“Non vi dirò se agirò“, così Donald Trump, esprimendo incertezza su una possibile azione militare contro l’Iran, ma congelando, al contempo, le opzioni più drastiche.
Con questa dichiarazione, il presidente degli Stati Uniti ha confermato che l’ipotesi di un attacco a Teheran non è stata esclusa, ma per il momento sembra messa in pausa, mentre la Casa Bianca continua a monitorare gli sviluppi.

La decisione arriva in un contesto di alta tensione internazionale, alimentata dalle proteste in Iran e dalla repressione violenta che ha scatenato il regime degli ayatollah contro i manifestanti. Nonostante le dichiarazioni bellicose e le crescenti preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani, l’amministrazione americana sta valutando con attenzione ogni passo.

Le opzioni militari limitate
Uno degli elementi chiave che avrebbe spinto Trump a rallentare la sua risposta è la mancanza di risorse militari immediate nell’area. A differenza di quanto avvenuto in passato, quando gli Stati Uniti avevano una forte presenza navale nel Golfo Persico, il Pentagono ha recentemente ridistribuito le sue forze.
La portaerei Gerald R. Ford e le sue unità di supporto sono state trasferite dal Mediterraneo orientale ai Caraibi, un movimento che ha ridotto la capacità di risposta immediata nella regione. Oggi, la Marina statunitense dispone di tre cacciatorpediniere armati di missili e di un sottomarino in quella zona, ma nessuna delle forze attualmente disponibili è sufficiente a lanciare un attacco su larga scala. L’assenza di una portaerei e la limitata presenza di forze navali sono segnali chiari che l’amministrazione sta riconsiderando la portata di una risposta militare.

Il Pentagono ha annunciato lo spostamento della portaerei USS Abraham Lincoln dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente. Lo riporta The Hill. La portaerei e il suo gruppo d’attacco sono stati avvistati mentre si dirigevano verso ovest, allontanandosi dalla regione indo-pacifica, secondo le immagini fornite da Copernicus, una società di dati satellitari che monitora il traffico marittimo. Lo spostamento richiede circa una settimana.
Le pressioni internazionali e il ruolo di Israele
La crescente pressione da parte di attori internazionali ha giocato un ruolo cruciale nel raffreddare le intenzioni bellicose di Trump. A questo proposito, uno dei più significativi sviluppi è stato il coinvolgimento del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che secondo il New York Times ha chiesto a Trump di rinviare qualsiasi piano di attacco militare contro l’Iran.

Netanyahu ha espresso preoccupazione che un’azione militare immediata potesse non solo aumentare le tensioni, ma anche compromettere la stabilità della regione, senza portare a un cambiamento reale nel regime iraniano.
Inoltre, negli ultimi giorni, un’intensa mediazione diplomatica è stata portata avanti da paesi come il Qatar, l’Oman, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Questi paesi hanno cercato di evitare il conflitto, avvertendo sia gli Stati Uniti che l’Iran dei rischi di una guerra totale. Hanno fatto notare che un attacco militare potrebbe compromettere la sicurezza regionale e avere effetti devastanti sull’economia globale. Segnali di distensione sono arrivati anche dalla base di Al Udeid in Qatar, dove alcuni uomini e mezzi sono stati progressivamente ritirati, allontanandosi da un possibile obiettivo iraniano. Tuttavia, come ha dichiarato una fonte interna a Axios:
“Tutti sanno che il presidente tiene il dito sul pulsante“, riferendosi alla possibilità di azioni improvvise.
Steve Witkoff e le opzioni di trattativa
Un altro punto importante nella strategia della Casa Bianca è il desiderio di risolvere la crisi tramite la diplomazia piuttosto che con l’uso della forza. Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, ha esplicitamente dichiarato:
“Spero che si trovi una soluzione diplomatica. Lo spero davvero”.

Witkoff ha proposto un accordo negoziato che dovrebbe affrontare le principali problematiche relative all’Iran, come l’arricchimento nucleare, la riduzione dei missili balistici, la gestione del materiale nucleare e il controllo sui proxy iraniani, ovvero le milizie alleate nella regione.
Secondo Witkoff, la crisi economica che sta attraversando l’Iran potrebbe spingere Teheran a negoziare.
“Se vogliono tornare alla Società delle Nazioni, possiamo risolvere diplomaticamente quei quattro problemi, e questa sarebbe un’ottima soluzione. L’alternativa è pessima”, ha detto.
La strategia diplomatica sarebbe quindi un’opzione molto più vantaggiosa rispetto a un conflitto aperto che, come evidenziato da alcuni esperti, non porterebbe alla caduta immediata del governo iraniano.
Le nuove sanzioni come risposta alla repressione
Sebbene le azioni militari siano momentaneamente congelate, il Dipartimento Usa del Tesoro ha imposto nuove sanzioni contro alcuni dei principali leader iraniani.
“Oggi, mentre il popolo iraniano scende coraggiosamente in piazza, il dipartimento del Tesoro sta adottando misure contro gli artefici della brutale repressione”, ha dichiarato Scott Bessent, segretario del Tesoro. Le sanzioni mirano a punire coloro che hanno ordinato l’uso della violenza contro i manifestanti, che continuano a lottare per le loro libertà e per una maggiore sicurezza economica.
La questione delle esecuzioni
Uno degli sviluppi più significativi nelle ultime settimane riguarda la frenata delle esecuzioni in Iran. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato che circa 800 esecuzioni sono state fermate, segnalando una possibile distensione del regime iraniano, almeno in parte.
Tuttavia, ha avvertito che “tutte le opzioni restano sul tavolo”, indicando che la Casa Bianca non esclude l’uso della forza nel caso in cui le violazioni dovessero continuare. La situazione è complessa: mentre le autorità iraniane continuano la repressione contro i manifestanti, la comunità internazionale resta vigilante.

Minacce iraniane e il rischio di escalation
L’Iran, per parte sua, ha risposto con dure minacce. Mohsen Rezaei, membro del Consiglio iraniano, ha dichiarato:
“Se cadiamo nel ciclo della guerra, sorgeranno seri problemi per gli Stati Uniti. Nessuna base americana sarà sicura e non ci saranno più cessate il fuoco. I nostri comandanti militari hanno il dito sul grilletto. Risponderemo con un colpo devastante se il nemico agirà”.
Questa retorica minacciosa ha alimentato le preoccupazioni per una guerra su vasta scala, che potrebbe portare a conseguenze devastanti per l’intero Medio Oriente e per le forze statunitensi nella regione.
La posizione delle potenze internazionali
Sul fronte internazionale, la Cina ha assunto una posizione forte contro l’interferenza degli Stati Uniti, ribadendo che l’Iran è un Stato sovrano e che gli affari interni devono essere risolti dal popolo iraniano. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha sottolineato:
“La Cina sostiene la salvaguardia della sovranità iraniana e l’integrità territoriale”.
Inoltre, la Russia ha accusato gli Stati Uniti di “alimentare l’isteria” attorno alla crisi iraniana, criticando la retorica di Washington che, secondo Mosca, mirerebbe a risolvere la situazione a proprio favore.
Tajani: “Il dialogo è sempre utile”
Antonio Tajani, Ministro degli Esteri italiano, ha parlato della situazione iraniana durante una conferenza stampa:
“Credo che non si debbano mai interrompere i rapporti diplomatici perché altrimenti non c’è possibilità di trattativa né la possibilità di convincere le autorità iraniane ad avere un atteggiamento diverso nei confronti dell’opposizione. Il dialogo è sempre utile anche con chi non la pensa come noi”.
Il Ministro degli Esteri ha anche ricordato che, pur avendo avuto rapporti più tesi con alcuni paesi, l’Italia non aveva mai interrotto i contatti diplomatici con il Venezuela, e nemmeno con l’Iran. A tal proposito, ha aggiunto che l’Italia ha deciso di innalzare il livello di rappresentanza diplomatica in Iran, passando da un incaricato d’affari a un ambasciatore, in un segno di apertura alla diplomazia e alla ricerca di soluzioni pacifiche.
Le richieste internazionali per i diritti umani
Le Nazioni Unite, tramite Martha Ama Akyaa Pobee, sottosegretaria generale Onu, hanno chiesto all’Iran di interrompere qualsiasi esecuzione legata a casi di protesta, sottolineando che tutte le morti devono essere oggetto di indagini tempestive e indipendenti.

Amnesty International ha anche sollecitato gli Stati membri delle Nazioni Unite a condannare la perdurante impunità per i crimini commessi dalle forze di sicurezza iraniane. Secondo l’organizzazione, l’impunità di sistema ha rafforzato le violenze e i crimini commessi dalle autorità iraniane contro i manifestanti.
Nessuna soluzione immediata
Le sanzioni rimangono l’arma principale utilizzata dagli Stati Uniti, ma le minacce di un conflitto sono tutt’altro che sventate. Il rischio di escalation resta elevato, mentre la diplomazia internazionale cerca di evitare il peggio. La comunità internazionale resta in attesa, con la consapevolezza che qualsiasi decisione presa potrebbe avere ripercussioni globali