Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva due modifiche centrali al sistema di asilo. Nasce la prima lista UE dei Paesi di origine sicuri, si accorciano i tempi di esame delle domande e si amplia la possibilità di trasferire i richiedenti in Stati terzi con cui siano stati conclusi accordi. Le organizzazioni per i diritti umani contestano la scelta, in particolare per quanto riguarda Tunisia ed Egitto.
La lista UE dei Paesi considerati sicuri
Con 408 voti favorevoli, 184 contrari e 60 astensioni, l’Eurocamera ha adottato la prima lista europea dei Paesi di origine considerati sicuri. L’elenco iniziale comprende Kosovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia.
Per i cittadini provenienti da questi Stati le richieste di asilo saranno esaminate attraverso procedure accelerate o di frontiera, con una durata massima di tre mesi invece dei sei previsti finora, e con la possibilità di trattenimento durante l’intero iter.
La lista sarà vincolante per gli Stati membri, ma non impedirà ai singoli Paesi di adottare elenchi nazionali più ampi.
Come funzionano le nuove procedure europee
Le nuove norme consentono di velocizzare l’esame delle domande anche per i cittadini di Stati il cui tasso di riconoscimento dell’asilo nell’Unione sia inferiore al 20%.
Gli Stati membri potranno inoltre designare come sicuri Paesi che non lo siano per l’intero territorio o per tutte le categorie di persone.
I Paesi candidati all’adesione all’UE saranno considerati presunti sicuri a condizione che non siano in guerra, non siano oggetto di sanzioni europee e non superino la soglia del 20% di riconoscimenti.
In questo quadro, sarà il singolo richiedente a dover dimostrare che nel proprio caso esiste un fondato timore di persecuzione o il rischio di gravi danni in caso di rimpatrio, per evitare l’applicazione della procedura accelerata e il probabile rigetto della domanda.
Dall’Europa apertura al modello Albania
I richiedenti, con l’eccezione dei minori non accompagnati, potranno essere trasferiti in qualsiasi Paese extra-UE con cui sia stato siglato un accordo bilaterale o europeo, purché rispetti determinati requisiti di sicurezza.
Si apre così formalmente alla possibilità di esaminare le domande in hub situati in Stati terzi, secondo l’impostazione già sperimentata in Italia con il modello Albania.
Con un secondo voto, approvato con 396 sì, 226 no e 30 astensioni, il Parlamento ha poi modificato anche il regolamento relativo al concetto di Paese terzo sicuro.
La revisione elimina l’obbligo per le autorità nazionali di dimostrare l’esistenza di un legame tra il richiedente e il Paese in cui si intende trasferirlo. Il semplice transito in uno Stato ritenuto sicuro potrà diventare elemento sufficiente per dichiarare inammissibile la domanda di protezione nell’Unione.
Modificati anche i ricorsi
Le istituzioni europee prevedono un aumento dei ricorsi contro i trasferimenti forzati e hanno modificato anche questo aspetto procedurale. Il nuovo regolamento elimina l’effetto sospensivo automatico dell’appello, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i ritardi e prevenire abusi.
In concreto, ciò significa che un richiedente potrebbe essere trasferito o espulso prima della decisione definitiva sul ricorso presentato contro il diniego della protezione.
La stretta sostenuta dalla destra
La stretta sulle procedure di asilo è stata sostenuta in modo compatto dal Partito Popolare Europeo insieme ai gruppi di destra ed estrema destra. I liberali di Renew si sono divisi, mentre tra Socialisti e Democratici una parte degli eurodeputati ha votato a favore dei provvedimenti.
Nelle delegazioni italiane si è registrato il voto favorevole di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si sono opposti.
I due regolamenti rientrano nel Patto europeo su migrazione e asilo, destinato a entrare in vigore il prossimo giugno, e rappresentano l’ultimo passaggio dell’iter legislativo.
Le ONG: “Tunisia ed Egitto non sono sicuri”
Trentanove organizzazioni impegnate nella ricerca e soccorso e nella tutela dei diritti umani hanno lanciato un appello agli eurodeputati per respingere la lista comune dei Paesi di origine sicuri.
Le contestazioni si concentrano in particolare su Tunisia ed Egitto, ritenuti non coerenti con i criteri di sicurezza alla luce della situazione dei diritti umani.
Secondo le ONG, designare la Tunisia come Paese sicuro contrasterebbe con una trasformazione ritenuta antidemocratica, segnata da repressione della società civile e violenze contro migranti e rifugiati.
“Da anni assistiamo alla spietata strategia deterrente dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere con respingimenti violenti dei rifugiati in fuga dalle coste nordafricane. Classificando Stati come la Tunisia o l’Egitto come Paesi di origine sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se hanno avuto la fortuna di raggiungere le coste dell’Europa, apparentemente un luogo sicuro. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo”, afferma Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity.