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Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola: per i pm fu il mandante. Il gip indica un movente sorprendente

Il giudice esclude qualsiasi coinvolgimento del giornalista: "Era all’oscuro del piano"

Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola: per i pm fu il mandante. Il gip indica un movente sorprendente

Quasi dieci mesi dopo l’esplosione davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, l’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report arriva alla svolta più clamorosa. Valter Lavitola, imprenditore, ex giornalista ed ex direttore dell’Avanti, è stato arrestato lunedì 10 agosto e trasferito in carcere su disposizione del gip di Roma.

L’auto di Ranucci devastata dall’esplosione

Per la Procura di Roma sarebbe stato lui a commissionare l’azione dinamitarda del 16 ottobre 2025 a Pomezia, alle porte della Capitale. Nell’inchiesta viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso. La misura è stata eseguita dai carabinieri del Nucleo Investigativo nell’ambito delle indagini coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi e seguite dalla Direzione distrettuale antimafia.

Il gip: la bomba serviva ad aumentare la popolarità di Ranucci

L’elemento più inatteso riguarda il movente individuato dalla gip Iole Moricca. Secondo l’ordinanza, Lavitola avrebbe commissionato l’attentato non per fermare le inchieste di Ranucci, ma per ottenere l’effetto opposto: rafforzarne l’immagine pubblica, aumentarne la popolarità e favorire una futura discesa in politica, dalla quale lo stesso Lavitola sperava poi di ricavare un ruolo di primo piano.

L’attacco avrebbe dovuto quindi apparire all’opinione pubblica come una grave intimidazione contro un giornalista scomodo, producendo solidarietà e consenso intorno alla sua figura, senza però – secondo la ricostruzione del giudice – avere l’obiettivo di ucciderlo.

È una tesi investigativa particolarmente singolare: trasformare la vittima di un attentato in una figura pubblica ancora più forte e utilizzarne successivamente il prestigio per costruire un nuovo progetto politico.

Ranucci era all’oscuro: “Vittima della manipolazione”

Su un punto l’ordinanza è estremamente chiara: Sigfrido Ranucci non avrebbe saputo nulla. Il gip scrive che non è emerso alcun elemento che permetta di ritenere il giornalista d’accordo con Lavitola. Al contrario, le risultanze investigative porterebbero a considerarlo vittima di una manipolazione, favorita anche dal profondo rapporto personale che si era creato tra i due.

Quando a luglio era emerso il nome di Lavitola come possibile mandante, Ranucci aveva infatti mostrato sorpresa e incredulità. I due si conoscevano da anni e avevano avuto rapporti frequenti.

Chi è Valter Lavitola, il faccendiere indagato per l'attentato a Ranucci
Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci

Secondo il giudice, Lavitola avrebbe continuato anche successivamente a cercare di convincere Ranucci dell’inverosimiglianza della pista investigativa che conduceva a lui, nella consapevolezza che il sostegno della stessa vittima avrebbe potuto rafforzare la propria posizione.

Il legale del giornalista, Roberto De Vita, ha ribadito che Ranucci è la persona offesa nel procedimento e ha sottolineato la necessità di chiarire fino in fondo “movente e contesto di maturazione” dell’attentato.

L’attentato del 16 ottobre 2025

La bomba esplose la sera del 16 ottobre 2025 davanti al cancello dell’abitazione di Ranucci, nella zona di Pomezia-Torvaianica.

L’ordigno, costituito da gelatina da cava, provocò una deflagrazione molto potente: furono pesantemente danneggiate le due automobili del giornalista e il muro perimetrale dell’abitazione. Nessuno rimase ferito. Gli investigatori descrissero quel tipo di esplosivo come materiale ormai poco comune ma dotato di una capacità distruttiva particolarmente elevata.

Fin dalle prime ore l’episodio era apparso molto più grave di una semplice intimidazione. L’esplosione avvenne vicino all’abitazione dove il giornalista vive con la famiglia e soltanto circostanze fortuite evitarono conseguenze più pesanti.

Prima gli esecutori, poi la pista Lavitola

Il 30 giugno 2026 erano state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippis, ritenuti a vario titolo componenti del gruppo che avrebbe organizzato materialmente l’attentato. Tre erano finiti in carcere e una persona agli arresti domiciliari.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe effettuato sopralluoghi, reperito l’esplosivo e raggiunto Torvaianica con un’auto a noleggio. Passariello e Mutone avrebbero partecipato alla collocazione dell’ordigno, mentre D’Avino avrebbe avuto un ruolo nell’approvvigionamento dell’esplosivo e nei sopralluoghi.

All’epoca il gip aveva però sottolineato che il mandante era ancora sconosciuto. Pochi giorni dopo l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su Lavitola.

Il ruolo dell’intermediario Tavares

Tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente piazzato la bomba, secondo l’accusa, ci sarebbe stato un intermediario: Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e collaboratore dell’ex editore.

Il gip ha emesso un mandato di arresto anche nei suoi confronti. Tavares si troverebbe attualmente in Africa e non è stato ancora rintracciato. Agli investigatori spetta ora il compito di ricostruire i rapporti economici e operativi tra l’intermediario e gli esecutori.

Ranucci Tavares
Ranucci Tavares

Secondo la Procura, sarebbe stato proprio Tavares a mettere Lavitola in contatto con la banda campana, permettendo di mantenere separati il presunto mandante e gli uomini incaricati dell’azione.

Tavares, intervistato dal Tg1, ha detto di avere inizialmente previsto un ritorno in Italia ma di volere ora rivalutare la decisione dopo avere appreso dell’ordine di arresto.

Il nome di Lavitola era entrato ufficialmente nell’inchiesta già all’inizio di luglio. Il 4 luglio la sua abitazione era stata perquisita e gli investigatori avevano acquisito telefoni, dispositivi elettronici e documenti.

L’8 luglio, convocato in Procura, l’ex editore si era avvalso della facoltà di non rispondere alle domande, pur rendendo dichiarazioni spontanee e respingendo ogni accusa:

“Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”.

Nelle settimane successive gli investigatori hanno analizzato chat, telefoni, rapporti finanziari e collegamenti con Tavares e con il gruppo degli esecutori.

Nella decisione di disporre il carcere pesano inoltre, secondo il gip, il pericolo di inquinamento delle prove e il rischio di fuga. Al momento della perquisizione del 4 luglio Lavitola sarebbe stato pronto a lasciare l’Italia per l’Africa e aveva già organizzato il viaggio.

L’accusa non riguarda soltanto l’utilizzo dell’esplosivo. La Procura contesta anche l’aggravante di avere agito con modalità di tipo mafioso.

Nel diritto penale l’aggravante può riguardare anche un reato commesso utilizzando modalità tipiche dell’intimidazione mafiosa, capaci di generare assoggettamento e paura. Nel procedimento sono inoltre emerse contestazioni molto gravi, compresa quella di strage nell’evoluzione dell’inchiesta.

I quattro presunti esecutori erano già stati accusati di detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di avere agito in più di cinque persone e con modalità mafiose.

Un rapporto di amicizia diventato il centro dell’inchiesta

La parte forse più difficile da spiegare della vicenda rimane il rapporto tra Lavitola e Ranucci. I due si conoscevano e frequentavano da anni. Proprio questa vicinanza aveva inizialmente reso difficile immaginare Lavitola come possibile mandante dell’attacco.

Per il gip, invece, sarebbe proprio quel rapporto personale a spiegare il progetto: Lavitola avrebbe immaginato di accrescere artificialmente il prestigio dell’amico, spingerlo verso una candidatura e successivamente inserirsi nel progetto politico costruito intorno a lui. Ranucci, secondo l’ordinanza, non avrebbe mai condiviso né conosciuto questo piano.