La riforma della Giustizia attualmente in discussione in Italia, che potrebbe essere confermata con referendum il 22 e 23 marzo 2026, porta al centro del dibattito pubblico un concetto apparentemente tecnico, ma molto rilevante: la separazione delle carriere dei magistrati.
In pratica, sotto il modello attuale, un magistrato può iniziare come pubblico ministero (Pm) – cioè colui che rappresenta l’accusa – oppure come giudice – ovvero chi decide i casi – e, con certe condizioni, passare nel tempo dall’uno all’altro ruolo. Tuttavia, tale possibilità nella realtà avviene molto raramente: si stima che meno dello 0,5% dei magistrati cambi funzione nell’arco di un anno, ovvero solo pochi casi all’anno. Questo significa che i passaggi sono eccezionali nel sistema giudiziario italiano contemporaneo.
Quanto sono frequenti i passaggi di carriera oggi?
Nel sistema attuale:
- Magistrati in servizio sono circa 8.000–9.000 in tutta Italia.
- I passaggi da Pm a giudice o viceversa rappresentano una quota estremamente contenuta, mediamente circa 20-40 casi all’anno negli ultimi anni.
- Questa cifra equivale a meno dello 0,5% della totalità dei magistrati, e nella pratica alcuni anni vedono ancora meno casi.
Per fornire numeri più precisi:
- nel 2019 sono stati 24 (5 da giudice a Pm e 19 viceversa),
- nel 2020 sono stati 25 (10 e 15),
- nel 2021 sono stati 31 (15 e 16),
- nel 2022 sono stati 25 (8 e 17),
- nel 2023 sono stati 34 (8 e 26).
Questi dati vengono confermati anche dalle organizzazioni interne al mondo giuridico, che rilevano come i passaggi “intra-magistratura” siano già oggi molto rari e rigidamente regolamentati.
Perché i passaggi sono così pochi?
La scarsa frequenza non è casuale, ma il frutto di regole procedurali precise e di una cultura istituzionale consolidata:
- Normative restrittive: Occorre spesso cambiare sede o Regione, oltre ad avere requisiti di anzianità per potersi spostare.
- Riforme precedenti: La riforma Cartabia del 2022 ha ulteriormente limitato a un solo passaggio nella carriera, rendendo la pratica quasi simbolica per la maggior parte dei magistrati.
- Cultura professionale: La maggior parte dei magistrati svolge tutta la propria carriera in una sola funzione; il passaggio è dunque percepito come un’eccezione più che una regola.
In altre parole, il contesto interno della magistratura già oggi non incentiva né vede in pratica grandi movimenti tra funzioni giudicanti e requirenti.
La Riforma della Giustizia: separare le carriere di giudici e Pm
La proposta di riforma – avallata dal Parlamento e ora sottoposta a referendum – ha come fulcro la separazione definitiva delle carriere dei magistrati. In caso di vittoria del Sì, dunque:
- Chi sceglie di diventare giudice resterà tale per tutta la carriera;
- Chi sceglie di diventare PM non potrà successivamente diventare giudice;
- Non sarà quindi possibile alcun passaggio interfunzionale.
Perché questa modifica è così discussa?
Coloro che sono a favore della riforma sostengono che la separazione aumenterebbe l’imparzialità del giudice, perché elimina qualsiasi possibile “vicinanza professionale” tra giudicanti e requirenti.
Critici della riforma, tra cui l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), ribattono invece che:
- I passaggi sono già così rari da essere quasi trascurabili, quindi la riforma colpisce un fenomeno molto limitato;
- La separazione potrebbe indebolire l’indipendenza dell’ufficio del Pm, esponendolo a pressioni politiche esterne;
- Il problema della giustizia italiana – lentezza dei processi, carenza di personale, digitalizzazione – resta irrisolto.
Un cambiamento simbolico o sostanziale?
La discussione sulla separazione delle carriere – e su come essa inciderà sull’ordinamento giudiziario italiano – non può dunque prescindere da un fatto: i passaggi tra Pm e giudice, già oggi, sono estremamente rari. Per questa ragione, molti giuristi e osservatori si chiedono se la riforma non stia affrontando un fenomeno marginale con strumenti e conseguenze che potrebbero essere materiali e sistemici. Opponendosi, alcune voci sottolineano come altri problemi della giustizia italiana richiedano attenzione ben più urgente e profonda.