“Nessun Paese può essere grande senza elezioni giuste e oneste”.
Con un discorso di circa 25 minuti dalla Casa Bianca, Donald Trump ha riportato al centro della politica americana le presidenziali del 2020 (vinte da Joe Biden) accusando la Cina di avere acquisito illegalmente i dati di 220 milioni di elettori.
Thank you, @POTUS, for your courage and leadership. https://t.co/GR6SEsMuoG
— Secretary Kennedy (@SecKennedy) July 17, 2026
L’intervento arriva a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, nelle quali i repubblicani dovranno difendere maggioranze ristrette al Congresso e fare i conti con un presidente in calo di consensi. Trump ha presentato documenti declassificati come prova di “scioccanti vulnerabilità” e chiesto l’approvazione del SAVE America Act, che imporrebbe nuovi requisiti di identificazione e forti limitazioni al voto per posta.
Le carte confermano l’interesse cinese per i dati e le infrastrutture politiche statunitensi, ma non dimostrano che Pechino abbia modificato schede, conteggi o risultati elettorali.
L’accusa dei 220 milioni di file
Secondo Trump, la Cina avrebbe realizzato “la più grande violazione di dati elettorali della storia”, ottenendo file contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono, appartenenza politica e altre informazioni sugli elettori.
Un database di queste dimensioni può essere utilizzato per attività di intelligence, profilazione e campagne di disinformazione. Non equivale però al possesso o alla manipolazione di 220 milioni di schede elettorali. Negli Stati Uniti, inoltre, una parte delle informazioni contenute nei registri degli elettori è pubblica o legalmente acquistabile.
Almeno una quota dei dati indicati dalla Casa Bianca non era riservata e non consentiva di modificare direttamente i voti.
PASS THE SAVE AMERICA ACT. 🗳️ pic.twitter.com/Hv72arCSGS
— The White House (@WhiteHouse) July 17, 2026
Cosa dice l’intelligence
La valutazione ufficiale pubblicata nel 2021 dall’Office of the Director of National Intelligence affermava di non avere rilevato tentativi stranieri di alterare registrazioni, voto, tabulazione o trasmissione dei risultati del 2020.
Sulla Cina, il rapporto concludeva che Pechino aveva valutato possibili operazioni di influenza, ma non aveva cercato di intervenire sulle infrastrutture elettorali o di cambiare materialmente l’esito del voto.
Una posizione minoritaria all’interno dell’intelligence riteneva che la Cina avesse compiuto alcune azioni comunicative per danneggiare indirettamente Trump. Neppure questa valutazione segnalava però attacchi ai sistemi di voto.
Le attività per orientare l’opinione pubblica sono quindi un tema reale. Diverso è sostenere che siano stati alterati i risultati elettorali, conclusione che i documenti diffusi non provano.
Le carte e i dubbi
Alcuni dei documenti pubblicati dalla Casa Bianca appaiono solo indirettamente collegati alle accuse del presidente.
Una relazione riguarda tecniche utilizzate dal governo venezuelano per condizionare elezioni nel proprio Paese. Un’altra sottolinea quanto sarebbe difficile manipolare su larga scala i sistemi americani senza essere scoperti. Una valutazione della Cia sosteneva inoltre che Pechino non intendesse intervenire segretamente per orientare il risultato del 2020.
Anche John Solomon, commentatore conservatore coinvolto nella diffusione delle carte, ha riconosciuto che non esistono prove secondo cui una potenza straniera avrebbe “ribaltato un voto” nelle elezioni del 2020, 2022 o 2024. Trump ha accusato alcuni funzionari dell’intelligence di avere nascosto informazioni e chiesto nuove indagini, senza però indicare prove di un collegamento fra l’acquisizione dei dati e la vittoria di Joe Biden.
Il SAVE America Act
Il principale obiettivo politico del discorso è l’approvazione del SAVE America Act. Il provvedimento richiederebbe documenti che attestino la cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali, introdurrebbe obblighi più severi di identificazione e limiterebbe il voto postale, salvo alcune eccezioni. La Camera a maggioranza repubblicana ha approvato il testo, che resta bloccato al Senato. Per superare l’ostruzionismo democratico servirebbero infatti 60 voti.
I sostenitori ritengono che norme uniformi aumenterebbero la sicurezza e la fiducia nel sistema. Votare senza cittadinanza americana è però già illegale e i casi accertati risultano estremamente rari.
Secondo il Brennan Center for Justice, oltre 21 milioni di cittadini americani non avrebbero immediatamente a disposizione un passaporto o una copia cartacea del certificato di nascita. Le nuove regole potrebbero creare difficoltà anche alle donne il cui cognome attuale non coincide con quello riportato sui documenti di nascita.
Lo scontro con le televisioni
Il discorso ha aperto un nuovo fronte fra la Casa Bianca e i media. ABC, NBC e CNN non hanno trasmesso integralmente l’intervento sui propri canali principali, rendendolo disponibile sulle piattaforme digitali. CBS lo ha mandato in onda interrompendolo per verificare alcune affermazioni, mentre Fox News lo ha trasmesso per intero.
Trump ha parlato di “complotto” e sostenuto che un comportamento simile dovrebbe comportare la revoca delle licenze. Le reti hanno motivato la scelta con la necessità di non diffondere senza verifica affermazioni già contestate dalle valutazioni ufficiali.
La risposta cinese
Prima del discorso, il portavoce dell’ambasciata cinese a Washington Liu Chang aveva dichiarato che Pechino “non ha mai interferito e non interferirà mai” nelle elezioni americane.
Le accuse arrivano mentre Stati Uniti e Cina stanno cercando di stabilizzare i rapporti dopo le tensioni commerciali. Trump non ha annunciato nuove sanzioni o contromisure specifiche contro Pechino, un elemento che conferma la forte dimensione interna dell’iniziativa.
Le elezioni di novembre sullo sfondo
Le elezioni di metà mandato decideranno il controllo del Congresso. Ai democratici potrebbero bastare pochi seggi per conquistare la Camera, mentre la sfida per il Senato appare più difficile.
In questo contesto, il ritorno sul 2020 consente a Trump di mobilitare la base repubblicana, aumentare la pressione sul Senato e preparare il terreno per contestare eventuali risultati sfavorevoli.
Il democratico Joseph Morelle ha parlato di un possibile “pretesto” per mettere in discussione le elezioni del 2026. Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ha definito prive di fondamento le presunte rivelazioni sulla Cina.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il 63% degli elettori repubblicani continua a ritenere che le presidenziali del 2020 siano state sottratte a Trump, nonostante ricorsi, riconteggi e verifiche non abbiano individuato frodi sufficienti a modificare il risultato.