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Ex Ilva, torna l’incubo licenziamenti: sindacati pronti a nuovi scioperi dopo lo stop agli altoforni

Oggi assemblee con i lavoratori, domani nuovo confronto con il governo a Palazzo Chigi

Ex Ilva, torna l’incubo licenziamenti: sindacati pronti a nuovi scioperi dopo lo stop agli altoforni

La vertenza dell’ex Ilva di Taranto entra in una delle fasi più delicate della sua storia. Venerdì 11 settembre 2026 la Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento. Gli impianti dovranno quindi essere fermati entro il 28 ottobre 2026.

Nelle motivazioni i giudici hanno indicato con chiarezza il principio che ha guidato la decisione: nel bilanciamento tra attività d’impresa e tutela dei cittadini deve prevalere il diritto alla salute, alla luce delle criticità ambientali ancora presenti.

Ripartono i 2.500 licenziamenti dell’indotto

Le imprese dell’appalto e dell’indotto hanno annunciato la ripresa delle procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori, congelate pochi giorni prima su richiesta del governo in attesa della decisione dei giudici.

Il precedente stop ai licenziamenti era stato concordato l’8 settembre da Aigi e Aepi, le associazioni che rappresentano molte delle aziende che lavorano attorno allo stabilimento. Era però una tregua espressamente temporanea. Con la conferma della fermata dell’area a caldo, quella tregua è saltata. E l’impatto potenziale va ben oltre quei 2.500 posti. L’ex Ilva occupa direttamente circa 8.000 lavoratori, ai quali si aggiungono migliaia di persone impiegate nell’indotto e nei servizi collegati.

I sindacati: “Il tempo è scaduto”

La risposta sindacale è durissima. Sabato 12 settembre 2026, il Consiglio di fabbrica straordinario di Fim, Fiom, Uilm e Usb ha chiesto un intervento immediato del governo, definendo concreto il rischio di una “crisi sociale senza precedenti” per Taranto.

I sindacati chiedono il blocco dei licenziamenti, strumenti di tutela del reddito, garanzie previdenziali specifiche e soprattutto un piano industriale vincolante che consenta di accompagnare la trasformazione dell’acciaieria senza scaricarne i costi sui lavoratori.

La posizione delle sigle è significativa anche su un altro punto: la protesta non viene presentata come una contestazione alla sentenza.

“Le nostre iniziative di mobilitazione non saranno rivolte verso la decisione della Corte d’Appello”, hanno precisato i sindacati, attribuendo invece ai governi succedutisi negli ultimi quattordici anni la responsabilità di non aver costruito una soluzione industriale e ambientale definitiva.

Oggi assemblee, nuovi scioperi all’orizzonte

Per oggi, lunedì 14 settembre, sono state convocate assemblee con i lavoratori dell’appalto davanti alle portinerie dello stabilimento. È in queste assemblee che verranno definite le nuove forme di mobilitazione contro l’avvio dei licenziamenti. Nuovi scioperi sono quindi concretamente sul tavolo, ma al momento non è ancora stata formalizzata una nuova data nazionale di astensione dal lavoro.

Non sarebbe la prima protesta di questa fase della vertenza. Il 3 agosto i lavoratori dell’ex Ilva avevano già incrociato le braccia per otto ore, dopo il primo decreto che imponeva la chiusura dell’area a caldo. A Taranto la mobilitazione si era trasformata anche in corteo e nel blocco temporaneo della statale 100. Ora, però, la situazione è molto più grave: quella che allora era una decisione ancora contestata in tribunale è diventata un provvedimento confermato dai giudici.

Domani il governo torna al tavolo

Il prossimo passaggio politico è fissato per martedì 15 settembre, quando governo e sindacati torneranno a confrontarsi a Palazzo Chigi.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha già fatto sapere di non escludere una partecipazione pubblica nel capitale dell’ex Ilva, purché venga presentato un piano industriale ritenuto solido e credibile. Sul tavolo rimane la possibilità di trasformare progressivamente l’impianto attraverso tecnologie meno inquinanti: forni elettrici, produzione di acciaio attraverso DRI – Direct Reduced Iron e riduzione progressiva dell’utilizzo del carbone. Il governo sostiene che per questa transizione siano disponibili risorse pubbliche.

Ma trasformare l’impianto richiede anni. Il problema immediato è cosa accade ai lavoratori e alla produzione nel frattempo.

Produzione contro salute? I sindacati rifiutano questa alternativa

Per decenni la vicenda Ilva è stata raccontata come una scelta tra due diritti: da una parte il lavoro, dall’altra la salute e l’ambiente. I sindacati cercano ora di respingere questo schema.

“Non siamo per mantenere il ciclo a carbone”, ha spiegato nei giorni scorsi la Fim Cisl, chiedendo invece di passare al ciclo elettrico e a una produzione di acciaio a minore impatto ambientale.

Il punto, secondo le organizzazioni dei lavoratori, è evitare che la decarbonizzazione venga realizzata attraverso una semplice chiusura.

“Transizione ecologica non può diventare sinonimo di dismissione, perdita di posti di lavoro e desertificazione industriale”, hanno scritto Fim, Fiom, Uilm e Usb.

Entro il 28 ottobre il governo dovrà dimostrare se esiste davvero una terza strada: chiudere l’Ilva del passato senza chiudere anche il futuro industriale di Taranto.