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Ex Ilva, la Cassazione prende tempo sullo stop agli altiforni. Il pg: “Salute e produzione vanno bilanciate”

Intanto il decreto ex Ilva diventa legge e cresce l'incertezza sul futuro di migliaia di lavoratori

Ex Ilva, la Cassazione prende tempo sullo stop agli altiforni. Il pg: “Salute e produzione vanno bilanciate”
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Il futuro dell’ex Ilva di Taranto resta sospeso tra le esigenze di tutela della salute e quelle della continuità industriale. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, riunite martedì 20 ottobre 2026, non hanno ancora deciso sullo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico. Al termine dell’udienza i giudici si sono riservati la pronuncia, che sarà comunicata alle parti nei prossimi giorni.

A segnare la giornata è stata soprattutto la posizione della Procura generale della Cassazione, favorevole all’accoglimento parziale dei ricorsi presentati dalle società contro il provvedimento che impone la fermata degli impianti. Una valutazione che riapre il confronto sul rapporto tra diritto alla salute, protezione dell’ambiente e salvaguardia dell’attività produttiva.

Il procuratore generale: “Manca il bilanciamento tra salute e produzione”

Nel corso dell’udienza, il magistrato Luigi Birritteri ha contestato le motivazioni della Corte d’Appello di Milano, che lo scorso 27 luglio aveva disposto la sospensione dell’attività dell’area a caldo entro 90 giorni.

“Quello che manca nel decreto della Corte di Appello di Milano è il bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale”, ha sostenuto Birritteri.

Al centro delle osservazioni della Procura generale ci sono soprattutto due questioni: la presenza di amianto negli impianti e i rischi legati alle emissioni di polveri sottili.

“La pericolosità dell’amianto è indiscussa, ma la Corte di Appello di Milano desume il pericolo ma non lo accerta”, ha affermato il magistrato.

Secondo la Procura generale, occorre verificare se le condizioni attuali degli impianti giustifichino effettivamente una misura tanto incisiva. Le valutazioni sui rischi ambientali, inoltre, non dovrebbero fondarsi esclusivamente su dati epidemiologici riferiti a periodi e livelli produttivi differenti da quelli attuali. Il parere della Procura generale non è vincolante: la decisione definitiva spetta alle Sezioni Unite della Cassazione.

Perché i giudici di Milano hanno disposto lo stop

La controversia nasce dall’iniziativa giudiziaria di alcuni cittadini di Taranto, preoccupati per le conseguenze delle emissioni industriali sulla salute della popolazione. Il procedimento, avviato davanti al Tribunale di Milano, è passato anche attraverso la Corte di giustizia dell’Unione europea, prima di arrivare alla Corte d’Appello milanese.

Con il decreto del 27 luglio 2026, i giudici hanno ordinato la sospensione dell’attività degli altiforni, delle acciaierie e degli impianti collegati, individuando criticità relative alla presenza di amianto e alle emissioni di particolato PM10 e PM2,5. Le richieste di sospendere il provvedimento, presentate dalle società, sono state respinte l’11 settembre e il 5 ottobre. La fermata dell’area a caldo, prevista entro la fine di ottobre, potrebbe compromettere la continuità dell’intero ciclo produttivo. Per questo Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia hanno impugnato il decreto davanti alla Cassazione.

I cittadini: “La produzione non può prevalere sulla salute”

Di posizione opposta i legali degli undici cittadini sostenuti dall’associazione Genitori Tarantini, che chiedono la conferma del provvedimento milanese.

Secondo gli avvocati Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, “la continuità produttiva non può prevalere incondizionatamente sui beni costituzionali protetti”.

I ricorrenti sostengono che la presenza di amianto e le emissioni di polveri sottili rappresentino rischi autonomi e sufficienti a giustificare la sospensione delle attività. La questione centrale riguarda quindi non soltanto l’esistenza di un potenziale pericolo, ma anche le prove disponibili, la sua attualità e le misure necessarie per tutelare concretamente i cittadini.

Il decreto ex Ilva è legge, ma resta l’emergenza occupazionale

Mentre a Roma si svolgeva l’udienza, martedì 20 ottobre la Camera ha approvato definitivamente il decreto ex Ilva, già passato al Senato. Il provvedimento contiene misure per sostenere la continuità operativa degli impianti strategici e affrontare alcune esigenze legate alla gestione industriale e occupazionale. La crisi resta però profonda. A Taranto sono impiegati circa 8.000 lavoratori diretti, ai quali si aggiungono quelli dell’indotto. Le difficoltà produttive hanno ripercussioni anche sugli altri stabilimenti del gruppo, da Genova a Novi Ligure.

Proprio a Genova, lunedì 19 ottobre, i dipendenti dello stabilimento di Cornigliano hanno raggiunto in corteo l’aeroporto Cristoforo Colombo, protestando contro l’incertezza sulle forniture di acciaio e il ricorso alla cassa integrazione.

Proteste all’aeroporto di Genova

Nella stessa giornata dell’udienza in Cassazione si è svolto anche un incontro al ministero del Lavoro. La Fiom Cgil lo ha definito interlocutorio, chiedendo maggiori garanzie per i dipendenti, tutele per l’indotto e strumenti di accompagnamento alla pensione per chi ha svolto mansioni particolarmente gravose.

Cosa succede adesso

La decisione della Cassazione rappresenta uno snodo fondamentale per il futuro del siderurgico tarantino, ma non risolverà da sola l’intera crisi. Restano aperti i problemi degli investimenti, della decarbonizzazione, della sicurezza ambientale, delle forniture industriali e dell’individuazione di un nuovo assetto societario. Il governo punta a mantenere operativa la principale acciaieria integrata italiana, mentre cittadini e associazioni chiedono garanzie effettive per la salute della popolazione.

La prossima tappa sarà la pronuncia delle Sezioni Unite, attesa mentre si avvicina la scadenza del termine fissato dai giudici milanesi. Un passaggio destinato ad avere conseguenze non soltanto per Taranto, ma per l’intera filiera siderurgica nazionale.