Inaugurazione anno scolastico

Mattarella replica a Meloni sulla scuola: “E’ aperta a tutti. E’ integrazione e aiuti a non creare ghetti”

Anche il cardinale Zuppi parla di "scuola autenticamente inclusiva". Il ministro Valditara precisa: "Tetto agli stranieri in classe solo se non parlano bene la nostra lingua"

Mattarella replica a Meloni sulla scuola: “E’ aperta a tutti. E’ integrazione e aiuti a non creare ghetti”

Nelle ultime 48 ore, la scuola è stata non solo argomento di dibattito nazionale, ma anche tema di confronto tra due delle più importanti cariche del nostro Paese: la Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica.

La prima, domenica 20 settembre 2026, dal placo della festa di Gioventù Nazionale, ha dichiarato la volontà di agire con provvedimento per introdurre un tetto al numero di studenti stranieri per classe, l’obbligo per alcuni genitori di imparare l’italiano e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici.

Giorgia Meloni ha parlato di una risposta alle difficoltà di integrazione nelle scuole, sottolineando il principio secondo cui gli studenti italiani non dovrebbero arrivare a sentirsi minoranza in classe.

La replica di Mattarella

Circa 24 ore più tardi, lunedì 21 settembre 2026, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico 2026/2027, organizzata all’istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne” di Amatrice, a dieci anni dal terremoto, il Capo di Stato Sergio Mattarella è intervenuto pubblicamente sull’argomento, con un discorso diametralmente opposto rispetto a quello della Premier.

Ecco qui di seguito alcuni passaggi di quanto detto dal Presidente della Repubblica:

La scuola prepara il futuro, come ben sappiamo. Tessendo insieme conoscenze e creatività, cultura e dialogo tra le persone.

Viviamo un cambiamento d’epoca. Grandi e veloci trasformazioni stanno mutando sia il contesto che la nostra quotidianità. La società, come sempre, ha bisogno della scuola, e di una scuola all’altezza dei tempi nuovi, per difendere la civiltà che è stata conquistata e per progredire ancora.

Come sempre, anche nei nostri giorni si tende a concentrarsi sul presente. A consumare nell’oggi le risorse. È invece necessario investire sul futuro. Sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola e sulla conoscenza.

Del resto, macchine sempre più intelligenti, per essere governate a vantaggio delle persone e delle comunità, hanno bisogno di persone sempre più preparate, più responsabili; e più ricche di valori.

Soprattutto oggi educare vuol dire, insieme a trasmettere conoscenze, promuovere talento e partecipazione; vuol dire sviluppare le qualità intellettuali e morali, vuol dire formare personalità libere e mature, capaci di contribuire alla vita di comunità.

Il progresso non va ostacolato, né temuto, né seguito con passività. Va orientato e continuamente verificato quanto alla garanzia del primato della persona. Per questo è necessario che le generazioni più giovani – e più capaci di usare i nuovi strumenti – crescano, tenendo insieme conoscenza e umanità, capacità tecnologiche e solidarietà.

Oggi tutto ciò che accade ci sembra vicino. Siamo inondati di parole e di immagini che provengono da ogni dove. Il paradosso è che nel mezzo di tante comunicazioni incessanti si può soffrire di isolamento e di abbandono.

La scuola deve includere, recuperare, ricostruire. I nostri bambini, i nostri studenti sono avanti a noi per tante cose, ma sappiamo che hanno bisogno di trovare fiducia, che il disagio può nascondersi nei loro comportamenti. Può nascondersi persino ai genitori.

Serve padronanza degli strumenti tecnici, ma servono anzitutto valori umani. Nella scuola la convivenza e il rispetto devono prevalere mettendo al bando la violenza. La violenza si manifesta in molte forme. Prepotenze esplicite, gruppi e bande che si consolidano fuori dalle aule. Le violenze contro gli insegnanti: l’ultimo grave episodio di pochi giorni addietro si aggiunge a quelli già avvenuti in passato, non dimenticati.

Gli insegnanti non devono, quindi, essere lasciati soli dalla società e le istituzioni non devono recedere dalla loro responsabilità in contesti difficili. Con un impegno rinnovato per sconfiggere la dispersione scolastica.

La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. La scuola prepara tutti – ‘E’ aperta a tutti‘: così dispone l’art. 34 della Costituzione.

Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”.

Il monito del cardinale Zuppi

Riguardo alla scuola è arrivato poi anche il commento da parte del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, nel giorno di apertura del Consiglio permanente dei vescovi italiani.

“Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace.

La Cei contro il Governo: "Ha violato gli accordi fra Stato e Chiesa"
Il cardinale Matteo Zuppi

In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. I giovani hanno bisogno di adulti che testimonino che la vera conoscenza non è accumulo di dati, ma sapienza per la vita.

Le scuole siano luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune”.

La precisazione di Valditara

Sull’argomento è arrivata anche una precisazione da parte del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara:

“Stiamo lavorando agli ultimi dettagli ma avrà come elemento centrale la conoscenza dell’italiano e ci saranno criteri oggettivi per stabilire a chi si applica. I limiti non si applicheranno agli studenti che hanno frequentato la scuola dell’infanzia ed entrano in prima elementare o a quanti hanno frequentato positivamente alcuni anni di scuola, perché si può pensare che abbiano acquisito una certa conoscenza dell’italiano. Le norme si applicano anche” agli studenti con passaporto europeo.