balletto continuo

Guerra: questa volta è l’Iran a parlare di accordo fatto e Trump a smentire

Nella notte fuoco incrociato: droni abbattuti dagli Usa, Teheran ferma quattro petroliere. Le condizioni per la Pace: ritiro degli americani e gestione di Hormuz con l'Oman

Guerra: questa volta è l’Iran a parlare di accordo fatto e Trump a smentire

La diplomazia lavora dietro le quinte, ma la guerra non si ferma (in copertina…).

È il paradosso dello Stretto di Hormuz, dove nelle stesse ore in cui l’Iran lasciava filtrare l’esistenza di una bozza di accordo con gli Stati Uniti, Washington colpiva postazioni militari iraniane e Donald Trump smentiva pubblicamente che l’intesa fosse già chiusa.

Il risultato è un nuovo balletto diplomatico e militare: Teheran parla di una cornice negoziale pronta, la Casa Bianca frena, gli Usa abbattono droni iraniani e i Pasdaran rivendicano un attacco contro una base americana. Sullo sfondo resta il nodo vero: chi controllerà, o almeno garantirà, il traffico nello Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per petrolio, gas e sicurezza energetica globale.

Questa volta è l'Iran a parlare di accordo fatto e Trump a smentire
Stretto di Hormuz

(Immagine di copertina: Trump, riunione di gabinetto Casa Bianca. Fonte X)

La bozza iraniana: Hormuz riaperto entro un mese

La notizia è arrivata dalla tv di Stato iraniana, che il 27 maggio 2026 ha riferito di una bozza informale di memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, l’accordo prevederebbe il ritorno del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ai livelli prebellici entro un mese, la fine del blocco navale americano e il ritiro delle forze statunitensi dall’area. La gestione del traffico marittimo, sempre secondo la versione iraniana, sarebbe affidata all’Iran insieme all’Oman, Paese che da anni svolge un ruolo di mediazione discreta tra Washington e Teheran.

Non si tratterebbe però, almeno per ora, di un accordo firmato. La stessa ricostruzione parla di una cornice non definitiva, nata da negoziati indiretti con il coinvolgimento del Pakistan come mediatore. Teheran chiede inoltre “verifiche tangibili” prima di compiere passi concreti. Se l’intesa venisse finalizzata entro 60 giorni, potrebbe poi essere trasformata in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Trump smentisce: “Nessuno controllerà lo Stretto”

La risposta di Donald Trump è stata immediata. Durante una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, il presidente americano ha liquidato come non conclusiva la versione iraniana e ha escluso che Hormuz possa essere controllato da un singolo Paese o da un’intesa bilaterale tra Iran e Oman.

“Lo Stretto sarà aperto a tutti. Sono acque internazionali. Nessuno lo controllerà”, ha detto Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti continueranno a “sorvegliare” il passaggio.

Il presidente americano ha anche chiarito che Washington non è ancora soddisfatta delle proposte sul tavolo e che non sta valutando un alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. Il messaggio è netto: l’Iran vuole un accordo, ma per la Casa Bianca le condizioni attuali non bastano.

Dopo settimana in cui il tycoon annunciava possibili accordi vicino alla chiusura e secche smentite della controparte, i ruoli ora si invertono.

Nella notte tornano i raid

Mentre la diplomazia provava a costruire una via d’uscita, la notte ha riportato la crisi sul terreno militare. Secondo un funzionario statunitense citato da Reuters, le forze Usa hanno condotto nuovi attacchi contro un’operazione iraniana con droni nei pressi dello Stretto di Hormuz. Washington sostiene di aver abbattuto quattro droni d’attacco iraniani e di aver colpito una stazione di controllo a terra a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran, da cui sarebbe stato pronto al lancio un quinto drone.

La versione americana presenta l’operazione come “misurata” e “difensiva”, finalizzata a proteggere le forze Usa e il traffico commerciale. Ma per Teheran si tratta dell’ennesima violazione del cessate il fuoco. I Pasdaran hanno infatti rivendicato una risposta contro una base aerea statunitense, affermando di aver agito dopo il raid a stelle e strisce.

Petroliere, blocchi e guerra economica

Il fronte marittimo resta il cuore della crisi. Nelle ultime settimane lo Stretto di Hormuz è diventato un imbuto geopolitico: navi ferme, assicurazioni in rialzo, rotte deviate, porti iraniani sotto pressione e traffico energetico ridotto. Reuters ha già documentato nelle scorse settimane petroliere cariche di greggio iraniano costrette a tornare indietro a causa del blocco navale americano.

Parallelamente l’amministrazione Trump ha colpito con nuove sanzioni la Persian Gulf Strait Authority, l’ente creato da Teheran per regolare il traffico nello Stretto. Washington accusa l’autorità iraniana di imporre pedaggi fino a 2 milioni di dollari per nave e di minacciare le imbarcazioni che non seguono i corridoi indicati da Teheran.

Le condizioni per la pace

La bozza attribuita ai negoziatori iraniani contiene tre pilastri: ritiro delle forze americane dall’area, fine del blocco navale e gestione del traffico commerciale nello Stretto insieme all’Oman. A queste condizioni si aggiungono il tema delle sanzioni, la liberazione di asset iraniani congelati e il dossier nucleare, che resta il capitolo più difficile. Secondo Reuters, gli Stati Uniti insistono sul principio che l’Iran non possa mai arrivare all’arma nucleare, mentre Teheran rivendica il diritto al proprio programma nucleare civile.

Trump parla di “qualche progresso”, ma avverte che, se la diplomazia fallisse, gli Stati Uniti potrebbero “finire il lavoro”. Teheran, al contrario, usa la leva di Hormuz per costringere Washington a riconoscere un ruolo iraniano nella sicurezza del Golfo.