In meno di quarantotto ore Bologna si è trovata ad affrontare due emergenze. La prima è la morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta domenica 19 luglio durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro. La seconda è la violenza esplosa la sera successiva nel centro storico, al termine del presidio convocato per chiedere verità e giustizia.
Il servizio di èTV Rete 7:
Fakir, nato in Marocco e residente in Italia dall’infanzia, si trovava in uno stato di forte agitazione. Le forze dell’ordine erano state chiamate dopo diverse segnalazioni dei residenti, che avevano riferito urla, danneggiamenti ai garage e comportamenti aggressivi. L’uomo venne raggiunto da due agenti, immobilizzato a terra in posizione prona e ammanettato. Un video girato da una finestra mostra soltanto la parte conclusiva dell’intervento: Fakir chiede aiuto, poi smette di reagire. Il decesso viene constatato alle 12.53, meno di un’ora dopo la prima chiamata delle 11.59 presa in esame dagli inquirenti.

Il presidio pacifico e la successiva guerriglia
Lunedì 20 luglio, migliaia di persone si sono ritrovate in piazza Nettuno per il presidio promosso dal sindaco Matteo Lepore. La manifestazione istituzionale si è svolta pacificamente, con la partecipazione dei familiari di Fakir, rappresentanti politici, associazioni e cittadini. La nipote dell’uomo ha chiesto accertamenti rigorosi, precisando che la famiglia cercava giustizia, non vendetta.
Soltanto in una fase successiva una componente formata da antagonisti e appartenenti a collettivi e centri sociali si è diretta verso la Prefettura e la Questura. Via Venezian, piazza Roosevelt, via Ugo Bassi e le strade adiacenti a piazza Maggiore sono diventate teatro di lanci di pietre, bottiglie, petardi e materiale prelevato dai cantieri. Sono state costruite barricate con biciclette e cassonetti, mentre due automobili sono state incendiate. La polizia ha risposto con cariche, lacrimogeni e idranti; la situazione è tornata sotto controllo soltanto attorno all’una di notte.
Il bilancio definitivo: 64 operatori feriti
Il primo bilancio sanitario aveva indicato 11 persone assistite dal 118, tra manifestanti e agenti. La successiva ricognizione della Questura di Bologna, comprendente le certificazioni mediche presentate nelle ore seguenti, ha però portato a 64 operatori delle forze dell’ordine feriti, con prognosi comprese fra 3 e 35 giorni.
Sono stati danneggiati sei mezzi della Polizia di Stato, oltre a vetrine, istituti bancari, sportelli bancomat e cassonetti. Due automobili sono state date alle fiamme e decine di biciclette utilizzate per bloccare l’avanzata degli agenti sono state distrutte. Parte dei responsabili sarebbe già stata identificata attraverso la grande quantità di immagini raccolte. Un manifestante è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, mentre altre posizioni rimangono al vaglio della Procura.
Meloni: verità sulla morte, nessuna giustificazione per la violenza
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto insieme i due piani: da un lato la necessità di accertare con rigore le circostanze della morte, dall’altro la condanna senza attenuanti degli scontri.
Per la premier, eventuali responsabilità devono essere individuate “senza pregiudizi e senza sconti per nessuno”, ma “nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine”. Meloni ha inoltre giudicato irresponsabile alimentare un clima di odio verso un Corpo dello Stato e ha accusato chi ha devastato la città di avere utilizzato la morte di Fakir come pretesto per cercare lo scontro, non la verità.
Sulla stessa linea il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha invitato a rispettare il dolore della famiglia senza trasformarlo in una condanna preventiva degli agenti. Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di un clima irresponsabile contro chi indossa una divisa. Dal centrodestra sono arrivate anche critiche dirette al sindaco, accusato da esponenti di Fratelli d’Italia e dai sindacati di polizia di avere convocato una piazza della quale non avrebbe valutato i rischi.
Matteo Lepore ha respinto l’accusa di avere delegittimato le forze dell’ordine. Secondo il sindaco, chiedere verità e giustizia “non significa delegittimare chi indossa una divisa”, ma contribuire a preservare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Lepore ha insistito sulla distinzione tra le “due piazze”: quella pacifica di piazza Nettuno, rappresentativa della città e vicina alla famiglia, e quella violenta di piazza Roosevelt, estranea alla comunità democratica bolognese.
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha sostenuto che, quando una persona muore durante un’operazione di fermo, “lo Stato ha fallito”, aggiungendo però che non spetta alla politica pronunciare assoluzioni o condanne preventive: dovrà essere la magistratura a stabilire se vi siano state responsabilità e a chi siano attribuibili.
La famiglia prende le distanze dalle devastazioni
Il 22 luglio i familiari di Fakir hanno condannato esplicitamente gli scontri. La nipote Yossra Fakir ha dichiarato che la famiglia si dissocia completamente dai disordini e che vedere il centro di Bologna danneggiato in quel modo è stato doloroso: “Bologna non merita questo”.
Sotto esame la tecnica di contenimento
Il punto principale dell’inchiesta non riguarda, in senso stretto, la formalità di un arresto, ma l’intera procedura di contenimento, immobilizzazione e ammanettamento adottata nei confronti di una persona in stato di agitazione.
La Procura di Bologna, guidata da Paolo Guido, acquisirà le linee guida del Viminale sulle tecniche da utilizzare in situazioni analoghe. Particolare attenzione sarà dedicata alla durata della posizione prona e all’eventuale compressione esercitata sul torace e sulla schiena. Una circolare ministeriale del maggio 2026 raccomanda infatti di non prolungare queste manovre, considerate potenzialmente pericolose per il sistema cardiaco e respiratorio, e di allentare la presa e girare la persona su un fianco in presenza di segnali di malessere.
Saranno analizzate integralmente le registrazioni delle bodycam, i video dei residenti e le immagini della videosorveglianza. Il filmato circolato sui social documenta soltanto gli ultimi minuti e, come ha sottolineato la Procura, non consente da solo di ricostruire tutte le fasi precedenti, comprese le condizioni dell’uomo, la sua reazione all’arrivo degli agenti e le ragioni che portarono alla scelta di immobilizzarlo a terra.
Anche il sistema dei soccorsi sotto esame
L’indagine riguarda anche la risposta sanitaria. L’ambulanza arrivata in via Svevo trasportava quattro volontari della Croce Rossa, senza medico, ed era stata inizialmente attivata con un codice verde. Soltanto in un secondo momento venne richiesto l’intervento dell’automedica.
I magistrati dovranno stabilire quali informazioni siano state comunicate alla centrale del 118, se la classificazione iniziale fosse adeguata e in quale momento i soccorritori avrebbero potuto avvicinarsi in sicurezza. Secondo i protocolli richiamati dalla Croce Rossa, in presenza di una persona ancora considerata aggressiva gli operatori sanitari devono attendere il via libera delle forze dell’ordine. La correttezza concreta di questa applicazione, tuttavia, sarà valutata insieme ai tempi dell’intervento e agli esiti dell’autopsia.
Il registro 45-bis
I due agenti e i quattro operatori sanitari non risultano, al momento, formalmente iscritti nel registro ordinario degli indagati. I loro nomi sono stati annotati nel nuovo modello 45-bis, introdotto dal decreto Sicurezza del 24 febbraio 2026 e reso operativo con il decreto ministeriale del 22 aprile.
Il meccanismo viene utilizzato quando appare inizialmente evidente che il fatto sia stato compiuto in presenza di una possibile causa di giustificazione, come l’adempimento di un dovere, la legittima difesa o lo stato di necessità. Le persone annotate dispongono comunque delle garanzie difensive, mentre il pubblico ministero può effettuare perizie, interrogatori e accertamenti. Qualora emergessero elementi di responsabilità, le posizioni potrebbero essere trasferite nel registro ordinario degli indagati.