Il benessere in Italia mostra segnali di miglioramento, ma rimangono profonde differenze territoriali e criticità nel confronto con gli altri Paesi europei. È quanto emerge dalla tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes), presentata dall’Istat, che analizza i livelli e le tendenze della qualità della vita nel Paese, con particolare attenzione alle disuguaglianze.
Avviato nel 2010 sulla scia del Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, il progetto Bes si basa su un insieme di 148 indicatori statistici, organizzati in 12 domini: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi.
L’edizione 2026 approfondisce gli andamenti più recenti e l’evoluzione nel periodo 2014-2025, offrendo una lettura complessiva dei cambiamenti in atto e delle differenze tra regioni e gruppi della popolazione.
Migliorano 54 indicatori
Dei 132 indicatori per i quali è possibile effettuare un confronto con l’anno precedente, 54 risultano in miglioramento, 55 sono stabili e 23 registrano un peggioramento. Il bilancio restituisce quindi un quadro complessivamente positivo, anche se non mancano segnali di difficoltà in alcuni ambiti.
La prospettiva di lungo periodo appare ancora più favorevole: su 133 indicatori confrontabili, 70 mostrano un miglioramento e 24 un peggioramento. Per altri 39 non è invece possibile individuare una tendenza univoca.
Il rapporto non si limita a fotografare la situazione attuale, ma ricostruisce anche l’evoluzione di alcuni aspetti del benessere nel tempo. In occasione del centenario dell’Istat, l’analisi comprende infatti una selezione di 12 indicatori, uno per ciascun dominio, che permette di osservare i cambiamenti avvenuti dal secondo dopoguerra, considerando, quando possibile, anche le differenze di genere e territoriali.
Il divario tra Nord e Sud
La distribuzione geografica del benessere conferma la tradizionale distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Tutte le regioni settentrionali e centrali, con l’eccezione del Lazio, presentano risultati superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori regionali disponibili. Nel Mezzogiorno, invece, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media italiana, con l’eccezione dell’Abruzzo.
Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province autonome registrano valori medi superiori a quelli nazionali in almeno 10 dei 12 domini analizzati. Sul fronte opposto, Campania, Puglia e Calabria presentano risultati inferiori alla media italiana in almeno 10 domini.
Le differenze sono particolarmente evidenti negli ambiti del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita, del benessere economico e delle relazioni sociali. Il quadro meridionale, tuttavia, non è uniforme: Abruzzo e Sardegna mostrano spesso risultati in linea con la media nazionale.
Anche alcune regioni del Centro-Nord evidenziano ritardi in specifici settori. È il caso della Valle d’Aosta e della Liguria nel dominio dell’innovazione, della ricerca e della creatività.
Sicurezza, ambiente e territorio
Non tutti gli indicatori seguono il tradizionale andamento geografico che vede il Nord in vantaggio rispetto al Sud. I domini della sicurezza, del benessere soggettivo e dell’ambiente presentano infatti differenze territoriali più articolate.
In particolare, per la sicurezza le regioni meridionali, a eccezione della Campania, registrano livelli migliori della media nazionale. Le aree metropolitane del Centro-Nord risultano invece penalizzate dalla maggiore incidenza di reati predatori e violenze, soprattutto nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana.
Questi dati mostrano come le differenze nella qualità della vita non possano essere ricondotte a un’unica contrapposizione geografica: il quadro cambia a seconda dell’ambito considerato e delle caratteristiche dei territori.
Italia a confronto con l’Europa
Il confronto con la media dell’Unione europea a 27 Paesi, basato su 40 indicatori, evidenzia 12 risultati più favorevoli per l’Italia e 18 meno favorevoli. Le performance migliori riguardano soprattutto la salute, la sicurezza e alcuni aspetti ambientali. Le criticità maggiori emergono invece nell’istruzione e formazione, nel lavoro e nell’innovazione.
Il divario si osserva innanzitutto nei livelli di istruzione. Le quote di persone con almeno il diploma e di laureati sono inferiori rispettivamente di 14,2 e 13,7 punti percentuali rispetto alla media europea, con differenze leggermente più marcate tra gli uomini.
Anche le competenze digitali di base sono meno diffuse: riguardano il 54,3% della popolazione italiana, contro il 60,4% nell’Ue27. Resta inoltre più elevata la quota di giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet: il 13,3% in Italia, a fronte dell’11% della media europea.
Occupazione e differenze di genere
Il mercato del lavoro rappresenta uno degli ambiti in cui il divario con l’Europa è più evidente. Il tasso di occupazione italiano è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media Ue27, ma la distanza risulta particolarmente ampia per le donne.
Per la componente femminile lo scostamento raggiunge infatti 13,3 punti percentuali, mentre per gli uomini si ferma a 3,8 punti. Il rapporto segnala inoltre criticità per il tasso di mancata partecipazione al lavoro e per il part-time involontario.
Quest’ultimo indicatore presenta uno degli scostamenti relativi più elevati rispetto alla media europea: 4,6 punti percentuali nel complesso e 8,2 punti tra le donne. I dati mettono così in evidenza una delle principali aree di debolezza del benessere italiano, con particolare riferimento alla partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Salute e sicurezza tra i punti forti
Nel confronto europeo, la salute è uno dei settori in cui l’Italia ottiene i risultati migliori. La speranza di vita alla nascita supera di 2,2 anni la media Ue27, confermando un vantaggio che riguarda entrambi i generi, ma risulta più ampio per gli uomini: 2,7 anni contro 1,6 per le donne.
Favorevole anche il dato sulla mortalità evitabile, pari in Italia a 16 decessi standardizzati ogni 10.000 residenti, rispetto ai 23,8 registrati nella media europea.
L’Italia presenta inoltre un tasso di omicidi volontari inferiore a quello dell’Ue27. Il vantaggio riguarda sia la popolazione maschile sia quella femminile, in linea con i risultati relativamente positivi che il Paese registra nel dominio della sicurezza.
Ricerca e innovazione in ritardo
Tra le principali criticità individuate dall’Istat figura il settore dell’innovazione, della ricerca e della creatività. La quota di lavoratori della conoscenza è inferiore di 8,1 punti percentuali rispetto alla media europea, mentre l’intensità della ricerca si attesta all’1,40% del Pil italiano, contro il 2,26% dell’Ue27.
Il quadro presenta comunque alcuni segnali favorevoli: gli investimenti in proprietà intellettuale crescono a un ritmo superiore rispetto alla media europea. L’andamento resta tuttavia inferiore a quello registrato in alcuni dei principali Paesi membri.
Il divario nella ricerca e nelle competenze si aggiunge quindi alle difficoltà sul fronte dell’istruzione e del lavoro, delineando uno dei nodi principali per il miglioramento del benessere nel Paese.
Povertà e difficoltà economiche
Anche gli indicatori economici evidenziano elementi di svantaggio rispetto al resto dell’Unione europea. Il rischio di povertà in Italia è superiore di 2,3 punti percentuali rispetto alla media Ue27.
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Risultano meno favorevoli anche i dati relativi alle persone che dichiarano grandi difficoltà ad arrivare a fine mese e alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile.
Il quadro è però più articolato per altri indicatori: l’Italia registra livelli relativamente migliori rispetto alla media europea sia per il sovraccarico dei costi dell’abitazione sia per la grave deprivazione materiale e sociale.