Valter Lavitola è indagato come sospetto mandante nell’inchiesta sull’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci, conduttore e autore di “Report”, avvenuto nell’ottobre dello scorso anno a Roma.
Secondo la Procura della capitale, l’ex giornalista ed editore, oggi imprenditore, sarebbe il deus ex machina dell’azione, contestata in concorso con un’altra persona.

Valter Lavitola indagato per l’attentato a Ranucci
Al momento nei confronti di Lavitola non sono state richieste misure cautelari, ma gli investigatori stanno esaminando il suo materiale sequestrato durante la perquisizione eseguita dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su disposizione della Direzione distrettuale antimafia.
L’imprenditore è accusato, insieme agli altri indagati, dei reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, oltre a minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso.
Le accuse arrivano dopo l’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna, ritenuti dagli inquirenti gli esecutori materiali dell’attentato.
Per la Procura sarebbe il mandante
Secondo quanto emerge dagli atti dell’indagine, il gruppo avrebbe agito dietro compenso economico ricevuto attraverso un intermediario, indicato nelle intercettazioni come il collegamento con il presunto mandante.
Gli investigatori ritengono inoltre che, dopo l’attentato, fosse stato predisposto un piano per favorire l’allontanamento degli esecutori, mettendo a disposizione denaro, carte prepagate e strumenti utili a ostacolare le indagini.
Gli inquirenti stanno ancora lavorando per ricostruire il movente dell’azione e precisano che il quadro probatorio è tuttora in fase di approfondimento.
Chi è Valter Lavitola
Originario di Salerno, Valter Lavitola è stato direttore del quotidiano “L’Avanti!” prima di intraprendere l’attività imprenditoriale. Era vicino a Berlusconi.

Negli ultimi anni ha aperto e gestito un ristorante di pesce nel quartiere Monteverde, a Roma. Risale al 2023 una fotografia pubblicata da “Il Riformista”, nella quale comparivano insieme proprio Lavitola e Sigfrido Ranucci all’interno del locale romano dell’imprenditore.
Ma Lavitola è noto soprattutto per i suoi guai con la legge.
Il caso della casa di Montecarlo
Tra le vicende che hanno maggiormente segnato la carriera di Lavitola c’è quella legata all’appartamento di Montecarlo, al centro di un discusso caso politico.
Nel 2010 “L’Avanti!” pubblicò un documento proveniente dallo Stato caraibico di Saint Lucia che sosteneva come il reale proprietario della società offshore utilizzata per acquistare l’immobile fosse Giancarlo Tulliani, cognato dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini.
Quel documento, destinato a rimanere riservato, fu reso pubblico proprio dal quotidiano diretto da Lavitola, alimentando un acceso scontro politico.
Nel settembre 2011 la magistratura emise un mandato di cattura nei confronti di Lavitola. L’ex editore risultò irreperibile per circa otto mesi, mentre nell’ottobre dello stesso anno arrivò anche una richiesta di arresto della Procura di Bari.
Il 16 aprile 2012 rientrò volontariamente in Italia, consegnandosi alle autorità. Fu arrestato e trasferito nel carcere di Poggioreale.
Corruzione internazionale e fondi pubblici
Negli anni successivi Lavitola venne coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari.
Tra questi figura l’inchiesta sulla presunta corruzione internazionale in Panama. Secondo l’accusa avrebbe svolto il ruolo di intermediario nel pagamento di tangenti a esponenti del governo panamense, tra cui l’allora presidente Ricardo Martinelli, per favorire un appalto da 176 milioni di dollari relativo alla costruzione di carceri.
Parallelamente fu indagato per una presunta truffa ai danni dello Stato riguardante i contributi pubblici destinati all’editoria. Gli investigatori contestarono un sistema che avrebbe consentito a “L’Avanti!” di ottenere indebitamente circa 23,2 milioni di euro tra il 1997 e il 2009. Nel novembre 2012 patteggiò una pena di tre anni e otto mesi.
Successivamente la Corte dei conti del Lazio dispose nei confronti di Lavitola e Sergio De Gregorio la restituzione di circa 23,2 milioni di euro, ritenuti finanziamenti pubblici percepiti senza averne diritto.
La condanna per tentata estorsione a Berlusconi
Nel marzo 2013 Lavitola venne condannato con rito abbreviato a due anni e otto mesi per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Secondo i giudici avrebbe chiesto cinque milioni di euro per evitare la diffusione di informazioni relative all’inchiesta barese sul cosiddetto caso escort.
Nel 2015 arrivò anche una condanna a tre anni di carcere per concorso in corruzione nell’ambito della cosiddetta compravendita dei senatori. In un diverso procedimento fu invece archiviata la sua posizione nell’inchiesta sulle presunte tangenti legate a una commessa navale in Brasile collegata a Finmeccanica.
Nel 2016, dopo circa quattro anni di detenzione, lasciò il carcere di Secondigliano per essere trasferito agli arresti domiciliari.
Gli sviluppi dell’inchiesta sull’attentato a Ranucci
Le indagini sull’attentato contro Sigfrido Ranucci restano aperte. Dopo l’arresto dei quattro presunti esecutori materiali, il giornalista è stato ascoltato in Procura come persona informata sui fatti.
Al termine dell’audizione, Ranucci ha spiegato che gli investigatori gli hanno chiesto se conoscesse gli arrestati e hanno ripercorso alcune vecchie inchieste di “Report” riguardanti l’area geografica di provenienza del gruppo coinvolto.
Il conduttore ha aggiunto che, allo stato attuale, gli inquirenti non escludono alcuna pista e stanno lavorando per ricostruire con precisione il movente dell’attentato.