La legge elettorale doveva essere la prova di forza della maggioranza. È diventata una débâcle parlamentare. Nella serata di martedì 14 luglio 2026, alla Camera dei deputati, l’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc è stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto: 188 contrari e 187 favorevoli.
La maggioranza va sotto alla Camera su un punto chiave della riforma della legge elettorale: bocciato per un solo voto (188 a 187), a scrutinio segreto, l’emendamento che avrebbe introdotto un sistema misto con capilista bloccati e preferenze. pic.twitter.com/hsxtJFfTO6
— Massimo Di Giambattista (@D_GiambattistaM) July 14, 2026
Era il passaggio più politico della riforma, quello su cui Giorgia Meloni aveva deciso di mettere la faccia, chiedendo alle opposizioni di rinunciare al voto segreto. Poco prima della conta, la premier aveva lanciato la sfida:
“Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”. Ma il voto segreto è arrivato, richiesto dalle opposizioni, e ha scoperto la frattura dentro il centrodestra.
La maggioranza va sotto: almeno 30 franchi tiratori
Il risultato ha aperto subito la caccia ai franchi tiratori. Le prime ricostruzioni parlano di almeno 30 voti mancanti nella maggioranza, anche se il numero reale resta difficile da fissare proprio per lo scrutinio segreto. La maggioranza, sulla carta, aveva i numeri per approvare l’emendamento; il fatto che i sì si siano fermati a 187 ha trasformato la votazione in un caso politico.
L’emendamento puntava a introdurre un sistema misto, con capilista bloccati e fino a tre preferenze, modificando il testo della riforma elettorale messa a punto dal centrodestra. Il disegno complessivo prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che superi il 42% dei voti, con un tetto massimo di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato. Se nessuna coalizione raggiunge la soglia, o se Camera e Senato danno esiti diversi, resta il proporzionale puro.
Meloni: “Ha vinto la palude”
La reazione di Meloni è arrivata poco dopo. La premier ha rivendicato il tentativo di reintrodurre le preferenze “dopo più di 30 anni di liste bloccate”, accusando le opposizioni di aver votato compatte contro e di aver preteso il voto segreto. Ma ha dovuto ammettere anche il dato politico più pesante:
“Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”.
La frase destinata a segnare la giornata è un’altra:
“Ha vinto di nuovo la palude”.
Un modo per scaricare la sconfitta sul gioco parlamentare e sul voto segreto, ma che non cancella il dato centrale: il governo non è stato battuto dalle opposizioni da sole, ma da una parte della sua stessa maggioranza.
Opposizioni all’attacco: “Andate a casa”
Dai banchi dell’opposizione sono partiti cori di “dimissioni” ed “elezioni”.
La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di fallimento politico della premier: “Prendete atto del fallimento e andate a casa”.
Il leader del M5S Giuseppe Conte ha chiesto a Meloni di “aprire la crisi di governo e andare a casa”, sostenendo che la presidente del Consiglio sia stata “sfiduciata dalla sua maggioranza”.
CLAMOROSO. Meloni invece di occuparsi di stipendi e sanità ha portato in Parlamento la legge elettorale per salvare la poltrona ed è stata sfiduciata dalla sua maggioranza in Aula. Dopo questa figuraccia, dopo 4 anni e zero riforme è crisi di governo. Abbia l’onore almeno di… pic.twitter.com/R13JUcRwv1
— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) July 14, 2026
Matteo Renzi ha rincarato:
“La maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta”.
Siamo da sempre a favore delle preferenze. E riteniamo una vergogna che a scrutinio segreto i parlamentari della destra abbiano bocciato un emendamento che migliorava la pessima legge elettorale. A questo punto però il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni…
— Matteo Renzi (@matteorenzi) July 14, 2026
Dopo la bocciatura, le opposizioni hanno annunciato il ritiro degli emendamenti di merito, lasciando fuori solo quelli sui fuori sede e sugli eletti all’estero. “Non ci prestiamo più a questa farsa”, ha detto la capogruppo Pd Chiara Braga. Il clima in Aula è degenerato fino alla sospensione della seduta, tra proteste, occupazione dei banchi del governo da parte delle opposizioni e polemiche sui deputati vicini a Roberto Vannacci, accusati di essersi filmati durante il voto segreto.
Tajani prova a spegnere l’incendio
Nel centrodestra, il tentativo è stato quello di ridimensionare. Il vicepremier Antonio Tajani ha parlato di “incidente di percorso” e ha escluso conseguenze dirette sul governo:
“Non era la fiducia al governo. Si va avanti”.
Ma la formula non basta a cancellare le tensioni tra alleati, perché proprio Forza Italia e Lega erano arrivate al voto dopo settimane di perplessità sul nodo delle preferenze.
La riforma, almeno formalmente, non è morta. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che il bicameralismo consente ancora di modificare il testo a Palazzo Madama, dove sul punto non sarebbe possibile il voto segreto e quindi ogni senatore dovrebbe esporsi apertamente.
Pesante oltre le preferenze
Il voto ha assunto il valore di una conta interna.
Meloni aveva provato a trasformare la battaglia sulle preferenze in una prova di coerenza per le opposizioni, storicamente critiche verso le liste bloccate. Alla fine, però, il voto segreto ha prodotto l’effetto opposto: ha mostrato che il problema più serio non era fuori dalla maggioranza, ma dentro.