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Il Senato dice sì al Decreto legge Lavoro: salario giusto e incentivi all’occupazione

Previste nuove misure nella lotta contro il caporalato. Per il Pd la norma aumenterà la povertà

Il Senato dice sì al Decreto legge Lavoro: salario giusto e incentivi all’occupazione

Il Decreto Lavoro è legge. Mercoledì 24 giugno 2026, l’Aula del Senato ha confermato la fiducia posta dal governo sul disegno di legge di conversione del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, approvando in via definitiva il provvedimento.

I voti favorevoli sono stati 94, i contrari 61, gli astenuti 2. Il testo contiene misure urgenti in materia di salario giusto, incentivi all’occupazione e contrasto al caporalato digitale.

Il decreto era entrato in vigore il 1 maggio 2026, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Con il voto del Senato, dopo il passaggio alla Camera, la conversione è diventata definitiva.

Calderone: “La cosa giusta al momento giusto”

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha difeso il provvedimento dopo il via libera definitivo.

“Questo decreto non è assolutamente ingiusto”, ha detto Calderone. Poi ha aggiunto: “È la cosa giusta da fare al momento giusto ed è il giusto viatico per fare ancora meglio e ancora di più”.

Che cos’è il “salario giusto”

Il cuore politico del decreto è il salario giusto. Il testo stabilisce che la contrattazione collettiva è lo strumento per determinare la retribuzione corretta dei lavoratori.

Il riferimento non è a una soglia minima fissata per legge, come nella proposta del salario minimo a 9 euro l’ora sostenuta dalle opposizioni, ma al Trattamento economico complessivo, il Tec, previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative.

Nel Tec rientrano le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite. Sono comprese anche mensilità aggiuntive, indennità, welfare contrattuale e altri istituti con valore economico.

Per i contratti minori, il trattamento economico complessivo non potrà essere inferiore a quello previsto dai contratti collettivi leader del settore.

Incentivi per giovani, donne e Mezzogiorno

Il decreto stanzia 934 milioni di euro per gli incentivi all’occupazione. Le misure riguardano assunzioni effettuate fino alla fine del 2026, con particolare attenzione a giovani, donne svantaggiate, disoccupati nelle aree della Zes unica per il Mezzogiorno e trasformazioni di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.

Per le donne svantaggiate è previsto l’esonero del 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un massimo di 24 mesi, fino a 650 euro al mese. Il tetto sale a 800 euro se la lavoratrice risiede nelle regioni della Zes.

Per gli under 35, il beneficio arriva fino a 500 euro mensili, che salgono a 650 euro nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria.

Per i disoccupati assunti nell’area Zes, l’esonero contributivo è pari a 650 euro mensili. Restano esclusi lavoro domestico e apprendistato.

Contratti scaduti e rinnovi

Il decreto interviene anche sui contratti collettivi scaduti. L’obiettivo dichiarato è spingere le parti sociali a rinnovare i contratti nei tempi previsti e a tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori.

In caso di mancato rinnovo entro i primi mesi successivi alla scadenza, è previsto un adeguamento retributivo a titolo di anticipazione forfettaria legata all’inflazione Ipca, al netto dei prodotti energetici importati.

La misura riguarda i contratti collettivi che scadono dopo l’entrata in vigore della legge di conversione. Il governo la presenta come un meccanismo di tutela salariale. Le opposizioni contestano invece che l’adeguamento sia insufficiente e non risolva il problema dei salari poveri.

Rider e caporalato digitale

Un altro capitolo riguarda il caporalato digitale, in particolare il lavoro tramite piattaforme. Il decreto interviene sui rider, cioè i ciclofattorini del food delivery, in attesa del recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforma.

Il testo prevede l’accesso alle piattaforme tramite identità digitale, come Spid, Carta d’identità elettronica o Carta nazionale dei servizi. È vietata la cessione delle credenziali.

Le piattaforme non potranno rilasciare più di un account per ogni codice fiscale e non potranno assegnare allo stesso lavoratore prestazioni incompatibili tra loro dal punto di vista temporale. In caso di violazione sono previste sanzioni amministrative da 1.000 a 1.500 euro.

Il decreto stabilisce inoltre che il rapporto di lavoro si presume subordinato quando emergono elementi di direzione e controllo da parte della piattaforma, anche attraverso sistemi automatizzati o algoritmi, salvo prova contraria.

Il Pd vota contro: “Spalanca le porte ai contratti pirata”

Il Partito Democratico ha votato contro sia alla fiducia sia al provvedimento. I dem accusano il governo di aver scritto un decreto che non introduce un vero salario minimo, non protegge abbastanza i rider e rischia di lasciare spazio ai contratti pirata.

Secondo il Pd, il testo “spalanca nuovamente le porte ai contratti pirata, che campano sulla compressione salariale”. I dem attaccano anche la definizione di salario giusto, definita “costruita sapientemente per poter essere elusa”.

Nel dossier diffuso dal gruppo Pd alla Camera, il provvedimento viene accusato di aumentare la precarietà, rendere di fatto inesigibili i diritti previsti dalla nuova direttiva europea per i rider e ridurre l’autonomia delle parti sociali.

“Con quale faccia lo chiamano decreto Primo Maggio?”, è l’attacco dei deputati dem.

Per il Pd, anche le norme sul caporalato digitale sarebbero troppo deboli. I democratici contestano il fatto che l’intervento sia stato ristretto soprattutto al food delivery.

“Come se il caporalato esistesse solo nel settore del cibo a domicilio”, scrive il gruppo Pd.

Scontro sul modello salariale

La distanza politica resta sul modello. Il governo sceglie la strada della contrattazione collettiva e collega gli incentivi pubblici al rispetto del salario giusto definito dai contratti più rappresentativi.

Le opposizioni, a partire da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, continuano invece a chiedere una soglia legale di salario minimo. La critica è che senza una cifra oraria minima, il rischio sia di non colpire davvero il lavoro povero.