l'analisi

Cosa c’è nel memorandum d’accordo fra Usa e Iran (e il confronto con Obama 11 anni prima)

Primo punto, la fine del conflitto in Libano, poi meccanismo a quattro amni con l'Oman per lo stretto, infine 60 giorni (con scadenza estendibile) per il nucleare: Teheran distruggerà l'uranio impoverito sotto controlli Aiea

Cosa c’è nel memorandum d’accordo fra Usa e Iran (e il confronto con Obama 11 anni prima)

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran non è ancora un accordo di pace definitivo e non è nemmeno un nuovo trattato nucleare. È, più precisamente, una cornice politica provvisoria: ferma il conflitto, riapre lo Stretto di Hormuz, apre una finestra negoziale di 60 giorni e rimanda a un accordo finale i nodi più difficili, a cominciare dal nucleare e dalle sanzioni.

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La data da fissare è il 17 giugno 2026. In quella giornata fonti americane hanno illustrato ai giornalisti il contenuto del memorandum, composto da 14 punti. Il testo viene indicato come “Islamabad Memorandum of Understanding” e apre la fase negoziale in Svizzera. La sostanza è chiara: prima si congela il conflitto e si sblocca una parte dell’emergenza economica e marittima; poi, entro 60 giorni, si prova a trasformare l’intesa in un accordo vero.

È proprio questa struttura a rendere il documento diverso dal JCPOA del 2015, l’accordo sul nucleare iraniano firmato durante la presidenza Obama. Undici anni fa si partiva dal nucleare per arrivare alle sanzioni. Oggi si parte dalla guerra e dallo Stretto di Hormuz, mentre il nucleare resta il dossier da chiudere nella fase successiva.

I 14 punti:

  • Fine immediata e permanente della guerra
    Stati Uniti, Iran e i rispettivi alleati dichiarano la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso. Le parti si impegnano a non avviare nuove azioni militari e a rispettare sovranità e integrità territoriale.
  • Non interferenza reciproca
    Washington e Teheran si impegnano a rispettare la sovranità dell’altra parte e a non interferire negli affari interni reciproci.
  • Accordo finale entro 60 giorni
    Le parti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, con possibile proroga solo se concordata da entrambi.
  • Rimozione del blocco navale Usa
    Gli Stati Uniti iniziano subito a rimuovere il blocco navale e ogni impedimento contro l’Iran, con completamento entro 30 giorni. Dopo l’accordo finale, Washington dovrà ritirare le proprie forze dalla prossimità dell’Iran entro altri 30 giorni.
  • Riapertura dello Stretto di Hormuz
    L’Iran si impegna a garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali tra Golfo Persico e Mare di Oman. Il traffico riparte subito e deve tornare pienamente operativo entro 30 giorni. Il transito sarà gratuito per 60 giorni. Teheran discuterà poi con Oman e altri Paesi del Golfo la futura gestione dello Stretto.
  • Piano economico da almeno 300 miliardi di dollari
    Gli Stati Uniti, insieme a partner regionali, si impegnano a sviluppare un piano per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, con valore minimo di 300 miliardi di dollari. Il meccanismo dovrà essere definito nell’accordo finale.
  • Fine delle sanzioni secondo calendario concordato
    Washington si impegna a terminare tutte le sanzioni contro l’Iran, incluse sanzioni Onu, Aiea e sanzioni statunitensi primarie e secondarie, secondo un calendario da definire nell’accordo finale.
  • Nucleare: no armi atomiche e destino dell’uranio arricchito
    L’Iran ribadisce che non produrrà né svilupperà armi nucleari. Le parti dovranno concordare il destino del materiale arricchito. La base minima prevista è il down-blending sul territorio iraniano, sotto supervisione Aiea.
  • Status quo fino all’accordo finale
    In attesa dell’accordo definitivo, l’Iran mantiene lo stato attuale del proprio programma nucleare; gli Stati Uniti non impongono nuove sanzioni e non aumentano la presenza militare nella regione.
  • Deroghe immediate per petrolio e servizi collegati
    Dopo la firma del memorandum, il Tesoro Usa dovrà rilasciare deroghe per esportazioni iraniane di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici, inclusi servizi bancari, assicurativi, di trasporto e collegati.
  • Fondi e asset iraniani congelati
    Gli Stati Uniti si impegnano a rendere disponibili i fondi e gli asset iraniani congelati o vincolati, secondo procedure da concordare durante il negoziato. Le risorse potranno essere usate per pagamenti indicati dalla Banca centrale iraniana.
  • Meccanismo esecutivo di monitoraggio
    Le parti istituiranno un meccanismo esecutivo per controllare l’attuazione del memorandum e, successivamente, il rispetto dell’accordo finale.
  • Avvio dei negoziati sul testo finale
    Dopo l’avvio dell’attuazione dei punti principali, in particolare blocco navale, Hormuz, petrolio e fondi congelati, Stati Uniti e Iran inizieranno il negoziato sull’accordo finale relativo agli altri capitoli.
  • Risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza Onu
    L’accordo finale dovrà essere approvato attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Il primo punto: fine della guerra, anche in Libano

Il primo punto del memorandum è il più politico: Stati Uniti, Iran e i rispettivi alleati nella guerra dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano.

L’inclusione del Libano è decisiva. Significa che il memorandum non guarda solo al confronto diretto tra Washington e Teheran, ma anche alla rete regionale iraniana, in particolare Hezbollah. Se l’Iran accetta di fermare il conflitto “su tutti i fronti”, deve anche contenere gli attori collegati alla sua influenza. Per Washington è il modo di evitare che la tregua sia aggirata attraverso milizie e fronti indiretti. Per Teheran è invece il punto più delicato, perché tocca la sua profondità strategica nella regione.

Qui emerge subito il limite dell’intesa: Israele non è parte del memorandum. Questo significa che il documento può vincolare Stati Uniti e Iran, ma non necessariamente tutti gli attori sul terreno. Se il fronte libanese dovesse riaccendersi, la tregua politica rischierebbe di mostrare rapidamente la propria fragilità.

Il secondo pilastro: Hormuz e il ruolo dell’Oman

Il secondo grande capitolo riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio essenziale per il traffico energetico mondiale. Il memorandum prevede che l’Iran garantisca il passaggio sicuro delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa.

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Stretto di Hormuz

Il traffico dovrebbe riprendere subito, ma il ritorno a livelli prebellici può richiedere fino a 30 giorni. Il motivo è pratico e militare: bisogna rimuovere ostacoli tecnici, normalizzare la sicurezza della navigazione e completare eventuali operazioni di sminamento.

Il punto più interessante è il meccanismo futuro sullo Stretto. Il testo prevede un dialogo tra Iran e Sultanato dell’Oman, con il coinvolgimento degli altri Stati rivieraschi del Golfo, per definire l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz.

Il calendario: 60 giorni, prorogabili

Il terzo elemento centrale è la scadenza. Stati Uniti e Iran si impegnano a negoziare un accordo finale entro un massimo di 60 giorni, con possibilità di proroga solo se entrambe le parti sono d’accordo.

Questa è la parte più fragile del memorandum. Sessanta giorni sono pochi per risolvere questioni che da vent’anni bloccano la diplomazia sul dossier iraniano: arricchimento dell’uranio, centrifughe, ispezioni, sanzioni, fondi congelati, garanzie di sicurezza, ruolo regionale di Teheran.

Il nucleare: non distruzione, ma diluizione sotto Aiea

Il punto più delicato riguarda il nucleare. L’Iran ribadisce che non svilupperà né procurerà armi nucleari. Stati Uniti e Iran concordano di risolvere il destino del materiale nucleare arricchito attraverso un meccanismo da definire nell’accordo finale.

La versione letta da fonti americane indica come metodologia minima il down-blending sul posto, sotto supervisione dell’Aiea. Il down-blending consiste nel diluire l’uranio arricchito, abbassandone il livello di arricchimento fino a renderlo molto meno sensibile dal punto di vista militare.

Gli Stati Uniti avrebbero preferito, storicamente, l’uscita del materiale arricchito dal territorio iraniano. L’Iran ha invece sempre resistito all’idea di spedire fuori dal Paese le proprie scorte. Il memorandum sembra muoversi su una linea intermedia: il materiale resta in Iran, ma viene trattato sotto controllo internazionale.

Sanzioni, petrolio e fondi congelati

Il memorandum lega il nucleare al tema delle sanzioni. Washington si impegna a porre fine alle sanzioni secondo un calendario da concordare nell’accordo finale. Non è quindi una revoca piena e immediata.

Tuttavia il testo prevede deroghe immediate per l’esportazione di petrolio iraniano e per i servizi collegati: banche, assicurazioni, trasporti. È una scelta politicamente sensibile perché concede subito ossigeno economico a Teheran, prima che il dossier nucleare sia chiuso definitivamente.

C’è poi il tema dei fondi iraniani congelati o vincolati. Il memorandum prevede che diventino pienamente disponibili secondo procedure da concordare durante i negoziati e in relazione all’attuazione dell’intesa. Anche qui la logica è graduale: non tutto subito, ma apertura di un percorso.

Il confronto con Obama: cosa cambia rispetto al 2015

Il paragone con l’accordo del 2015 è inevitabile. Il JCPOA, firmato il 14 luglio 2015 durante la presidenza Obama, era un accordo nucleare multilaterale tra Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione europea. Il suo obiettivo era impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare attraverso limiti tecnici molto dettagliati.

Nucleare iran obama
Barack Obama (con il suo vice Joe Biden) illustrano il JCPOA, 2015

L’accordo del 2015 fissava paletti precisi: arricchimento massimo al 3,67%, stock di uranio arricchito sotto i 300 kg per 15 anni, riduzione delle centrifughe, limitazioni a Fordow, riconversione del reattore di Arak e controlli Aiea estesi.

Il memorandum del 2026 è diverso per tre ragioni. La prima: nasce dopo una guerra, non dopo un negoziato nucleare ordinario. La priorità immediata non è solo il programma atomico, ma la cessazione delle ostilità e la riapertura di Hormuz. La seconda: è bilaterale nella sua architettura politica, centrato su Stati Uniti e Iran, anche se coinvolge mediatori e attori regionali. Il JCPOA era invece multilaterale e inserito in un quadro internazionale più ampio. La terza: il memorandum rinvia molti dettagli. Il JCPOA era già un testo tecnico molto articolato. Il memorandum del 2026, invece, è una cornice: fissa principi, tempi e concessioni iniziali, ma lascia al negoziato finale le parti più difficili.

Il memorandum di oggi appare meno dettagliato e più emergenziale. Obama aveva firmato un accordo tecnico sul nucleare, molto contestato ma strutturato. Trump arriva a una cornice politica dopo un conflitto, con l’obiettivo di fermare la guerra e riaprire la navigazione prima ancora di chiudere il dossier atomico.