FRANCHI TIRATORI

Smacco alla Camera: perché Lega e FI non vogliono le preferenze (e Lupi invece sì)

Dietro il cortocircuito tra i partiti della coalizione spuntano le strategie per il futuro e l'ombra di Marina Berlusconi

Smacco alla Camera: perché Lega e FI non vogliono le preferenze (e Lupi invece sì)

Oltre al “segnale” politico, pure la beffa. Andare “sotto” in Parlamento per un voto.

Fatto sta che sull’esito delle votazioni alla Camera sulla nuova legge elettorale il dibattito (anche interno alla maggioranza) e la coda di polemiche si annunciano roventi.

Forse anche con conseguenze politiche concrete dopo che la premier Giorgia Meloni ha ammesso che “è il momento di qualche riflessione” e in molti stanno prospettando l’ipotesi che la presidente del Consiglio possa salire al Colle a rassegnare le dimissioni.

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La premier Giorgia Meloni

Governo “sotto” per un voto, il corto circuito della maggioranza, cosa è successo

Ma al di là di quello che accadrà, addetti ai lavori e diretti interessati stanno cercando di capire come si è concretizzato quello che per maggioranza e Governo è stato un vero e proprio “corto circuito”.

Uno stato dell’arte che ha subito fatto partire la caccia ai “franchi tiratori”.

Calcolatrice alla mano, tra le 31 e 34 persone della maggioranza (ma qualcuno come il viceministro agli Esteri Cirielli parla di 20-25 voti, oltre a dir la verità a svariate assenze in Aula, più o meno giustificate) con i sospetti che quasi immediatamente si sono concentrati su Forza Italia e Lega mentre il gruppo di Futuro Nazionale ha addirittura immortalato il momento del voto per testimoniare la propria linea favorevole alla proposta della coalizione che governa il Paese.

Edmondo Cirielli, viceministro agli Affari Esteri, candidato in Campania

Perché Lega e FI non vogliono le preferenze (e Lupi invece sì)

Come detto, l’emendamento sulla legge elettorale era arrivato all’esame del Parlamento (alla Camera) perché nella maggioranza sembrava essere stata trovata la “quadra”, i partiti sembravano essere arrivati a quella che nel gergo della politica viene chiamata “sintesi”.

Da tutti i leader ne era stata data ampia rassicurazione. Così invece non è stato.

Ecco perché a caldo, ma anche nel proseguo del post voto, i maggiori sospetti si sono indirizzati verso Forza Italia e Lega.

Gli azzurri fin dall’inizio si erano dichiarati contrari alla reintroduzione delle preferenze (fortemente voluta da Fratelli d’Italia e Noi Moderati), mentre la Lega era sempre stata tiepida sull’argomento salvo poi manifestare la propria “apertura” attraverso le parole del leader Matteo Salvini che aveva spiegato come nella sua carriera politica avesse sempre preso preferenze.

Matteo Salvini, leader della Lega

Perché il no alle preferenze, la “lettura politica”

Fatto sta che una lettura politica più approfondita può cercare di far capire il perché qualcuno tra FI e Lega possa essersi tirato indietro al momento decisivo.

Dunque perché qualcuno le preferenze non le vuole?

Perché nel sentimento di molti il sistema delle preferenze innescherebbe una competizione accesa tra candidati dello stesso partito.

In questo senso, Azzurri e Carroccio temono probabilmente che questo meccanismo possa alimentare tensioni e logiche localistiche anziché premiare la linea unitaria del partito.

Un particolare non di poco conto visto che si tratta di due realtà alle prese con un faticoso “recupero” del proprio consenso e superate quasi certamente entrambe da Futuro Nazionale.

C’è poi la questione che riguarda il sistema delle liste bloccate. 

Una previsione che permetterebbe ai vertici di partito di selezionare e posizionare i candidati prescelti in posizione sicura, garantendo stabilità e coerenza agli assetti interni.

Ma in questo caso come verrebbe vissuta la cosa da chi “percepirebbe” di aver poche possibilità di farcela a entrare in Parlamento? Sarebbe palese il rischio di uno “scarso impegno” da parte di questi candidati.

Perché Fratelli d’Italia e Lupi vorrebbero invece le preferenze

A “rompere” il fronte della maggioranza era stato da tempo (e forse anche un po’ a sorpresa) il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.

Maurizio Lupi di Noi Moderati
Maurizio Lupi di Noi Moderati

L’ex Ministro ha posto più volte l’accento sulla necessità di restituire ai cittadini il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento.

Secondo la sua visione, la possibilità di esprimere fino a tre preferenze (con alternanza di genere) ridurrebbe la disaffezione degli elettori (contrastando così l’astensionismo), offrendo una maggiore trasparenza e responsabilizzando i candidati

Uno schema per una nuova legge elettorale che era stato condiviso fin dall’inizio da Fratelli d’Italia (sul tema si era “spesa” in prima persona la premier Meloni e poi via via autorevoli esponenti del partito) e dall’Udc che hanno depositato appunto l’emendamento sulle preferenze.

Non solo spiegazioni “logiche”, occhio ai “dispettucci” politici

Ma dietro al “no” potenzialmente riconducibile a esponenti di Forza Italia e Lega, ci possono anche essere “dispettucci” politici.

In primis, legate alle modalità temporali di questa riforma.

Se ne era iniziato a parlare praticamente il giorno dopo la vittoria del no al referendum sulla giustizia.

In molti avevano fatto notare che dopo la bocciatura di una riforma, parlare immediatamente di lavorare a un’altra riforma poteva essere un autogol.

E così in effetti è stato.

Ma non solo. Molti addetti ai lavori avevano riportato il “sentiment” del mondo parlamentare a indirizzarsi verso altre azioni, mancando poco più di un anno alle Politiche, invece che schiacciare sull’acceleratore, forzando la mano, per una nuova legge.

C’è poi fisiologicamente lo scarso interesse all’attività parlamentare di tutte quelle persone che sanno già fin d’ora che non saranno ricandidate o se lo saranno, verranno collocati in collegi “perdenti” o dove la competizione è più che agguerrita.

Tra “franchi tiratori” e assenze, qualche spiegazione arriva anche da questo aspetto.

Il sospetto nel sospetto, nei voti del “no”, la “mano” di Marina (Berlusconi)

E mentre il Ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha promesso che andrà a “stanare” i “franchi tiratori” e il suo collega di partito (e viceministro agli Esteri) Edmondo Cirielli punta il dito contro Futuro Nazionale, in queste ultime ore un clamoroso gossip riguarda la “mano” che avrebbe orchestrato il corto circuito nella maggioranza.

Lollobrigida, ministro all'Agricoltura
Francesco Lollobrigida, ministro all’Agricoltura

Come riportato da La Stampa, la premier Meloni sospetta che ci possa essere un diktat arrivato da Marina Berlusconi. 

Già dalla primavera, Marina Berlusconi aveva espresso forti perplessità sulla nuova legge elettorale guidata da Fratelli d’Italia.

Marina Berlusconi

Aveva dato indicazione ai vertici di Forza Italia di “frenare” sulla riforma per non legarsi a un sistema che avrebbe schiacciato i partiti moderati a favore del partito della premier.

I retroscena giornalistici evidenziano come Marina guardi a un futuro posizionamento più europeo e moderato per il partito.

In passato, in interviste e dichiarazioni pubbliche non ha escluso scenari futuri di “coalizione” o larghe intese (sul modello del PPE a Bruxelles), un quadro incompatibile con una legge elettorale troppo sbilanciata a destra.

Occhio alla “partita” del Quirinale

Ma non solo. All’orizzonte ci sarebbe anche la prossima “partita” per il Quirinale.

Tra il 2027 e il 2029 si giocherà infatti la successione a Sergio Mattarella (per il quale Marina nutre profonda stima).

Sempre secondo la “lettura” del quotidiano di Torino, avere Camere non totalmente controllate da un solo partito garantirebbe a Forza Italia un peso contrattuale enorme nella scelta del prossimo Capo dello Stato.