Metti una sera a cena al ristorante dell’onorevole.
Non è l’inizio di una barzelletta, ma forse di una bufera politica e mediatica di cui soprattutto la presidente del Consiglio (che infatti viene “raccontata” come furibonda) avrebbe fatto volentieri a meno a pochi giorni dal referendum e tutto sommato quasi all’ultimo chilometro del mandato di Governo.
Perché è evidente che un sottosegretario dell’Esecutivo, l’onorevole Andrea Delmastro, potenzialmente in affari con imprenditori chiacchierati, collegati alla mafia non è certo notizia che può passare in secondo piano.
E infatti in queste ore l’opposizione insorge e chiede al diretto interessato e al Governo stesso di riferire in Aula e alla Commissione Antimafia.
Gli affari “privati” del sottosegretario, il ristorante “chiacchierato”
Ecco allora che, come detto, a ormai una manciata di giorni dalla tornata referendaria sulla Giustizia, il confronto politico si accende tra maggioranza e opposizioni attorno a una vicenda che, ironia del destino, coinvolge il sottosegretario proprio alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, Fratelli d’Italia e vicino a Giorgia Meloni.

La “bomba” è esplosa in queste ore. Al centro della polemica c’è un’inchiesta giornalistica pubblicata dal Fatto Quotidiano, che ricostruisce la nascita e le attività della società “Le 5 Forchette Srl”, nella quale il sottosegretario deteneva una partecipazione.
Fin qui tutto forse discutibile sul piano dell’opportunità politica.
Ma il problema arriva dal fatto che tra i soci figurava anche Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, attualmente detenuto nel carcere di Viterbo per una condanna definitiva a quattro anni, nell’ambito di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma su un’organizzazione riconducibile al clan guidato da Michele Senese, noto come “’O Pazz’.
Il ristorante, il clan e le indagini
La società, costituita presso un notaio di Biella, aveva una sede operativa a Roma, in via Tuscolana, dove è stato avviato il ristorante “Bisteccheria d’Italia”, promosso sui social dallo stesso Caroccia nella primavera del 2025.
Secondo quanto ricostruito, tra la fine di febbraio e il mese di marzo, in seguito alla sentenza definitiva della Cassazione nell’ambito della maxi inchiesta della procura di Roma, Delmastro avrebbe ceduto la propria quota nella società.
Opposizioni all’attacco, chiarimenti in Aula o dimissioni
Inevitabile la bufera politica che ne sta seguendo.
Le opposizioni, come prevedibile, attaccano. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono chiarimenti alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e sollecitano l’intervento della Commissione parlamentare Antimafia.

In particolare, esponenti del Pd hanno chiesto alla presidente della Commissione, Chiara Colosimo (anche lei espressione di Fratelli d’Italia), di acquisire tutta la documentazione relativa alla vicenda, facendo riferimento a rapporti tra esponenti politici piemontesi di Fratelli d’Italia e la famiglia Caroccia.
Il “pressing” del Centrosinistra contro Delmastro
Ma non solo. Il pressing di M5S e Avs per fare chiarezza non è da meno.
Il Movimento 5 Stelle ha definito “poco credibili” le spiegazioni arrivate in queste primissime fasi dal sottosegretario, sostenendo che sia improbabile che una ragazza così giovane abbia operato autonomamente nella gestione della società.
Secondo i pentastellati, la vicenda giudiziaria della famiglia Caroccia era nota da tempo, e le dichiarazioni di Delmastro porterebbero a seri interrogativi sulla sua consapevolezza dei fatti.

Sulla stessa linea anche Alleanza Verdi e Sinistra: anche la deputata Elisabetta Piccolotti ha annunciato l’intenzione di portare il caso all’attenzione della Commissione Antimafia, chiedendo che venga fatta piena luce sulla vicenda e criticando l’atteggiamento di chi, a suo dire, impartisce lezioni pubbliche sul funzionamento della giustizia.
Le (prime) spiegazioni dell’interessato
Da parte sua, Delmastro respinge ogni accusa.
In queste ore ha ricordato il proprio impegno contro la criminalità organizzata e ha sottolineato come le misure di protezione (una scorta) che lo vedono interessato siano legate proprio alla sua attività antimafia.
Nel merito, ha spiega di aver partecipato a una società insieme a una giovane “né indagata né imputata” e di aver deciso di uscire dalla società immediatamente, una volta venuto a conoscenza dei legami familiari della giovane imprenditrice, rivendicando una scelta dettata da rigore etico.