La sconfitta alle elezioni di Midterm scatena le tensioni alla Casa Bianca e mette Donald Trump davanti a una frattura politica che arriva fino alla sua famiglia. A contestare la strategia del presidente sulla guerra in Iran è il suo stesso vicepresidente, JD Vance, che attribuisce al conflitto la perdita del controllo del Congresso. Una posizione sostenuta pubblicamente anche da Donald Trump Jr., il figlio maggiore del presidente. E mentre i democratici festeggiano la conquista di Camera e Senato, a Washington si moltiplicano gli interrogativi sul futuro del segretario alla Difesa Pete Hegseth, tra i principali sostenitori dell’intervento militare.

La crisi si apre all’indomani del voto del 3 novembre, che ha visto i democratici conquistare seggi anche in roccaforti repubblicane come Texas e Kansas. Il risultato ha lasciato il partito di Trump senza la maggioranza in entrambe le Camere e ha riportato al centro del dibattito la guerra iniziata a febbraio dagli Stati Uniti insieme a Israele.
Vance rompe il silenzio: “Abbiamo perso per la guerra in Iran”
Il primo affondo arriva proprio dal vicepresidente americano. In un lungo messaggio pubblicato su X, JD Vance non cerca spiegazioni nella scelta dei candidati o negli errori della campagna elettorale. Individua invece una responsabilità precisa nella politica estera dell’amministrazione.
“La ragione per cui abbiamo perso è la guerra“, scrive, aggiungendo che chi ritiene giustificato il conflitto dovrebbe anche ammetterne il prezzo politico.
One of the things the data analysts on our side obsessed over was “composition”—whether the electorate looked close enough to 2024 for Republicans to win. And despite polls that showed a Democrat blowout, the data kept on telling us the same story: in some states turnout was merely OK, in other states it was downright amazing, and in no state was it catastrophic. There was a genuine sense of optimism on our team: our people were showing up.
So, I asked the smartest data guy I know, does that mean we’re going to shock the world? “No,” he told me. “We might do better than the polls suggest. But the data is telling us that a lot of Trump/Vance 2024 voters are pissed and planning to vote for the other guys. Our voters are turning out, but they may not vote for us.”
Well, that looks prophetic now. Our voters did show up. In Florida, for example, the electorate was 9 points more Republican than Democrat, just a couple points worse than 2024. Undoubtedly there were places we could have done better on turnout. But the main problem is not turnout. The main problem is that many people who voted for Trump/Vance in 2024 voted for Democrats in 2026.
There will be a lot of infighting and arguing over what happened and why that is. One of the pollsters I really respect told me that our economic messaging wasn’t sharp enough down the stretch. I’m sure that’s true.
But the real reason we lost is obvious to almost everyone.
Another pollster—one of the smartest people I know in politics, told me yesterday we’d lose the generic ballot by 13 points. I felt negative going into Tuesday, but even I was shocked by this. In his polling, he saw that a lot of Trump 2024 voters were angry and planning to vote for Democrats. He asked those voters who had abandoned us what would cause them to come back on our team. The top four answers, accounting for nearly all of the responses were:
1) End the war
2) Focus on cost of living/inflation
3) Put America First
4) Change our relationship to IsraelOur voters showed up. And the above four reasons are why many of them voted for Democrats. This is according to a pollster who nailed the results. While many spent Monday attacking Rachel Campos Duffy for calling for a diplomatic resolution to the conflict, it turns out her political advice was sound. (She’s also a great person.)
In the next few months, there’s going to be a lot of gaslighting. Expect to hear any number of establishment politicians say the solution to our woes is amnesty. I’m open to the idea that we should change enforcement—by focusing more on businesses that hire illegal labor, for instance. But anyone pushing amnesty is lying to you.
The reason we lost is the war. The president himself said so last night.
If you’d like to argue it was worth it, that losing the Senate for the next 6 years was worth it, then do so. Argue it was a worthwhile cost to pay. Agree or disagree, that’s at least honest.
But everyone knows why we lost. And any honest conversation about where we go from here must start there.
I remain hopeful about our country. To the people who are pissed off and want to say, “I told you so”: you’re right, you did tell us so. Take that energy into electing Republicans who share your worldview. To the people who are just pissed at the results, you should be. Let’s take that anger and get back to the work of saving our country.
— JD Vance (@JDVance) November 4, 2026
Il riferimento è alla perdita del Senato, che Vance descrive come una conseguenza destinata a pesare per anni sugli equilibri di Washington.
Il vicepresidente richiama inoltre le preoccupazioni degli elettori repubblicani, indicando quattro questioni: la richiesta di porre fine alla guerra, l’aumento del costo della vita, la promessa di mettere gli interessi americani al primo posto e la necessità di rivedere i rapporti con Israele. Vance, considerato uno dei possibili candidati repubblicani alle presidenziali del 2028, aveva già espresso riserve sull’opportunità di proseguire il conflitto. Nei mesi precedenti il vicepresidente aveva sostenuto all’interno dell’amministrazione la necessità di cercare un accordo diplomatico con Teheran.
Donald Trump Jr. si schiera con Vance: “Ha ragione al 100%”
A rendere ancora più delicata la situazione è l’intervento di Donald Trump Jr., che decide di sostenere pubblicamente il vicepresidente. Il figlio maggiore del presidente condivide su X il messaggio di Vance e lo accompagna con un’approvazione senza riserve:
“Ogni parola è giusta al 100%”, scrive, utilizzando ripetutamente il simbolo che indica il cento per cento.
Un gesto che assume particolare rilievo perché arriva dall’interno della famiglia Trump. Secondo quanto riportato dalla stampa americana, Donald Trump Jr. era contrario all’intervento militare in Iran già prima dell’inizio delle operazioni e aveva espresso privatamente le proprie perplessità.
Trump ammette il peso della guerra sul voto, ma replica: “La rifarei”
La risposta di Donald Trump arriva davanti ai giornalisti, durante una visita al cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca. Il presidente riconosce che l’analisi di Vance è in larga parte corretta. In particolare, ammette che il conflitto e il conseguente aumento dei prezzi della benzina possono aver influito sul voto degli americani. Ma respinge l’idea di aver commesso un errore.
“Ho fatto la cosa giusta. La rifarei“, afferma, sostenendo che l’intervento fosse necessario per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
Trump assicura inoltre di conoscere da tempo le riserve del proprio vicepresidente. Alla domanda su quando intenda chiudere definitivamente la crisi con Teheran, risponde che la conclusione dipenderà dalle sue decisioni, ma che prima dovranno essere raggiunti gli obiettivi di sicurezza americani.
Hegseth rischia il posto?
Le tensioni investono anche il Pentagono. Pete Hegseth, segretario alla Difesa e sostenitore della linea militare contro l’Iran, è finito al centro delle ricostruzioni sul possibile rimpasto dell’amministrazione. Secondo Reuters, la posizione di Hegseth è diventata politicamente più difficile dopo il risultato delle Midterm. Alcuni parlamentari democratici potrebbero promuovere iniziative per chiederne la rimozione, mentre crescono gli interrogativi sulle responsabilità della gestione del conflitto. La stampa americana riferisce anche di valutazioni interne sull’eventualità di una sua sostituzione.
La Casa Bianca ha difeso pubblicamente l’operato dell’amministrazione in materia di sicurezza nazionale. Siamo nel campo, per ora, delle semplici ipotesi?
La guerra in Iran divide l’amministrazione: trattare o tornare a colpire?
Dietro lo scontro sulle responsabilità elettorali c’è una questione ancora più delicata: che cosa fare adesso con l’Iran. La guerra, iniziata a febbraio 2026 con un’operazione congiunta statunitense e israeliana, ha subito una battuta d’arresto con il cessate il fuoco di aprile, senza però arrivare a un accordo di pace definitivo.
Le trattative restano difficili, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz e le preoccupazioni per le forniture petrolifere continuano a pesare sull’economia internazionale. Vance sostiene da tempo la necessità di privilegiare una soluzione diplomatica. Trump, invece, non ha escluso nuove operazioni militari. A complicare il quadro ci sono anche le valutazioni dell’intelligence americana: nuovi attacchi non garantirebbero né un cambiamento della posizione negoziale iraniana né la caduta del governo di Teheran.
Per la Casa Bianca, la questione non riguarda soltanto il futuro della guerra. Dopo la perdita delle maggioranze parlamentari, riguarda anche la capacità di Trump di mantenere unita la propria squadra mentre si prepara a governare con un Congresso controllato dai democratici.