Il referendum sulla giustizia è ancora in corso, e i seggi resteranno aperti sino alle 15 di lunedì 23 marzo 2026. Ma un dato c’è già. Il boom di affluenza, cosa che in Italia non si vedeva da parecchio tempo.
Alle 23 di domenica 22 marzo 2026, infatti, ha votato circa il 46% degli aventi diritto, con dati decisamente in crescita rispetto non solo ai precedenti referendum, ma anche a varie consultazioni locali e nazionali. Un dato probabilmente figlio della “politicizzazione” del quesito, decisamente tecnico, che rende a questo punto molto incerto l’esito finale.
Referendum: l’Italia torna a votare
Il dato incoraggiante – soprattutto se si valutano le ultime elezioni, con percentuali di votanti addirittura sotto il 50% – è l’elevata partecipazione. Soprattutto di fronte a un quesito molto tecnico, capace non solo (ovviamente) di dividere maggioranza e opposizione, ma di creare schieramenti diversi anche all’interno della stessa magistratura, la diretta interessata dalla questione.
La risposta è probabilmente da imputare all’elevato tasso di “politicizzazione” del quesito.
Malgrado più volte la premier Giorgia Meloni abbia dichiarato che:
“Non è un referendum sul Governo, se vince il no vi tenete sia me che questa giustizia”.
Ciononostante è evidente che – trattandosi di una delle misure “bandiera” del Centrodestra – il voto sia anche fortemente influenzato da un giudizio sull’operato dell’Esecutivo.
Il confronto con gli altri referendum costituzionali
Per fare un confronto realistico, analizziamo gli altri referendum costituzionali, quattro in totale, tutti negli anni Duemila.
Il primo referendum costituzione della storia della Repubblica italiana si svolse il 7 ottobre 2001. Gli elettori furono chiamati a dire sì o no alla riforma del Titolo V promossa dal centrosinistra del governo Amato su funzioni e poteri delle Regioni e sul rapporto con lo Stato. Il voto si svolse in un solo giorno, l’affluenza fu data solo alla fine e si attestò al 34,05 per cento. Il sì alla riforma vinse con il 64,21 per cento.
Cinque anni dopo, il 25 e 26 giugno 2006, si tornò a votare sempre sul rapporto Stato-Regioni, ma questa volta con un’iniziativa voluta dal Centrodestra (Governo Berlusconi). Al termine del primo giorno l’affluenza fu del 35% e al termine del secondo del 53,8%. Ma riforma – che voleva l’ampliamento della riforma del 2001 introducendo il Senato federale e riconoscendo alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale – venne bocciata con il 61,29 per cento.
Il referendum costituzionale più “famoso” è senza dubbio quello del 4 dicembre 2016, voluto da Matteo Renzi (revisione del rapporto fra Stato e Regioni, anche l’eliminazione del Cnel ed il superamento del bicameralismo perfetto del Parlamento fra funzioni e poteri di Camera e Senato). Al termine della consultazione l’affluenza fu del 65,48% e la riforma fu bocciata con il 59,12% dei voti.
L’ultimo – prima di quello attuale – referendum costituzionale fu il 20 e 21 settembre 2020, voluto dal Movimento Cinque Stelle che chiedeva il taglio dei parlamentari. Vittoria scontata del sì (69,9%), ma affluenza più bassa (53,84%).
C’è da dire che eravamo in piena pandemia Covid, dato che può aver influito in un senso o nell’altro.
Elevato tasso di “politicizzazione”
Dicevamo dell’elevato tasso di politicizzazione del referendum. La campagna elettorale – oltre che nei canali più “classici” – si è spostata molto sui social network, piattaforme storicamente più insolite (anche se negli ultimi anni decisamente utilizzate), fino all’ospitata della premier nel “salotto” di Fedez.

Una strategia che probabilmente (almeno così conferma chi in questi giorni sta lavorando ai seggi e negli uffici elettorali) pare aver coinvolto anche numerosi giovani a recarsi alle urne.
Esito incerto
L’esito, dunque, rimane assai incerto. I sondaggi della vigilia davano il “no” avanti in caso di affluenza bassa – attorno al 40% – mentre una partecipazione più alta favorirebbe il “sì”.
Ovviamente però stiamo parlando di calcoli ipotetici e la situazione rimarrà incerta sino alla fine.
Una risposta arriverà soltanto nel tardo pomeriggio. Le urne chiudono alle 15 (e c’è da aspettarsi che almeno un altro 15-20% di elettori si presentino ai seggi), dopodiché inizierà immediatamente lo scrutinio, che entro sera darà una risposta.