L’intelligenza artificiale sta gradualmente (e molto rapidamente) trasformando la nostra vita di tutti i giorni. Senza quasi essersene accorti, approcciarsi a un qualsiasi chatbot è un atteggiamento entrato a far parte della nostra quotidianità, tanto che si contano sulle dita di una mano le realtà digitali del Web che non hanno ancora implementato un loro specifico software di IA (in copertina: immagine di repertorio creata con l’intelligenza artificiale).
Scrittura di testi, creazione di foto e video, analisi dati e documenti, ma anche ricerca di notizie e informazioni, grazie all’intelligenza artificiale tutte queste attività, che fino a poco tempo fa richiedevano ore o giorni di lavoro e fatica, oggi vengono eseguite nel giro di minuti, con un risultato quasi totalmente corretto (o comunque è questa la direzione verso cui stanno andando le IA, le cui capacità di miglioramento sono altrettanto veloci, tanto che non si fa in tempo a conoscere e sfruttare un modello che già sul mercato è arrivato quello più aggiornato).
Le potenzialità dell’intelligenza artificiale sono così elevate che ora – al di là di argomenti critici – si può fare una domanda su qualsiasi tema, ottenendo indietro una risposta per lo più soddisfacente, considerando anche il fatto che l’IA tende a dare ragione al suo interlocutore. Oltre a ciò, rispetto ai primi modelli resi globalmente pubblici, l’intelligenza artificiale odierna si approccia agli utenti in un modo più coinvolgente ed empatico, per certi versi “umano”. Anche questo fattore, forse, ha gradualmente trasformato la maniera in cui scriviamo i prompt all’IA.
“Umanità robotoide”
Uno scambio, insomma, che porta l’intelligenza artificiale a imparare sempre più da noi, ma che parallelamente porta noi stessi ad assorbire dinamiche e ragionamenti fatti dall’IA. E’ questo ciò che è emerso da uno studio pubblicato sulla rivista “AI & Society“, dal titolo “Umanità robotoide: quando l’identità diventa leggibile dalle macchine“, ripreso dall’Ansa.
La ricerca è stata condotta dall’università di Linnaeus con il gruppo Selcen Ozturkcan ed è arrivata a sostenere che parlare con robot di servizi clienti e chatbot IA abbia cambiato il nostro modo di essere umani.
“I robot sociali per il servizio clienti sono progettati per imitare gesti, linguaggio e segnali emotivi al fine di suscitare risposte cognitive ed emotive nei clienti – ha affermato Inci Toral-Manson, dell’Università di Birmingham, tra le autrici dello studio – La nostra ricerca esplora come l’interazione con questi robot antropomorfizzati possa creare un’influenza bidirezionale nella quale i robot diventano più simili alle persone e le persone diventano più simili ai robot, un fenomeno che definiamo ‘umanità robotoide’”.
L’IA impara, ma anche noi imitiamo
Nel dettaglio, lo studio sottolinea come gli esseri umani, con forte capacità di empatia non solo verso persone, ma anche animali e oggetti, è stata riscontrata anche verso gli agenti IA (si tratta di una tendenza all’antropomorfizzazione). Mentre l’intelligenza artificiale impara continuamente dagli esseri umani, adeguandosi ai modi di comunicare e dialogare, allo stesso tempo anche noi ci stiamo adattando a loro, imitandoli in qualche maniera.
Ecco perché lo studio afferma che, mentre i chatbot IA diventano sempre più simili agli umani e meno distinguibili dalle persone reali (nei messaggi di scrittura), allora potremmo anche noi finire per riflettere caratteristiche delle macchine con cui interagiamo. E’ un medesimo meccanismo che si genera anche quando una persona si approccia a un altro individuo, in qualche modo modifica sé stessa.
La ricerca, quindi, riferisce che nel tempo gli esseri umani potrebbero iniziare a riflettere alcuni schemi dell’algoritmo di intelligenza artificiale, soprattutto perché quest’ultimo tende a darci sempre o quasi delle risposte rassicuranti.
L’istinto innato umano di imitare può portare a replicare i comportamenti comunicativi del robot, rendendoci più simili a un robot” ha aggiunto Ozturkcan.
In tal senso, tale istinto potrebbe trasformare la nostra relazione con le macchine, aprendo scenari e questioni etiche che, secondo i ricercatori, dovrebbero essere approfondite.
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