Nuova riforma in vista

Dal 1861 allo Stabilicum: perché in Italia cambiano sempre le leggi elettorali (e quasi mai funzionano)

Dalla monarchia liberale alla Repubblica contemporanea: perché l’Italia ha cambiato così tante leggi elettorali e quali effetti hanno avuto su governi, partiti e stabilità politica

Dal 1861 allo Stabilicum: perché in Italia cambiano sempre le leggi elettorali (e quasi mai funzionano)

Ogni volta che in Italia si parla di riforma elettorale, la discussione sembra nuova. In realtà è una storia che si ripete da oltre centocinquant’anni. Dal Parlamento monarchico dell’Ottocento fino alle coalizioni contemporanee, quasi ogni generazione politica ha cercato di riscrivere le regole del voto convinta di poter risolvere i problemi della democrazia italiana.

Eppure nessuna legge elettorale ha mai funzionato esattamente come previsto. 

Per capire perché, bisogna tornare all’inizio.

Il Parlamento dei notabili: quando votavano in pochi

Nel Parlamento del Regno d’Italia, nato dopo l’Unità nazionale, la politica era affare di minoranze ristrette.

Non esistevano veri partiti organizzati. I candidati erano spesso professionisti, proprietari terrieri o figure influenti nelle comunità locali. Il sistema maggioritario a doppio turno premiava personalità capaci di costruire consenso territoriale più che programmi politici.

Il modello funzionava finché gli elettori erano pochi.

Quando però il suffragio si allargò e milioni di cittadini entrarono nella vita pubblica, quella struttura iniziò a scricchiolare.

Il 1919 e la politica delle masse

Dopo la Prima guerra mondiale l’Italia cambia volto.

Operai, contadini e ceti medi chiedono rappresentanza. Nascono grandi partiti organizzati e il sistema proporzionale sembra la risposta più naturale: il Parlamento deve diventare lo specchio della società.

Lo diventa davvero.

Ma emergono anche governi fragili e maggioranze instabili. La difficoltà di decidere rapidamente in un clima sociale teso contribuisce alla crisi dello Stato liberale.

Quando la stabilità diventa controllo: la legge Acerbo

Nel 1923 il governo guidato da Benito Mussolini introduce una riforma destinata a cambiare tutto, la legge Acerbo.

La lista che supera il 25% dei voti ottiene automaticamente due terzi dei seggi parlamentari.

Sulla carta serve a garantire stabilità.

Nella pratica consente al regime di trasformare una minoranza relativa in dominio politico quasi assoluto dopo le elezioni del 1924.

Pochi anni dopo le elezioni competitive scompaiono del tutto.

Il voto “non voto”

Dal 1928 non esiste più competizione politica

Gli elettori votano soltanto “sì” o “no” a una lista unica predisposta dal regime.

Il Parlamento perde ogni funzione rappresentativa.

Dal plebiscito alla democrazia: la svolta del 1946

La fine della guerra apre una stagione completamente nuova.

La Assemblea Costituente viene eletta con sistema proporzionale e suffragio universale: votano finalmente uomini e donne insieme.

La scelta non è neutrale.

Dopo vent’anni di dittatura, la priorità è impedire concentrazioni di potere. Meglio un Parlamento molto rappresentativo che un governo troppo forte.

Questa idea segnerà profondamente la democrazia italiana.

La Prima Repubblica: tanta rappresentanza, poca alternanza

Con la nascita della Repubblica Italiana, il proporzionale diventa la regola.

Il Parlamento è composto da due camere con identici poteri: la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica.

L’idea è semplice: equilibrio e controllo reciproco.

Ma il contesto internazionale cambia il risultato.

Durante la Guerra fredda il grande peso elettorale del Partito Comunista Italiano rende politicamente impossibile una piena alternanza di governo secondo gli equilibri occidentali.

Nasce così la cosiddetta “democrazia bloccata”.

I governi cambiano spesso — decine in pochi decenni — ma la maggioranza resta sostanzialmente la stessa.

Il sistema garantisce inclusione democratica e crescita economica, ma accumula anche clientelismo e frammentazione.

Gli anni Novanta: la rabbia degli elettori

Quando Tangentopoli travolge i partiti storici, la richiesta diventa chiara: sapere chi governa prima del voto.

Il Mattarellum (che prende il nome da Sergio Mattarella) introduce collegi uninominali e competizione diretta tra due schieramenti.

Nasce il bipolarismo moderno.

Per la prima volta gli elettori assistono a vere alternanze di governo.

Ma anche qui emerge un effetto inatteso: i piccoli partiti diventano indispensabili nelle coalizioni e continuano a esercitare grande potere negoziale.

Il Porcellum e l’illusione della maggioranza garantita

Nel 2005 si tenta un’altra soluzione. Arriva il Porcellum.

Premi di maggioranza e liste bloccate dovrebbero assicurare governi solidi.

Accade invece il contrario.

Poiché Camera e Senato assegnano i premi in modo diverso, nascono maggioranze incompatibili tra le due assemblee. La stabilità promessa si trasforma spesso in paralisi parlamentare.

La Corte costituzionale interviene modificando parti fondamentali della legge.

Italicum: la riforma rimasta sulla carta

Il tentativo successivo – chiamato Italicum –  prevede un premio forte alla lista vincente o un ballottaggio nazionale.

Ma era pensato insieme a una riforma costituzionale che avrebbe cambiato il ruolo del Senato.

Quando quella riforma viene bocciata dal referendum, il sistema perde la sua ragion d’essere.

Il Rosatellum e il compromesso permanente

Dal 2017 l’Italia utilizza un sistema misto, il Rosatellum.

Una parte dei parlamentari viene eletta nei collegi uninominali, un’altra con metodo proporzionale.

L’obiettivo è spingere i partiti a costruire alleanze prima delle elezioni.

Il risultato è un equilibrio instabile ma funzionale: coalizioni larghe, trattative continue e forte peso delle leadership nella scelta dei candidati.

Perché nessuna legge elettorale ha mai risolto tutto

Guardando la storia emerge un elemento costante.

Le regole del voto cambiano spesso perché si tenta di risolvere problemi politici con strumenti tecnici.

Ma incidono molto di più:

  • il bicameralismo perfetto;
  • la frammentazione dei partiti;
  • la cultura delle coalizioni.

Ogni sistema ha prodotto effetti inattesi perché i partiti hanno imparato rapidamente ad adattarsi alle nuove regole.

Il vero dilemma italiano

Dal 1861 a oggi la politica italiana oscilla sempre tra due paure opposte.

  • Quando domina la frammentazione si invoca il maggioritario.
  • Quando cresce il timore di concentrare troppo potere si torna al proporzionale.

La storia delle leggi elettorali non racconta soltanto come si vota.

Racconta, soprattutto, come l’Italia ha cercato — senza mai smettere — di trovare un equilibrio tra pluralismo democratico e governi capaci di durare nel tempo. Finora senza grandi risultati…