Il voto finale alla Camera è atteso oggi, 16 luglio 2026, ma la nuova legge elettorale ha già prodotto un primo effetto politico: trasformare la maggioranza di centrodestra in un campo di battaglia e anticipare la corsa verso le elezioni del 2027.
Il governo vuole andare avanti nonostante le sconfitte sulle preferenze, i franchi tiratori e le accuse delle opposizioni. Dietro lo scontro sulle regole del voto c’è però una partita più ampia: Giorgia Meloni deve difendersi dagli alleati, dal nuovo partito di Roberto Vannacci, dal possibile consolidamento del campo largo e dal malcontento dei parlamentari che temono di non essere ricandidati.

La maggioranza battuta per un voto
Martedì 14 luglio la Camera ha bocciato a scrutinio segreto l’emendamento sostenuto da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc per introdurre capilista bloccati e fino a tre preferenze sugli altri candidati.
Il risultato è stato di 188 voti contrari e 187 favorevoli. Nonostante l’accordo raggiunto anche con Lega e Forza Italia, sono mancati tra venti e trenta voti del centrodestra.
Meloni ha scritto: “ha vinto la palude”, ammettendo però che nella maggioranza erano mancati diversi consensi e che il risultato imponeva una “riflessione”. Non era un voto di fiducia, ma lo scrutinio segreto ha mostrato che la presidente del Consiglio non controlla completamente i propri gruppi.
Il giorno successivo è stato respinto anche l’emendamento di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, sulle preferenze: 139 sì e 233 no. Questa volta Fratelli d’Italia ha votato con i vannacciani, mentre Lega e Forza Italia si sono schierate contro insieme alle opposizioni. In poche ore sono apparse maggioranze diverse all’interno della stessa Aula.
Cosa prevede la riforma
L’articolo principale è stato comunque approvato con 208 voti favorevoli, 143 contrari e tre astenuti.
La proposta supera quasi tutti i collegi uninominali del Rosatellum e introduce un sistema prevalentemente proporzionale. La lista o coalizione che arriva prima sia alla Camera sia al Senato e raggiunge almeno il 42% ottiene un premio di 70 deputati e 35 senatori.
Il vincitore non potrebbe superare complessivamente 220 deputati e 113 senatori. Se nessuno raggiungesse il 42%, oppure Camera e Senato indicassero due vincitori diversi, i seggi sarebbero distribuiti con il proporzionale.
Restano le soglie del 10% per le coalizioni e del 3% per le singole liste. Dopo la bocciatura degli emendamenti, gli elettori voterebbero liste bloccate, senza poter scegliere direttamente gran parte dei candidati.
Ogni coalizione dovrebbe inoltre depositare un programma e indicare il candidato alla presidenza del Consiglio. L’indicazione sarebbe politica, perché la Costituzione continuerebbe ad attribuire al presidente della Repubblica il potere di conferire l’incarico.
È stato invece approvato all’unanimità il voto per i fuorisede, destinato a studenti, lavoratori e persone temporaneamente lontane dal comune di residenza per motivi di cura.
Meloni contro gli alleati
Il primo “tutti contro tutti” riguarda il centrodestra.
Fratelli d’Italia spinge sulle preferenze perché, essendo il partito più forte, potrebbe contare su una maggiore capacità di mobilitazione e su candidati più competitivi.
Per Lega e Forza Italia il calcolo è diverso. Le liste bloccate permettono alle segreterie di proteggere i dirigenti, collocandoli nei posti sicuri. Le preferenze aumentano invece la competizione interna e possono favorire il partito dominante.
La partita non riguarda quindi soltanto quanti seggi otterrà ogni forza politica, ma anche chi verrà eletto. Dietro lo scontro istituzionale si muovono segreterie, parlamentari uscenti, candidati territoriali e regolamenti di conti interni.
Salvini contro Vannacci
La battaglia più pericolosa si combatte alla destra della coalizione. Secondo la Supermedia YouTrend/Agi del 9 luglio, Futuro Nazionale sarebbe salito al 6,2%, davanti alla Lega, stimata al 5,8%. Fratelli d’Italia resterebbe primo con il 27,7%, mentre Forza Italia sarebbe al 7,8%.

Vannacci sottrae consensi soprattutto alla Lega e, in parte, a FdI. Per Matteo Salvini non è quindi un semplice possibile alleato, ma un concorrente diretto che mette in discussione la sua leadership.
Meloni, però, potrebbe avere bisogno proprio di Vannacci per superare la soglia del 42%. Una simulazione di YouTrend assegna al centrodestra allargato a Futuro Nazionale il 48,5%, sufficiente per ottenere il premio e la maggioranza in entrambe le Camere.
Senza Vannacci il centrodestra sarebbe stimato intorno al 42,3%, una posizione molto più fragile. Se invece Italia Viva e +Europa entrassero nel campo progressista con Pd, Movimento 5 Stelle e Avs, la coalizione potrebbe raggiungere il 44,7%.
Sono simulazioni, non previsioni, ma spiegano perché ogni decimale e ogni alleanza siano diventati decisivi.
Meloni e Vannacci, alleati o concorrenti?
Il voto comune di FdI e Futuro Nazionale sulle preferenze non certifica una nuova alleanza. Mostra però che fra Meloni e Vannacci esiste ormai un rapporto di competizione e possibile collaborazione.
Meloni non può lasciarlo crescere indisturbato alla propria destra, ma neppure escluderlo definitivamente dalla coalizione. Vannacci, a sua volta, ha interesse a mantenere aperte entrambe le possibilità. Correndo da solo può logorare Salvini e aumentare il proprio peso. Entrando nel centrodestra può chiedere candidature, collegi e un ruolo politico molto superiore a quello normalmente riconosciuto a un partito del 6%.
La legge pensata per obbligare i partiti a coalizzarsi rischia così di consegnare un forte potere contrattuale proprio alla forza più conflittuale dello schieramento.
Anche il campo largo entra nella guerra
La riforma agita anche le opposizioni. Elly Schlein ha definito il governo “finito” e accusato Meloni di costruire una legge su misura. Giuseppe Conte e Matteo Renzi hanno chiesto le dimissioni della presidente del Consiglio.

Ma la soglia del 42% obbliga anche Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e centristi a chiarire se intendano presentarsi insieme. Per raggiungere il premio, il campo largo potrebbe aver bisogno anche di Italia Viva e +Europa. Si aprirebbe così una trattativa difficile su programma, candidato premier e posti nelle liste.
Il candidato premier e il Quirinale
L’obbligo di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio apre anche un altro fronte. Per la maggioranza è un modo per rendere trasparente agli elettori chi guiderà il governo. Per i critici introduce indirettamente una forma di premierato senza modificare la Costituzione.
L’indicazione non sarebbe vincolante per il presidente della Repubblica, ma produrrebbe una forte investitura politica del leader vincente, rendendo più difficile affidare l’incarico a una persona diversa in caso di crisi.
Il rischio è creare una distanza tra la scheda elettorale, che suggerisce quasi un’elezione diretta del premier, e la forma parlamentare prevista dalla Costituzione.
Cosa succede adesso
Dopo il voto finale della Camera, previsto per oggi, la legge passerà al Senato, dove la maggioranza punta a chiudere l’esame a settembre. Palazzo Madama potrebbe modificare nuovamente il testo, anche riproponendo le preferenze. In quel caso il provvedimento dovrebbe tornare alla Camera.
Una crisi immediata del governo resta improbabile. La maggioranza ha approvato l’articolo principale e non è stata battuta su un voto di fiducia.