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Benzina, Trump promette il ritorno ai prezzi pre-guerra: “La nostra gita in Iran è stata un successo”

Il calo è legato alle aspettative di una normalizzazione dei flussi petroliferi attraverso Hormuz e ai risultati dei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Doha, mediati dal Qatar e dal Pakistan

Benzina, Trump promette il ritorno ai prezzi pre-guerra: “La nostra gita in Iran è stata un successo”

Donald Trump torna a parlare direttamente agli automobilisti americani. Con un messaggio pubblicato oggi, 2 luglio 2026, su Truth Social, il presidente ha assicurato che il prezzo della benzina tornerà presto ai livelli precedenti alla guerra contro l’Iran.

“Proprio come avevo promesso, i prezzi del petrolio stanno crollando rapidamente e anche quelli della benzina alla pompa stanno scendendo, sebbene non così velocemente come dovrebbero”, ha scritto Trump. Poi la frase destinata a far discutere: gli americani, secondo il presidente, torneranno presto a beneficiare dei prezzi precedenti alla “nostra gita in Iran, rivelatasi un grande successo”.

La definizione di “gita” riduce a una battuta una guerra iniziata alla fine di febbraio con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, seguiti dalle rappresaglie di Teheran, dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz e da una pesante crisi energetica internazionale. Ma dietro il linguaggio provocatorio di Trump c’è una necessità politica molto concreta: far scendere rapidamente la benzina prima delle elezioni di metà mandato di novembre.

Il petrolio è tornato ai livelli precedenti alla guerra

I mercati, almeno per ora, sembrano dare ragione al presidente. Oggi il Brent, riferimento internazionale del petrolio, è sceso fino a circa 70,9 dollari al barile, mentre il greggio americano West Texas Intermediate è calato poco sotto i 68 dollari. Per entrambi si tratta dei valori più bassi dalla fine di febbraio, cioè dall’inizio del conflitto con l’Iran.

Il calo è legato alle aspettative di una normalizzazione dei flussi petroliferi attraverso Hormuz e ai risultati dei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Doha, mediati dal Qatar e dal Pakistan.

Dallo stretto tra Iran e Oman transita normalmente circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. La sua chiusura aveva fatto salire il Brent oltre i cento dollari, aumentando i costi di carburanti, trasporti, voli e produzione industriale ben oltre i confini del Medio Oriente.

A Doha progressi, ma ancora nessun accordo definitivo

Il Qatar ha parlato di “progressi positivi” nei negoziati tecnici tra Washington e Teheran. Sul tavolo ci sono la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la gestione dei traffici marittimi, il futuro delle sanzioni contro l’Iran e la trasformazione della fragile tregua in un cessate il fuoco stabile.

Trump ha sostenuto che gli incontri sono andati “molto bene” e che anche il dossier sulla denuclearizzazione iraniana starebbe avanzando. “Stiamo andando molto d’accordo”, ha detto parlando dei rapporti con Teheran.

I colloqui sono però destinati a fermarsi temporaneamente durante le esequie dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti all’inizio della guerra. Le cerimonie funebri cominceranno il 4 luglio a Teheran e termineranno il 9 luglio a Mashhad. I negoziatori dovrebbero incontrarsi nuovamente la prossima settimana.

Khamenei si rifugia in un bunker sotterraneo
Ali Khamenei

Non c’è quindi ancora un accordo di pace definitivo. Restano aperte questioni decisive, a cominciare dalla pretesa iraniana di esercitare un maggiore controllo sullo stretto e di imporre tariffe alle navi in transito, ipotesi respinta dagli Stati Uniti, che considerano Hormuz una via marittima internazionale.

Le previsioni migliorano, ma Hormuz resta il rischio principale

L’allentamento delle tensioni ha spinto diverse banche a ridurre le previsioni sul prezzo del greggio. UBS ha tagliato fino a 25 dollari la propria stima sul Brent per il terzo trimestre del 2026, mentre alcuni analisti prevedono oscillazioni comprese tra 70 e 85 dollari nella seconda metà dell’anno.

Anche il ritorno sul mercato delle petroliere rimaste bloccate e la possibilità che l’Opec+ aumenti ulteriormente la produzione da agosto stanno esercitando una pressione al ribasso.

Lo scenario rimane però fragile. Un nuovo incidente nello Stretto di Hormuz, il fallimento dei negoziati o una ripresa degli attacchi potrebbero far risalire immediatamente il petrolio. L’Iran mantiene infatti una leva formidabile: anche soltanto minacciare nuovamente la navigazione nella regione può provocare forti rialzi sui mercati energetici.

Per Trump, dunque, la benzina è diventata il principale indicatore con cui dimostrare agli americani che l’operazione contro l’Iran non si trasformerà in una guerra lunga e costosa. Soprattutto in una fase in cui la sua popolarità è ai minimi termini.