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Ex Ilva, partono le lettere di licenziamento: a rischio 2.500 lavoratori

La richiesta della Cgil è che lo Stato assuma un ruolo diretto nella vicenda e che venga garantita la continuità della produzione di acciaio in Italia

Ex Ilva, partono le lettere di licenziamento: a rischio 2.500 lavoratori

Sono partite le lettere relative alle procedure di licenziamento collettivo per i lavoratori delle aziende dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto. L’associazione che rappresenta le imprese dell’indotto, l’iter riguarda complessivamente 2.500 lavoratori.

La notizia arriva oggi, venerdì 4 settembre 2026, mentre resta aperto il confronto sul futuro del polo siderurgico pugliese e, soprattutto, sulla possibilità di mantenere una capacità produttiva nell’area a caldo di Taranto. Per le imprese, la situazione occupazionale è diventata ormai difficile da sostenere dopo lo stop delle attività.

Aigi ha fatto sapere di aver inviato alle organizzazioni sindacali le comunicazioni relative alla procedura. La decisione viene collegata direttamente alla chiusura dell’area a caldo, che ha avuto ripercussioni immediate sulle aziende che lavorano all’interno e intorno allo stabilimento.

Perché i licenziamenti riguardano l’indotto

Il problema non riguarda soltanto i dipendenti direttamente collegati alla gestione dello stabilimento. Attorno all’ex Ilva di Taranto opera infatti una vasta rete di imprese che forniscono servizi, manutenzione, lavorazioni e attività necessarie al funzionamento del complesso siderurgico.

Lo stop dell’area a caldo riduce drasticamente le attività che queste aziende possono svolgere. Di conseguenza, per una parte dell’indotto viene meno anche la possibilità concreta di mantenere gli attuali livelli occupazionali.

La situazione era già emersa nelle settimane precedenti. Ad agosto le associazioni delle imprese avevano annunciato lo stato di mobilitazione e la preparazione di procedure di licenziamento collettivo, spiegando che la chiusura dell’area a caldo avrebbe prodotto un esubero diretto tra i lavoratori impegnati in quella parte dello stabilimento e, successivamente, avrebbe potuto coinvolgere anche altre attività dell’area a freddo. Ora quella prospettiva si è trasformata in un procedimento formale.

Rischio “effetto a cascata”

Il dato comunicato oggi parla di 2.500 lavoratori interessati dalle procedure avviate dalle imprese dell’indotto. Si tratta di un numero rilevante perché amplia ulteriormente la dimensione occupazionale della crisi dell’ex Ilva. La vertenza non riguarda quindi esclusivamente il futuro dei lavoratori direttamente impiegati nello stabilimento, ma coinvolge una parte significativa del tessuto produttivo che negli anni si è sviluppato intorno alla grande acciaieria.

Il rischio è quello di un effetto a cascata: la riduzione o l’interruzione delle attività siderurgiche può mettere in difficoltà le aziende fornitrici, che a loro volta rischiano di ridurre il personale o interrompere i rapporti di lavoro.

I sindacati: “Non accetteremo migliaia di licenziamenti”

Sul fronte sindacale la reazione è netta. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, aveva già lanciato l’allarme alla vigilia dell’avvio delle procedure. Il 3 settembre, intervenendo alla Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, Landini ha avvertito che il sindacato non è disposto ad accettare uno scenario caratterizzato da migliaia di licenziamenti.

Il segretario della Cgil ha indicato una possibile dimensione complessiva della crisi occupazionale compresa tra 6.000 e 8.000 licenziamenti, chiedendo al governo di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

La richiesta della Cgil è che lo Stato assuma un ruolo diretto nella vicenda e che venga garantita la continuità della produzione di acciaio in Italia.

“Non lasciar fare al mercato”, è in sintesi la linea indicata dal segretario generale della Cgil, che lega la vertenza dell’ex Ilva anche al tema strategico della politica industriale italiana e al costo dell’energia.

Maurizio Landini

L’incontro con il governo dell’8 settembre

Il prossimo appuntamento decisivo è fissato per martedì 8 settembre, quando è previsto un incontro tra il governo e i sindacati sulla vertenza ex Ilva. È su questo tavolo che potrebbe concentrarsi una parte importante del confronto sul futuro degli stabilimenti e sulle conseguenze occupazionali della crisi.

Il nodo dell’area a caldo

Il punto centrale della vertenza resta il futuro dell’area a caldo di Taranto. È proprio la sua chiusura, secondo le imprese dell’indotto, ad aver reso insostenibile la situazione per numerose aziende. Senza la prospettiva di una ripartenza delle attività, alcune imprese ritengono infatti di non avere sufficienti commesse per mantenere gli attuali organici.

La questione assume una dimensione che va oltre il singolo stabilimento. Da una parte c’è la necessità di affrontare la situazione produttiva dell’ex Ilva; dall’altra c’è il rischio che la contrazione delle attività industriali travolga progressivamente le aziende che negli anni hanno costruito il proprio business attorno alla siderurgia tarantina.

Una crisi che arriva al territorio

Per Taranto e per la Puglia, la nuova ondata di licenziamenti rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione. La siderurgia ha infatti un peso storico nell’economia della città e l’ex Ilva costituisce uno dei principali nodi industriali del territorio. La crisi dell’acciaieria non si esaurisce quindi nei cancelli dello stabilimento, ma coinvolge una rete di imprese e lavoratori che dipendono, direttamente o indirettamente, dalla continuità della produzione.