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Meloni: “Combattere i dazi interni all’Europa”

La premier se la prende con Sistema ETS e meccanismi scambio energia fra Stati

Meloni: “Combattere i dazi interni all’Europa”

Al termine dell’incontro del 7 maggio 2026 con il premier polacco Donald Tusk, Giorgia Meloni rilancia una battaglia politica che riguarda il cuore della competitività europea: non solo i dazi imposti dall’esterno, ma anche i costi e i vincoli che l’Unione Europea finisce per costruire al proprio interno.

Nel mirino ci sono il sistema ETS, i meccanismi che incidono sul prezzo dell’energia e, più in generale, quelle regole che secondo Roma e Varsavia rischiano di penalizzare imprese e lavoratori europei.

I “dazi interni” dell’Europa

Giorgia Meloni usa un’espressione volutamente politica: dazi interni. Non parla dei dazi americani, cinesi o di altre barriere commerciali imposte da Paesi terzi. Parla di quei costi che l’Europa, secondo la premier, finisce per imporre a se stessa attraverso regole, sistemi di scambio, vincoli ambientali e meccanismi energetici che, nelle intenzioni, dovrebbero accompagnare la transizione, ma che nella pratica rischiano di pesare direttamente sulle imprese.

Il messaggio arriva da Palazzo Chigi, il 7 maggio 2026, al termine del colloquio con il primo ministro polacco Donald Tusk.

“Siamo determinati a combattere tutti quei dazi interni che l’Unione Europea si autoimpone, che finiscono per soffocare le nostre imprese, per rallentare la nostra competitività, per creare problemi ai nostri lavoratori”, ha detto Meloni.

Il punto centrale – secondo la leader nostrana – è questo: l’Europa discute spesso di come difendersi dalla concorrenza esterna, ma una parte del problema nascerebbe dentro l’Unione stessa. Se produrre in Europa costa di più per l’energia, per le quote di emissione, per la burocrazia o per regole più rigide rispetto ai concorrenti globali, allora il rischio è che la competitività europea venga indebolita non solo dai rivali esterni, ma anche dalle scelte interne di Bruxelles.

Perché Meloni se la prende con l’ETS

Uno dei bersagli principali indicati dalla premier è il sistema ETS, cioè il mercato europeo delle quote di emissione. È uno degli strumenti più importanti della politica climatica dell’Unione Europea. In sostanza, le aziende di alcuni settori devono pagare per le emissioni di CO₂ prodotte. L’obiettivo è spingerle a inquinare meno, investire in tecnologie più pulite e accelerare la transizione energetica.

Sulla carta il principio è chiaro: chi emette di più, paga di più. Il problema, secondo Meloni e secondo molti settori industriali, è che quel costo non rimane astratto. Finisce nei bilanci delle imprese, nel prezzo dell’energia, nei costi di produzione e, alla fine, nella capacità delle aziende europee di restare competitive rispetto a chi produce in aree del mondo dove regole simili non esistono o sono molto meno severe.

Per questo la premier parla di un meccanismo che contribuisce a “gonfiare artificialmente i prezzi dell’energia”. Non contesta soltanto il principio ambientale, ma il modo in cui quel principio si traduce in costo industriale.

Il tema è particolarmente sensibile per l’Italia, che ha una base manifatturiera molto ampia e spesso esposta al prezzo dell’energia. Dalla ceramica alla siderurgia, dalla carta al vetro, fino a molte filiere del tessile e della meccanica, l’aumento dei costi energetici può ridurre margini, investimenti e occupazione.

Il nodo dell’energia tra Stati membri

Meloni non si è fermata all’ETS. Ha citato anche “tutti quei meccanismi che contribuiscono a gonfiare artificialmente i prezzi dell’energia tra i diversi Stati membri”.

Il mercato energetico europeo nasce per collegare i Paesi, favorire gli scambi e rendere più efficiente l’uso dell’energia. Il sistema dovrebbe aumentare la sicurezza e ridurre gli squilibri.

Nella pratica, però, non tutti i Paesi partono dalle stesse condizioni. Alcuni hanno più nucleare, altri più carbone, altri più gas, altri ancora più rinnovabili. Alcuni hanno interconnessioni più forti, altri meno. Alcuni possono contare su energia più stabile e meno costosa, altri subiscono maggiormente le oscillazioni del gas e dei mercati internazionali. Il risultato è che il costo dell’energia non pesa ovunque allo stesso modo.

Per un Paese come l’Italia, che da anni soffre un prezzo dell’energia più alto rispetto a diversi concorrenti europei, questo tema è strategico.

L’asse con la Polonia

Roma e Varsavia partono da situazioni diverse, ma condividono una preoccupazione: la transizione climatica e le regole europee non devono schiacciare l’industria.

La Polonia è un Paese particolarmente sensibile al tema perché la sua economia è stata storicamente legata al carbone e perché il percorso verso la decarbonizzazione è più complesso e costoso rispetto ad altri Stati membri. L’Italia, invece, ha un sistema industriale molto diffuso, fatto di grandi gruppi ma anche di tante piccole e medie imprese che faticano ad assorbire aumenti di costi e incertezza regolatoria.

Da qui nasce la convergenza. Meloni ha parlato di una “grande convergenza su molti temi, a partire dalla competitività”, ricordando che Italia e Polonia si sono spesso trovate a condurre le stesse battaglie in Europa.

Secondo Meloni la transizione verde può essere un’occasione di innovazione, ma se viene gestita con regole troppo rigide o con costi troppo alti rischia di produrre l’effetto opposto: chiusura di impianti, delocalizzazioni, perdita di posti di lavoro e maggiore dipendenza da produzioni extraeuropee.

Medio Oriente e sicurezza energetica

Nel corso della conferenza stampa Meloni ha poi allargato lo sguardo al Medio Oriente, rinnovando la solidarietà dell’Italia agli Emirati Arabi Uniti e ai partner del Golfo per gli attacchi attribuiti all’Iran. Ha parlato di attacchi “ingiustificabili” e ha sottolineato l’attenzione dell’Italia verso le necessità dei partner della regione.

Anche questo passaggio si lega al tema energetico. Il Golfo resta un’area decisiva per gli approvvigionamenti mondiali di petrolio e gas. Ogni tensione nella regione può incidere sui prezzi, sulle rotte commerciali e sulla sicurezza dei traffici marittimi. Per un Paese importatore come l’Italia, la stabilità del Medio Oriente non è solo una questione diplomatica: è anche una variabile economica.