Giorgia Meloni affronta in televisione un tema che finora era “un elefante nella stanza”: il dopo Sergio Mattarella e la possibilità che il prossimo Presidente della Repubblica venga dall’area di centrodestra. Nell’intervista a “10 minuti” su Rete 4, condotta da Nicola Porro il 29 giugno 2026, la premier sceglie una formula destinata a pesare nel dibattito politico:
“Un presidente della Repubblica di destra potrebbe non essere più un tabù”.
La frase arriva dentro un ragionamento più ampio sulla legittimazione della destra al governo. Meloni ricorda che per decenni una parte del sistema politico e culturale italiano ha considerato impraticabile l’idea di una destra pienamente titolata a guidare il Paese. L’arrivo di una presidente del Consiglio di destra, sostiene, ha già dimostrato che quel limite poteva essere superato.

“Chi non è di sinistra non è figlio di un dio minore”
“Chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti degli altri”. È la frase con cui Meloni trasforma il tema del Quirinale in una questione di pari legittimità politica.
La premier non fa nomi e non indica candidature. Collega però l’ipotesi a un dato politico:
“Dipenderà dagli italiani”. Se il centrodestra dovesse vincere di nuovo le elezioni, sostiene, potrebbe “superarsi anche questo altro grande tabù”, cioè l’idea che il Colle debba restare naturalmente appannaggio di un’area non riconducibile alla destra.
Il Presidente della Repubblica non è un capo di maggioranza e non rappresenta una parte politica. È garante della Costituzione, dell’unità nazionale e dell’equilibrio tra i poteri. La premier, però, prova a spostare il punto: non rivendica un Colle “di partito”, ma la fine di un’esclusione preventiva.
La legge elettorale come gancio sulla stabilità
Il tema si lega alla discussione sulla legge elettorale. Nella stessa intervista Meloni difende la riforma e respinge l’accusa di voler costruire regole su misura per la maggioranza.
“La politica non è mai aritmetica”, dice, sostenendo che le leggi elettorali pensate per favorire qualcuno spesso finiscono per danneggiare proprio chi le ha volute.
Il punto, per la premier, è trasformare il voto degli italiani in stabilità di governo. La riforma viene presentata come uno strumento per evitare “giochi di palazzo” e rendere più chiaro il rapporto tra consenso, maggioranza e responsabilità. In questa cornice, il ragionamento sul Quirinale diventa parte di un discorso più ampio: se la destra vince, governa; se governa stabilmente, può anche esprimere figure istituzionali senza essere considerata un’anomalia.
Il precedente di Palazzo Chigi
Meloni costruisce il discorso sul precedente del 2022. Prima del suo arrivo a Palazzo Chigi, sostiene, si pensava che certe cose non potessero cambiare. Poi, dice, “si è dimostrato che le cose potevano cambiare”.
Il possibile futuro passaggio al Quirinale viene così presentato come un ulteriore capitolo dello stesso processo: non una forzatura, ma una conseguenza della piena alternanza democratica. La destra, nel racconto della premier, non chiede una corsia preferenziale; chiede di non essere esclusa in partenza.
La presidente del Consiglio non apre formalmente una campagna per il Quirinale. Ma indica una traiettoria: dopo Palazzo Chigi, anche il Colle non deve più essere considerato un territorio precluso. È qui che la sua dichiarazione diventa politicamente forte e istituzionalmente delicata.
Casa e governo dei dossier concreti
A rafforzare questa immagine di destra istituzionale, Meloni inserisce anche i dossier sociali. Fra questi, il piano casa, presentato come intervento di lungo periodo: dieci anni di orizzonte, ma primi risultati attesi entro la legislatura. L’obiettivo dichiarato è rimettere in circolo decine di migliaia di alloggi popolari oggi non assegnabili e creare case sotto i prezzi di mercato per quella fascia di cittadini troppo povera per il mercato libero, ma non abbastanza povera per l’edilizia popolare.