L’Italia, lo sappiamo, si trova a fare i conti con un sensibile inverno demografico. Il calo delle nascite porta, come conseguenza, anche al calo degli iscritti a scuola. Ed è un problema per ciò che concerne la qualità dell’insegnamento perché, per fronteggiare i banchi vuoti (ed il rischio di docenti in esubero) si rendono necessari accorpamenti e chiusure dei plessi.
Inverno demografico: calano le iscrizioni a scuola
Se al liceo del Made in Italy non si sono proprio voluti iscrivere, in linea generale non si tratterebbe di mancanza di volontà. Bensì di mancanza di studenti…
La scuola italiana si trova di fronte a sfide significative a causa del calo demografico che il paese sta affrontando da anni. Le culle vuote degli ultimi anni sono già diventate banchi vuoti ed edifici scolastici chiusi. Per ora soprattutto nelle scuole dell’infanzia e della primaria. Ma l’ombra lunga della denatalità si sta già allungando anche alle medie, e a breve interesserà pure le superiori. I numeri della denatalità, snocciolati dal ministro Giuseppe Valditara, evidenziando come tra 10 anni dai 7,4 milioni di studenti del 2021 si scenderà a poco più di sei milioni, al ritmo di 110-120mila ragazzi in meno ogni anno.

E nei prossimi cinque anni si può stimare che ne chiuderanno almeno altre 1.200, tra statali e paritarie.
Il campanello d’allarme è che l’emorragia di iscritti non si è fermata mai negli ultimi dieci anni e ha colpito soprattutto al Sud: delle 2.600 scuole chiuse tra l’anno scolastico 2014-15 e il corrente 2022-23, due su tre (oltre 1.700) si trovavano nel Meridione. Il 15% delle scuole chiuse erano nel Nord-Ovest (-382), il 10% nel Nord-Est (-245) e il restante 11% al Centro (-289 scuole).
Sono soprattutto i piccoli centri, in particolare nei territori montani, ad aver pagato il prezzo più alto, perdendo quello che è il primo centro di aggregazione della comunità locale, presidio di cultura e di relazioni educative.

Agli Stati generali della natalità, andati scena a metà maggio 2023, è stato lo stesso Valditara a fotografare, senza troppi giri di parole, la cruda realtà dei numeri: secondo i dati citati dal ministro infatti nei prossimi 10 anni perderemo 500mila studenti alle superiori. Nella scuola secondaria di primo grado, ovvero le medie, il calo sarà di quasi 300mila alunni, in quella primaria di circa 400mila scolari e in quella dell’infanzia di oltre 156mila bambini. Quanto alle cattedre si rischierebbe di passare da 684mila a circa 558mila nel 2033/34 con una riduzione di 10/12mila posti di lavoro ogni anno.
Accorpamenti e chiusure
L’accorpamento delle scuole è una delle conseguenze dell’inverno demografico. Sempre meno studenti, sempre meno scuole: così si potrebbe riassumere il fenomeno che sembra possa minare l’istituzione della formazione e dell’istruzione a danno dei giovani alunni, delle famiglie e di un patrimonio sociale che è il capitale umano che andrà disperso.
Nei mesi scorsi, la Giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia ha approvato l’aggiornamento del Piano di dimensionamento delle scuole per l’anno scolastico 2023/2024, per trasmetterlo all’Ufficio Scolastico Regionale. Per la precisione sono state accorpate dieci dirigenze scolastiche.
Il Resto del Carlino, per fotografare il medesimo fenomeno nelle Marche, ha parlato de “Il risiko delle scuole”.
Anche in Emilia-Romagna, il dimensionamento scolastico della provincia di Reggio Emilia ha portato studenti a protestare in piazza Italia per l’unione della dirigenza degli istituti comprensivi Moscato-Gallina e Nosside-Pythagoras.
Venerdì mattina, 16 febbraio 2024, sul tema è intervenuta la dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di Treviso, Barbara Sardella:
“Non siamo davanti a una novità, purtroppo. Il calo consistente delle iscrizioni è iniziato nella Marca già dal 2021: negli ultimi anni abbiamo avuto 4500 alunni in meno alla scuola primaria e un trend di circa 500 alunni in meno ogni anno negli istituti del territorio. Normale quindi che l’Ufficio scolastico provinciale stia ragionando sulla possibilità di accorpare i plessi più piccoli”.

Medesimi accorpamenti anche in Lombardia e Sicilia.
Ironia della sorte: i nidi non bastano…
Ironia della sorte – e questo la dice su come le cose andrebbero ripensate per risolvere il problema alla radice, o quantomeno tentare un approccio utile alle famiglie – la mancanza di asili nido è pressoché endemica nel Paese. Proprio lì, dove il meccanismo si inceppa, dove le donne annaspano fra lavoro e figli piccoli, bisognerebbe agire.