Sconfitta midterm

Caos alla Casa Bianca: Vance accusa Trump, il figlio del presidente gli dà ragione. Hegseth rischia il posto

Il vicepresidente accusa la guerra in Iran di aver fatto perdere le elezioni; il tycoon rilancia: "Lo rifarei"

Caos alla Casa Bianca: Vance accusa Trump, il figlio del presidente gli dà ragione. Hegseth rischia il posto
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La sconfitta alle elezioni di Midterm scatena le tensioni alla Casa Bianca e mette Donald Trump davanti a una frattura politica che arriva fino alla sua famiglia. A contestare la strategia del presidente sulla guerra in Iran è il suo stesso vicepresidente, JD Vance, che attribuisce al conflitto la perdita del controllo del Congresso. Una posizione sostenuta pubblicamente anche da Donald Trump Jr., il figlio maggiore del presidente. E mentre i democratici festeggiano la conquista di Camera e Senato, a Washington si moltiplicano gli interrogativi sul futuro del segretario alla Difesa Pete Hegseth, tra i principali sostenitori dell’intervento militare.

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JD Vance

La crisi si apre all’indomani del voto del 3 novembre, che ha visto i democratici conquistare seggi anche in roccaforti repubblicane come Texas e Kansas. Il risultato ha lasciato il partito di Trump senza la maggioranza in entrambe le Camere e ha riportato al centro del dibattito la guerra iniziata a febbraio dagli Stati Uniti insieme a Israele.

Vance rompe il silenzio: “Abbiamo perso per la guerra in Iran”

Il primo affondo arriva proprio dal vicepresidente americano. In un lungo messaggio pubblicato su X, JD Vance non cerca spiegazioni nella scelta dei candidati o negli errori della campagna elettorale. Individua invece una responsabilità precisa nella politica estera dell’amministrazione.

“La ragione per cui abbiamo perso è la guerra“, scrive, aggiungendo che chi ritiene giustificato il conflitto dovrebbe anche ammetterne il prezzo politico.

Il riferimento è alla perdita del Senato, che Vance descrive come una conseguenza destinata a pesare per anni sugli equilibri di Washington.

Il vicepresidente richiama inoltre le preoccupazioni degli elettori repubblicani, indicando quattro questioni: la richiesta di porre fine alla guerra, l’aumento del costo della vita, la promessa di mettere gli interessi americani al primo posto e la necessità di rivedere i rapporti con Israele. Vance, considerato uno dei possibili candidati repubblicani alle presidenziali del 2028, aveva già espresso riserve sull’opportunità di proseguire il conflitto. Nei mesi precedenti il vicepresidente aveva sostenuto all’interno dell’amministrazione la necessità di cercare un accordo diplomatico con Teheran.

Donald Trump Jr. si schiera con Vance: “Ha ragione al 100%”

A rendere ancora più delicata la situazione è l’intervento di Donald Trump Jr., che decide di sostenere pubblicamente il vicepresidente. Il figlio maggiore del presidente condivide su X il messaggio di Vance e lo accompagna con un’approvazione senza riserve:

“Ogni parola è giusta al 100%”, scrive, utilizzando ripetutamente il simbolo che indica il cento per cento.

Un gesto che assume particolare rilievo perché arriva dall’interno della famiglia Trump. Secondo quanto riportato dalla stampa americana, Donald Trump Jr. era contrario all’intervento militare in Iran già prima dell’inizio delle operazioni e aveva espresso privatamente le proprie perplessità.

Trump ammette il peso della guerra sul voto, ma replica: “La rifarei”

La risposta di Donald Trump arriva davanti ai giornalisti, durante una visita al cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca. Il presidente riconosce che l’analisi di Vance è in larga parte corretta. In particolare, ammette che il conflitto e il conseguente aumento dei prezzi della benzina possono aver influito sul voto degli americani. Ma respinge l’idea di aver commesso un errore.

“Ho fatto la cosa giusta. La rifarei“, afferma, sostenendo che l’intervento fosse necessario per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Trump assicura inoltre di conoscere da tempo le riserve del proprio vicepresidente. Alla domanda su quando intenda chiudere definitivamente la crisi con Teheran, risponde che la conclusione dipenderà dalle sue decisioni, ma che prima dovranno essere raggiunti gli obiettivi di sicurezza americani.

Hegseth rischia il posto?

Le tensioni investono anche il Pentagono. Pete Hegseth, segretario alla Difesa e sostenitore della linea militare contro l’Iran, è finito al centro delle ricostruzioni sul possibile rimpasto dell’amministrazione. Secondo Reuters, la posizione di Hegseth è diventata politicamente più difficile dopo il risultato delle Midterm. Alcuni parlamentari democratici potrebbero promuovere iniziative per chiederne la rimozione, mentre crescono gli interrogativi sulle responsabilità della gestione del conflitto. La stampa americana riferisce anche di valutazioni interne sull’eventualità di una sua sostituzione.

La Casa Bianca ha difeso pubblicamente l’operato dell’amministrazione in materia di sicurezza nazionale. Siamo nel campo, per ora, delle semplici ipotesi?

La guerra in Iran divide l’amministrazione: trattare o tornare a colpire?

Dietro lo scontro sulle responsabilità elettorali c’è una questione ancora più delicata: che cosa fare adesso con l’Iran. La guerra, iniziata a febbraio 2026 con un’operazione congiunta statunitense e israeliana, ha subito una battuta d’arresto con il cessate il fuoco di aprile, senza però arrivare a un accordo di pace definitivo.

Le trattative restano difficili, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz e le preoccupazioni per le forniture petrolifere continuano a pesare sull’economia internazionale. Vance sostiene da tempo la necessità di privilegiare una soluzione diplomatica. Trump, invece, non ha escluso nuove operazioni militari. A complicare il quadro ci sono anche le valutazioni dell’intelligence americana: nuovi attacchi non garantirebbero né un cambiamento della posizione negoziale iraniana né la caduta del governo di Teheran.

Per la Casa Bianca, la questione non riguarda soltanto il futuro della guerra. Dopo la perdita delle maggioranze parlamentari, riguarda anche la capacità di Trump di mantenere unita la propria squadra mentre si prepara a governare con un Congresso controllato dai democratici.