato perché l’arricchimento al 60% è considerato molto vicino, sul piano tecnico, alla soglia del 90% necessaria per un uso militare. In una dichiarazione di marzo 2026 al Consiglio dei Governatori dell’Aiea, Francia, Germania e Regno Unito hanno ricordato che l’Iran resta l’unico Stato senza armi nucleari ad aver prodotto uranio altamente arricchito al 60%.
La risposta di Trump e il rischio di una nuova escalation
La reazione di Trump è arrivata senza una spiegazione dettagliata. Il presidente americano si è limitato a definire la proposta iraniana “totalmente inaccettabile”, lasciando intendere che per Washington il testo non risponde alle condizioni minime richieste. Gli Stati Uniti avevano proposto prima la fine dei combattimenti e poi l’avvio di negoziati sui temi più complessi, incluso il nucleare iraniano.
“I have just read the response from Iran’s so-called ‘Representatives.’ I don’t like it — TOTALLY UNACCEPTABLE! Thank you for your attention to this matter.” -President DONALD J. TRUMP pic.twitter.com/MIQDS9Ujjy
— The White House (@WhiteHouse) May 10, 2026
La bocciatura, però, rischia di riaprire una fase di forte instabilità.
Petrolio in rialzo e diplomazia sotto pressione
La rottura ha avuto un effetto immediato sui mercati. Il prezzo del petrolio è salito di oltre 4 dollari al barile dopo la notizia dello stallo, segnale che gli operatori temono un conflitto più lungo e una riapertura solo parziale di Hormuz.
Anche l’Energy Information Administration statunitense ha descritto il mercato petrolifero come in una fase di forte volatilità per la chiusura di fatto dello Stretto, stimando che il Brent possa restare sostenuto da un premio di rischio finché le rotte non torneranno alla normalità. Secondo l’Eia, il traffico attraverso Hormuz potrebbe non tornare ai livelli precedenti fino alla fine del 2026.
Una trattativa ancora aperta, ma su basi fragili
La distanza tra le parti resta profonda. L’Iran vuole che l’accordo parta dalla fine delle ostilità, dalla rimozione delle sanzioni e dal riconoscimento della sua centralità su Hormuz. Gli Stati Uniti vogliono invece garanzie immediate sul nucleare e sulla libertà di navigazione. Sono due logiche opposte: Teheran usa Hormuz e l’uranio come leva negoziale; Washington vuole neutralizzare entrambe prima di concedere il sollievo economico.
La diplomazia non è formalmente morta, ma è di nuovo appesa a un equilibrio sottile.