Il G7 prova a fermare l’escalation nel Mar Rosso prima che la nuova guerra nello Yemen si trasformi in una crisi ancora più ampia per il commercio e l’energia mondiali. Nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 settembre 2026, i ministri degli Esteri di Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Canada e Giappone, riuniti a New York a margine dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, hanno rivolto un doppio ultimatum politico: agli Houthi, perché interrompano gli attacchi, e all’Iran, perché smetta di armare e sostenere il movimento yemenita.
La riunione del G7 era iniziata alle 19 ora di New York, l’una di notte in Italia. Dopo una prima sessione dedicata all’Ucraina, alla quale ha partecipato anche il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha, i sette hanno affrontato le principali crisi internazionali, a partire dal Medio Oriente.
“Cessate immediatamente tutte le azioni militari”
È al termine di questo incontro che è stata diffusa la dichiarazione congiunta dei sette ministri degli Esteri, non un nuovo trattato o una risoluzione dell’Onu, ma una presa di posizione politica comune del G7.
Il linguaggio scelto è particolarmente duro. I ministri hanno condannato “con la massima fermezza” gli attacchi condotti dagli Houthi all’interno dello Yemen e contro l’Arabia Saudita e hanno chiesto al gruppo di “cessare immediatamente tutte le azioni militari”, comprese minacce e attacchi alla navigazione civile, e di tornare ai negoziati.
Il secondo messaggio è rivolto direttamente a Teheran. Secondo il G7, il sostegno militare iraniano agli Houthi alimenta “un pericoloso modello di escalation” che rischia di compromettere il commercio internazionale e produrre instabilità ben oltre lo Yemen. I sette chiedono quindi all’Iran di interrompere la fornitura di armi e l’assistenza al gruppo.
Teheran ha storicamente negato di dirigere direttamente le operazioni degli Houthi, pur riconoscendone il sostegno politico; fonti occidentali e organismi internazionali hanno invece documentato negli anni trasferimenti di tecnologia e armamenti iraniani al movimento yemenita.
Perché l’allarme è scattato proprio adesso
A cambiare il quadro sono state soprattutto le ultime settimane. Gli Houthi hanno ripreso gli attacchi con missili e droni contro l’Arabia Saudita, colpendo o minacciando città, infrastrutture energetiche e installazioni militari. Il 19 settembre Riyad ha dichiarato di aver intercettato un missile diretto verso la capitale, mentre gli Houthi hanno rivendicato operazioni contro obiettivi nella zona di Riyad e contro infrastrutture petrolifere.
Contemporaneamente, il movimento ha ottenuto importanti successi sul terreno nello Yemen occidentale: ha conquistato Mokha e rafforzato la propria presenza sulle isole Hanish, avvicinandosi ulteriormente al controllo del Bab el-Mandeb, lo stretto che collega Mar Rosso e Golfo di Aden.
È questo il punto che preoccupa maggiormente Europa e Paesi del Golfo. Bab el-Mandeb è una delle porte del Canale di Suez e uno dei principali passaggi del commercio fra Asia ed Europa. Una nuova stagione di attacchi alle navi potrebbe nuovamente costringere i mercantili a circumnavigare l’Africa, aumentando tempi, costi di trasporto e premi assicurativi.
Tajani: “Non siamo in guerra, ma per l’Italia il Mar Rosso è strategico”
Per Roma il dossier è particolarmente sensibile. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, presente alla riunione del G7, aveva chiarito già il 20 settembre che l’Italia non si considera in guerra con gli Houthi, ma che la sicurezza della regione rappresenta un interesse nazionale diretto.
“Noi non siamo in guerra, ma il Mar Rosso è strategico“, ha spiegato Tajani, ricordando che la missione europea Aspides, alla quale partecipa l’Italia, mantiene un carattere difensivo e ha l’obiettivo di proteggere i mercantili. Secondo i dati citati dal ministro, attraverso il Mar Rosso passa circa il 40% del traffico marittimo commerciale italiano e il 60% delle merci esportate dall’Italia verso l’Asia.
Il 16 settembre Tajani aveva inoltre parlato con la ministra degli Esteri yemenita Afrah Al-Zouba, ribadendo la condanna italiana degli attacchi Houthi contro civili, forze governative yemenite e Arabia Saudita e chiedendo una ripresa del processo politico.
Oggi a #NewYork con il Segretario di Stato USA @secrubio ho firmato un accordo di carattere strategico per un partenariato economico sui #mineralicritici. L’Italia è un Paese industriale e vogliamo garantire alle nostre imprese l’approvvigionamento di materie prime.
Un’intesa… pic.twitter.com/4NsgkfRNGi— Antonio Tajani (@Antonio_Tajani) September 21, 2026
Londra aiuta Riad, Trump per ora non attacca
Sul piano militare, però, i Paesi occidentali non si stanno muovendo tutti allo stesso modo. Il Regno Unito ha annunciato un sostegno limitato all’Arabia Saudita, mettendo a disposizione capacità della Royal Air Force per il rifornimento in volo degli aerei sauditi. Il premier britannico Andy Burnham ha presentato la misura come un intervento difensivo e temporaneo.
Gli Stati Uniti, invece, per il momento hanno scelto maggiore prudenza. Secondo Reuters e una ricostruzione del New York Times, Donald Trump aveva inizialmente autorizzato la preparazione di raid contro gli Houthi, con obiettivi già individuati, per poi fermare l’operazione prima dell’attacco. Neppure il colloquio con il presidente yemenita Rashad al-Alimi ha portato a un impegno militare diretto americano.
Il vero timore
La crisi yemenita arriva mentre resta instabile anche lo Stretto di Hormuz, fondamentale per le esportazioni petrolifere del Golfo. Per questo il nuovo fronte Houthi assume una dimensione molto più ampia della guerra civile yemenita: un deterioramento contemporaneo della sicurezza a Hormuz e Bab el-Mandeb significherebbe mettere sotto pressione due delle principali strozzature energetiche e commerciali del pianeta.