Affrontare un tema delicato come il revisionismo storico senza averne le basi, rischia in genere di degenerare nel negazionismo. A voi il giudizio, quel che è certo è che il vicepresidente americano J.D.Vance non ha alcuna prova per postulare che ai giorni d’oggi, nessuno si sarebbe praticamente “filato” uno dei più clamorosi scandali della storia politica Usa (e anche di quella del giornalismo mondiale): lo scandalo del Watergate, che portò nel 1974 alle dimissioni dell’allora capo della casa Bianca, il repubblicano Richard Nixon.

Vance: “lo scandalo Watergate oggi non sarebbe esistito”
Eppure Vance l’ha fatto.
Diciamo che il contesto non era esattamente neutro: giovedì, 25 giugno 2026, il vice di Trump si trovava (per promuovere il suo ultimo libro, “Communion: Finding My Way Back to Faith”, autobiografia sul suo avvicinamento al cattolicesimo) alla Richard Nixon Presidential Library di Yorba Linda, in California, e sarebbe stato difficile non lasciarsi influenzare…
“Se il Watergate accadesse domani, sarebbe una notizia che durerebbe dodici ore. L’idea che avrebbe potuto far cadere una presidenza è assurda“, ha detto Vance, convinto che l’eredità del 37° presidente ultimamente stia “vivendo una sorta di rinascita”.
Durante il discorso, Vance non si è limitato alla battuta sulle 12 ore, ma ha tracciato un parallelismo esplicito tra sé e Nixon (“Giovane senatore, vicepresidente, scrive libri bestseller, è odiato dai media… un po’ come JD Vance”). Inoltre, ha sostenuto la tesi complottista secondo cui Nixon sarebbe stato rimosso dal “deep state”, tracciando un filo conduttore con le vicende di Donald Trump.
Una notte a Washington, un albero e cinque “spioni”
Ora, ricapitoliamo un attimo che cosa è stato lo scandalo Watergate, a beneficio di chi non ricorda il film “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula del ’76, con Dustin Hoffman e Robert Redford che interpretano i due colleghi premio Pulitzer che scoperchiarono il vaso di Pandora: Bob Woodward e Carl Bernstein.

Il Watergate non è che un albergo della capitale Washington D.C. dove, per farla breve, una notte vennero scoperti cinque “spioni” impegnati a frugare nella sede del Comitato Nazionale Democratico. In soldoni, l’inchiesta giornalistica che ne seguì portò a scoprire una tentacolare campagna di spionaggio politico, sabotaggio e “trucchi sporchi” orchestrata ai vertici dell’intelligence e della Casa Bianca per danneggiare i candidati dell’opposizione e garantire la rielezione di Nixon. Che poi, proprio per questo, fu costretto a dimettersi l’8 agosto 1974.
“Assurdo” che allora abbia fatto cadere un presidente…
Impossibile non usare l’ironia: è proprio “assurdo” che Nixon sia caduto perché ha tramato contro l’opposizione per poter essere rieletto…
E invece naturalmente non lo è, ma soprattutto, che rende clamorosa la vicenda (oltre al suo epilogo) è che l’abbia fatto con la complicità di vasti segmenti dello Stato.
Aggiungiamoci pure il fatto che nei manuali di scienza della comunicazione il tutto rappresenta una pietra miliare del giornalismo d’inchiesta e del diritto di cronaca, giusto per stabilire le corrette proporzioni.
Per concludere che, con tutta probabilità, ai giorni nostri il tema sarebbe rimasto in testa agli approfondimenti giornalistici e ai dibattiti sui social per mesi (altro che dodici ore di visibilità): del resto, basta osservare, sempre negli States, da quanto tempo per esempio il caso Epstein (che coinvolge solo indirettamente e in maniera controversa l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump) è sotto la lente negli approfondimenti giornalistici e nei dibattiti sui social.
O ancora, volendo stabilire un parallelismo più estremo rispetto a notizie che catturano l’attenzione dell’opinione pubblica, potremmo saltare dallo spionaggio alla cronaca e approdare in Italia, dove da un anno e mezzo siamo quotidianamente inondati di non-notizie sul caso Garlasco, che si fonda nella nuova inchiesta su argomentazioni infinitamente meno solide rispetto a quelle con cui Woodward e Bernstein fecero scoppiare il caso Watergate.
Quindi che oggi un’informazione mordi-e-fuggi resetterebbe la memoria in una sorta di Alzheimer collettivo è ampiamento smentito dai fatti e dai tanti cosiddetti “filoni” che catalizzano (in alcuni casi anche ossessivamente) l’opinione pubblica.
Che poi si consideri una motivazione non sufficiente, per le dimissioni di un Presidente, il fatto che abbia piegato l’apparato democratico ai propri fini è semplicemente surreale.
Stabilendo un altro parallelismo nostrano nuovamente ambizioso, proprio negli ultimi mesi la scena politica italiana ha visto un susseguirsi di dimissioni di peso di esponenti della maggioranza di Governo (dal sottosegretario Delmastro alla capo gabinetto Bartolozzi, oltre ai ministri Santanchè e ancor prima Sangiuliano) innescati da inopportunità politiche imparagonabili rispetto a quanto contestato a Nixon.