Giorgia Meloni prova ad aprire un nuovo fronte negoziale con Bruxelles sui conti pubblici. Domenica 17 maggio 2026 la presidente del Consiglio ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere che la flessibilità prevista dal Patto di stabilità per le spese di difesa venga estesa anche agli interventi contro il caro energia.
La richiesta arriva in una fase delicata: da un lato l’Europa spinge gli Stati membri ad aumentare gli investimenti militari; dall’altro, la crisi in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno alimentando timori sui prezzi dell’energia, colpendo in modo particolare Paesi come l’Italia, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche.

La richiesta: trattare l’energia come sicurezza europea
“L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National Escape Clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica in corso”, scrive Meloni, precisando che la richiesta non comporterebbe modifiche “ai limiti massimi di scostamento già previsti”.
Secondo la premier, l’Europa deve dare “un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini” in una fase segnata dalle tensioni in Medio Oriente, dalla crisi nello Stretto di Hormuz e dagli effetti della guerra in Ucraina, che stanno già producendo “effetti pesantissimi” sui prezzi dell’energia, sui costi per famiglie e imprese e sulla competitività del sistema produttivo.
“Non possiamo giustificare agli occhi dei nostri cittadini che l’Ue consente flessibilità finanziaria per sicurezza e difesa strettamente intese e non per difendere famiglie, lavoratori e imprese da una nuova emergenza energetica”, sottolinea Meloni.
Giorgetti aveva già tentato
La mossa di Meloni non nasce dal nulla. Il tema era già stato posto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nelle settimane precedenti.
Il 23 aprile 2026, nella nota introduttiva al Documento di finanza pubblica, Giorgetti aveva messo nero su bianco che l’Italia potrebbe dover rivedere le priorità di spesa, compresa la difesa, per far fronte all’aumento dei costi energetici e alla fragilità della congiuntura economica.
“Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le nostre priorità e riprogrammare gli aumenti di spesa previsti in altre aree, tra cui la difesa”, aveva scritto il ministro.
Pochi giorni dopo, il 28 aprile 2026, lo stesso Giorgetti aveva ribadito che le regole europee non vanno rotte, ma devono essere applicate con flessibilità nelle fasi di debolezza economica.
“Le regole devono essere flessibili e non aggravare le fasi di debolezza”, aveva spiegato, mentre da Bruxelles arrivava il richiamo secondo cui non esiste la possibilità di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità.

Il 4 maggio 2026, infine, Giorgetti aveva chiesto esplicitamente di estendere anche al caro energia le deroghe al Patto già previste per le spese nella difesa. La cornice era quella delle clausole nazionali di salvaguardia attivate nell’ambito del piano europeo per la difesa, che consentono scostamenti fino all’1,5% del Pil annuo per un massimo di quattro anni, fino al 2028.
I numeri dietro la partita
La Commissione europea ha aperto alla possibilità di escludere dal calcolo ordinario alcune maggiori spese per la difesa, entro limiti definiti. La flessibilità prevista può arrivare fino all’1,5% del Pil all’anno e durare quattro anni, purché non metta a rischio la sostenibilità del debito pubblico.
Per l’Italia, però, il margine di manovra è stretto. Il governo punta a riportare il deficit al 2,9% del Pil nel 2026, appena sotto la soglia europea del 3%. Secondo ricostruzioni di stampa, nel quadro programmatico sono stati indicati anche un debito verso il 138,6% del Pil e una crescita reale attesa allo 0,6% per il 2026.
In questo contesto, ogni nuovo intervento pubblico contro il caro energia rischia di pesare sui saldi di bilancio. Da qui la richiesta italiana: la possibilità di trattare gli interventi emergenziali sull’energia con lo stesso criterio temporaneo riconosciuto alla difesa.
Il nodo SAFE e il messaggio politico
La lettera di Meloni si lega anche al programma europeo SAFE, lo strumento pensato per sostenere gli investimenti comuni nella difesa. Il governo italiano non contesta l’esigenza di rafforzare la sicurezza europea, ma segnala un problema di equilibrio politico: chiedere sacrifici ai cittadini per finanziare il riarmo mentre aumentano le bollette rischia di essere difficilmente sostenibile.
La Lega rivendica la linea
La Lega ha accolto con soddisfazione la lettera della premier, leggendo la mossa come una conferma delle proprie posizioni. Il partito di Matteo Salvini da settimane chiede che la crisi energetica venga trattata come un’emergenza prioritaria e che l’Europa non applichi il Patto di stabilità in modo rigido di fronte a un nuovo shock sui costi.
“Va nella direzione da sempre auspicata dalla Lega la lettera della premier Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen: la premier chiede di estendere temporaneamente il campo di applicazione della National Escape Clause anche per fronteggiare la crisi energetica. Per il partito di Matteo Salvini, l’approccio e le argomentazioni del governo italiano sposano totalmente i suggerimenti della Lega”, commentano fonti del Carroccio.
Bruxelles resta sui paletti
Dalla Commissione europea, però, non arrivano segnali di cedimento. Il 28 aprile 2026, un portavoce dell’esecutivo Ue aveva chiarito che “non esiste la possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità” e che le regole fiscali europee sono parte del diritto dell’Unione e vincolano tutti gli Stati membri.
La posizione europea resta quindi prudente: gli Stati possono intervenire per sostenere famiglie vulnerabili e imprese, ma devono farlo nel rispetto dei percorsi di spesa netta approvati e della sostenibilità del debito. In sostanza, Bruxelles riconosce il problema dell’energia, ma non sembra intenzionata ad aprire una deroga automatica paragonabile a quella della difesa.