Stamane, 28 aprile 2026, il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha audito oggi le commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Documento di Finanza Pubblica, chiarendo il quadro dei conti pubblici italiani e rispondendo alle critiche politiche degli ultimi giorni.
Al centro dell’attenzione, il deficit 2025 fermo al 3,1% del Pil, un decimale sopra il limite europeo, e l’impatto del Superbonus e della crisi internazionale sul quadro macroeconomico.
Istat risponde alle accuse del Governo
Chelli ha ribadito il ruolo dell’istituto:
“L’Istat mantiene un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti. Il processo di validazione dei Conti di finanza pubblica segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei, sotto il coordinamento tecnico di Eurostat, e svolge anche una funzione di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, come la Banca d’Italia e il MEF, assicurando la coerenza tra le fonti informative”.
Secondo i dati trasmessi a Eurostat il 31 marzo, il deficit 2025 supera di poco il 3% a causa delle maggiori spese per i crediti d’imposta del Superbonus, che hanno raggiunto circa 8,4 miliardi di euro, depurati delle irregolarità rilevate dall’Agenzia delle Entrate. In controtendenza, l’avanzo primario è salito allo 0,8% del Pil, e le entrate tributarie e contributive hanno mostrato una dinamica più sostenuta del previsto, portando la pressione fiscale al 43,1%.
Impatto della crisi internazionale e revisione delle previsioni
Il peggioramento delle prospettive per il conflitto in Medio Oriente ha imposto una revisione al ribasso delle stime di crescita: la crescita reale del Pil è stata rivista di circa un decimo nel 2026 e due decimi nel 2027, mentre l’inflazione è attesa al 2,9% nel 2026, rispetto all’1,7% stimato a ottobre. Il deficit dovrebbe scendere sotto il 3% già dal 2026, con un percorso di progressiva discesa fino al 2,1% nel 2029. Il rapporto debito/Pil toccherà il 138,6% nel 2026 prima di ridursi negli anni successivi.
Sull’inflazione Chelli ha sottolineato:
“Le potenziali spinte inflazionistiche innescate dal conflitto riportano in primo piano il problema della tenuta del potere d’acquisto, già indebolito dal biennio 2022-2023. Tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali. Nel 2025, però, i salari hanno recuperato terreno: le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1% e quelle di fatto del 2,6%, contro un’inflazione IPCA all’1,7%”.
Gli attacchi di Meloni
Le dichiarazioni del presidente Istat arrivano dopo gli attacchi di Giorgia Meloni, che aveva commentato la mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione con parole critiche:
“La rigidità dell’Istat rende più poveri gli italiani”.

Chelli ha risposto chiarendo che:
“Acquisire una fonte non significa incorporarla automaticamente nei conti. Ogni informazione va valutata secondo le regole europee, per garantire armonizzazione e comparabilità dei dati di finanza pubblica. Dopo il 31 marzo, la valutazione non è più solo nazionale, ma congiunta con Eurostat. Il punto è evitare riserve negative sui conti, cioè giudizi di affidabilità negativi da Bruxelles”.
Ancora più esplicito, sul decimale che ha mantenuto il deficit sopra il 3%:
“Si sono sentite parecchie cose e parecchi numeri. L’interpretazione di Bruxelles è che anche planare a 2,99% non sarebbe bastato. Solo valori sotto 2,94% avrebbero potuto evitare la procedura. Il rapporto deficit/Pil è molto più sensibile al numeratore che al denominatore; per scendere sotto la soglia con una revisione del Pil sarebbe servito un aumento molto ampio”.
Spesa pubblica e raccomandazioni della Corte dei Conti
La Corte dei Conti ha evidenziato che la spesa netta italiana nel 2025 ha superato il percorso concordato con Bruxelles, salendo all’1,9% contro l’1,3% raccomandato, principalmente a causa del Superbonus. Nel 2026 la crescita della spesa dovrebbe rientrare a 1,6%, ma già nel 2027 potrebbe tornare sopra il limite all’1,9%, fino al 2,5% nello scenario a politiche invariate.
La Corte chiede maggiore trasparenza e dati più dettagliati per permettere un’analisi chiara delle determinanti della spesa.