Nel 2025 in Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione residente. È quanto emerge dai dati Istat sulla povertà relativi all’anno scorso, che evidenziano una situazione sostanzialmente stabile rispetto al 2024 (in copertina: immagine di repertorio).
Le famiglie in povertà assoluta sono poco più di 2,1 milioni, con un’incidenza dell’8% sul totale delle famiglie residenti. Rimane stabile anche la povertà relativa, che coinvolge oltre 2,8 milioni di famiglie e quasi 8,7 milioni di persone.
L’incidenza della povertà relativa si attesta al 10,8% tra le famiglie, rispetto al 10,9% del 2024, e al 14,8% tra gli individui, contro il 14,9% dell’anno precedente.
Il divario tra Nord e Sud
La distribuzione territoriale conferma le maggiori difficoltà del Mezzogiorno. Nel Sud e nelle Isole l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie supera quella registrata nelle altre aree del Paese.
Nel Mezzogiorno si trovano circa 813mila famiglie in povertà assoluta, pari al 9,6% delle famiglie residenti nella ripartizione. Seguono il Nord-ovest, con 568mila famiglie e un’incidenza del 7,7%, e il Nord-est, con 386mila famiglie e un’incidenza del 7,4%. Il Centro registra i valori più bassi, con 338mila famiglie coinvolte e un’incidenza del 6,3%.
Nel complesso, il 38,6% delle famiglie in povertà assoluta risiede nel Mezzogiorno, mentre il 45,3% si trova al Nord e il 16,1% al Centro. Anche considerando gli individui, le incidenze più elevate, superiori all’11%, si osservano nel Sud e nelle Isole.
Giovani e minori più esposti
L’età rappresenta un altro elemento significativo. La povertà assoluta riguarda il 12,5% dei minori, per un totale di circa 1 milione e 136mila persone, e il 12,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni, quasi 1 milione e 198mila individui.
La percentuale scende all’8,9% nella fascia tra i 35 e i 64 anni e al 6,1% tra gli over 65, per un totale di oltre 891mila persone.
Tra i minori, l’incidenza varia dal 10,7% del Centro al 15,2% del Mezzogiorno. Rispetto al 2024, il fenomeno resta complessivamente stabile, ma si osserva un miglioramento tra i bambini e i ragazzi dai 7 ai 13 anni: la quota in povertà assoluta scende al 12,1%, dal 14,9% dell’anno precedente.
Famiglie numerose in difficoltà
La povertà assoluta colpisce in misura maggiore i nuclei familiari con più componenti. Nel 2025 l’incidenza raggiunge il 19,2% tra le famiglie con almeno cinque persone e il 10,5% tra quelle composte da quattro componenti. Per i nuclei di tre persone si attesta all’8,4%, comunque sopra la media nazionale.
Particolarmente critica è la condizione delle coppie con almeno tre figli, tra le quali il 16,9% vive in povertà assoluta. Valori elevati si registrano anche nelle famiglie di altra tipologia, nelle quali possono convivere più nuclei o essere presenti membri aggregati: l’incidenza è del 16,4%.
La percentuale sale inoltre all’11,5% tra le famiglie monogenitore. Tra i nuclei con figli minorenni, la povertà aumenta con il numero dei figli: riguarda il 7,8% delle coppie con un figlio minore, il 10% di quelle con due e il 17,7% delle coppie con almeno tre figli minorenni. Per le famiglie monogenitore con minori, l’incidenza è dell’11,6%.
Cittadinanza e povertà
I dati Istat mostrano differenze significative anche in relazione alla cittadinanza dei componenti della famiglia. L’incidenza della povertà assoluta è del 5,9% tra i nuclei composti esclusivamente da cittadini italiani, mentre sale al 26,7% nelle famiglie in cui è presente almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra quelle composte soltanto da stranieri.
La distanza emerge anche considerando le famiglie con minori. In questo caso, l’incidenza è del 7,8% tra i nuclei composti esclusivamente da italiani, sale al 27,8% quando è presente almeno un componente straniero e arriva al 31,4% tra le famiglie composte unicamente da stranieri.
Rispetto al 2024, tuttavia, si registrano segnali di riduzione della povertà assoluta nelle famiglie con minori in cui sono presenti cittadini stranieri, sia nei nuclei composti esclusivamente da stranieri sia in quelli con almeno un componente straniero.
Istruzione e lavoro fanno la differenza
Il livello di istruzione della persona di riferimento della famiglia è associato alla diffusione della povertà assoluta. Quando questa ha conseguito almeno un diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%.
La percentuale sale all’11,9% nelle famiglie in cui la persona di riferimento possiede al massimo la licenza media e al 12,3% nei nuclei in cui il titolo di studio più elevato è la licenza elementare. Per quest’ultimo gruppo, composto in prevalenza da famiglie di anziani, si registra comunque un miglioramento rispetto al 2024, quando l’incidenza era del 14,4%.
Anche la condizione occupazionale incide sul rischio di povertà. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata come dipendente, l’incidenza è dell’8,5%, ma raggiunge il 14,3% quando si tratta di un operaio o di una figura assimilata. Tra i lavoratori indipendenti, il valore più elevato, pari al 6,6%, riguarda la categoria degli “altri indipendenti”, che non comprende imprenditori e liberi professionisti.
La situazione è più difficile per i nuclei in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione: in questo caso, la povertà assoluta raggiunge il 20,7%. È invece pari al 5,2% nelle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro.
Tra le famiglie con minori, l’incidenza arriva al 15,5% quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato e al 10,5% per gli “altri indipendenti”. Sale al 21,1% nei nuclei in cui la persona di riferimento non è occupata o è alla ricerca di un impiego.
Quanto è profonda la povertà
Oltre al numero di persone coinvolte, l’Istat misura anche l’intensità della povertà assoluta, cioè la distanza percentuale tra la spesa mensile delle famiglie povere e la soglia che definisce la condizione di povertà.
Nel 2025 l’indicatore resta stabile al 18,5% a livello nazionale. Nel Nord si attesta al 18,2%, con il 18,5% nel Nord-ovest e il 17,8% nel Nord-est. Anche nel Centro il valore è pari al 18,2%.
Nel Mezzogiorno, invece, si registra un lieve aumento, dal 18,5% al 19%. La variazione è legata soprattutto alle Isole, dove l’intensità passa dal 17% al 19%.
Per le famiglie con minori l’indicatore raggiunge il 21,6%, un livello superiore alla media nazionale, segnalando una maggiore distanza dalla soglia di povertà per questi nuclei.
Segnali positivi nei piccoli comuni
Nel confronto con il 2024 emergono alcuni miglioramenti territoriali. Nei comuni con meno di 50mila abitanti, esclusi quelli periferici delle aree metropolitane, l’incidenza della povertà assoluta scende dal 8,9% al 7,4%.
Il fenomeno rimane invece stabile nei comuni con oltre 50mila abitanti, nei comuni periferici delle aree metropolitane, dove si attesta all’8,9%, e nei centri delle aree metropolitane, con un’incidenza dell’8,1%.
Le dinamiche variano comunque tra le diverse ripartizioni geografiche. Nei centri delle aree metropolitane, la stabilità nazionale è il risultato di andamenti differenti: nel Nord l’incidenza scende all’8,2% al 5%, con un valore del 4,2% nel Nord-ovest, mentre nel Centro sale dal 4,1% all’8,3%.
Nei comuni più piccoli, il miglioramento è invece trainato dal Centro, dove l’incidenza scende dal 7,9% al 5,4%, e dal Mezzogiorno, dove passa dall’11% all’8,2%.
Minori, disagio più marcato
Le famiglie con figli minorenni in povertà assoluta sono oltre 656mila, pari all’11,2% del totale delle famiglie con minori. L’incidenza più elevata, pari al 19,4%, si osserva nelle famiglie di altra tipologia, dove convivono più nuclei o sono presenti membri aggregati.
Il disagio risulta più intenso anche nei centri delle aree metropolitane, dove l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con minori raggiunge il 13,4%. Nei comuni con meno di 50mila abitanti si attesta al 9,9%, mentre nei comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con oltre 50mila abitanti è pari al 12,3%.
Nel complesso, i dati del 2025 descrivono una situazione nazionale sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, ma con differenze significative in base all’area geografica, all’età, alla composizione familiare, al livello di istruzione e alla condizione lavorativa.